La pieve di San Giorgio di Valpolicella, detta anche pieve di San Giorgio Ingannapoltron,Il soprannome "Ingannapoltron", nato forse nel XV secolo, deriva dalla lunga salita necessaria per arrivare al paese e dalla sua collocazione in un'area ricca di cave (da ganna, ovvero "petraia" o "cumulo di detriti"). In . è un antico luogo di culto cattolico situato a San Giorgio di Valpolicella, frazione di Sant'Ambrogio di Valpolicella, in provincia e diocesi di Verona. Annesso all'edificio religioso si trova un pregevole chiostro, conservatosi su tre lati, e un piccolo museo archeologico progettato dall'architetto Libero Cecchini.

L'analisi degli elementi a disposizione ha permesso di ipotizzare due principali fasi costruttive. Una prima fase longobarda, risalente all'VIII secolo, è testimoniata dalle iscrizioni presenti sul ciborio posto sopra l'altare maggiore. In questo periodo, San Giorgio venne probabilmente elevata al ruolo di pieve, assumendo funzioni religiose e amministrative di notevole importanza. Una seconda fase, che gli studiosi datano in modo variabile tra la fine del IX secolo e il XIII secolo, vide la chiesa modificata, ampliata e arricchita con elementi decorativi tipici dell'architettura romanica. Nel 1145, una bolla pontificia di papa Eugenio III, la Piae postulatio voluntatis, menziona per la prima volta San Giorgio con il titolo di pieve, confermando il suo ruolo religioso di riferimento per il territorio circostante.

Un elemento artistico di particolare pregio all'interno della pieve è il già citato ciborio, un manufatto costituito da elementi di epoca longobarda e ricostruito durante i restauri tra il 1923 e il 1924, che presenta archi decorati con bassorilievi raffiguranti motivi geometrici e figure simboliche. Di particolare interesse sono le iscrizioni su due delle quattro colonnine, che riportano il nome del re longobardo Liutprando, del vescovo Domenico e degli scultori Orso, Iuvintino e Iuviano.

Storia Prime tracce di insediamenti

Tra il 1985 e il 1989, gli scavi archeologici condotti a est della chiesa hanno portato alla luce i resti di un insediamento ben più antico della chiesa stessa. In particolare, sono state rinvenute una capanna rettangolare risalente alla media Età del bronzo, probabilmente con elevato di legno, e alcune strutture dell'Età del ferro, utilizzate tra la fine del V secolo a.C. e l'inizio del II secolo a.C., tra le quali sono stati identificati un laboratorio metallurgico, una cisterna e un probabile ripostiglio per le derrate alimentari. Queste strutture presentavano la tipica forma a "casa retica", diffusa nei territori alpini e subalpini, caratterizzate dall'essere parzialmente scavate nella roccia e con pareti e tetti in lastre di calcare rosato, facilmente reperibile nella zona. Gli abitanti di questo villaggio, che mostrano influssi veneti nella fase più antica e locali con collegamenti all'area trentina nella più recente, erano dediti principalmente all'agricoltura, all'allevamento, all'artigianato e allo sfruttamento delle cave di pietra situate nel colle sottostante, e sono considerati gli antenati degli Arusnati, popolazione che si sarebbe insediata in Valpolicella durante il periodo romano..

Durante gli scavi sono stati inoltre individuati i resti di un terrazzamento di epoca romana, oltre ad alcuni reperti datati tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo che testimoniano l'utilizzo di ceramica di pregio e scambi commerciali con le regioni vicine. Le testimonianze più importanti dell'epoca romana a San Giorgio sono però le iscrizioni che, insieme a quelle rinvenute in altri siti della Valpolicella, offrono preziose informazioni sulla religione e sull'organizzazione amministrativa degli Arusnati. L'elevato numero di epigrafi rinvenute a San Giorgio (alcune reimpiegate come capitelli della chiesa) suggerisce che la località fosse il principale centro religioso del territorio degli Arusnati. Tra le divinità venerate che compaiono nelle epigrafi figurano Cuslanus, Ihamnagalle, Sqnnagalle e Lualda, nomi latinizzati che non corrispondono a divinità romane conosciute, ad eccezione di Lualda, forse associabile a Lua, dea romana legata a Saturno e protettrice dell'agricoltura. In particolare un frammento di lapide con l'iscrizione "LVALDAE", rinvenuto nel 1986 nel muro di collegamento tra l'abside centrale e quello settentrionale, conferma il culto di questa dea nella zona. Nella navata destra della chiesa, sotto una delle colonne, si trova poi un altare dedicato al Sole e alla Luna, eretto dal sacerdote Quintus Sertorius Festus. Sembra che solo gli Arusnati venerassero congiuntamente queste due divinità, probabilmente invocandole per la prosperità dei campi, per cui si ipotizza che si tratti di divinità locali venerate da tempo, alle quali fu dato un nome latino in seguito all'arrivo dei romani..

Alcuni dei reperti rinvenuti durante gli scavi sono esposti nel piccolo museo annesso alla pieve e negli spazi verdi sul retro delle absidi, dove si segnalano in particolare alcuni frammenti di lesene scanalate con capitello corinzio, appartenenti a una struttura romana, rinvenuti nel 1966 nei pressi della canonica. Una parte delle iscrizioni romane è invece conservata nel museo lapidario maffeiano e nel museo archeologico al teatro romano, a Verona..

Luogo di culto longobardo

Nonostante la scarsità di reperti, San Giorgio dovette mantenere un ruolo importante durante l'Alto Medioevo, almeno dal punto di vista religioso, come testimoniano i notevoli elementi di scultura altomedievale e le colonnine iscritte di epoca longobarda presenti nella chiesa. Probabilmente già in questo periodo San Giorgio assunse il ruolo di pieve, anche se non sono state trovate prove documentali. Le pievi erano chiese con rilevanti funzioni religiose e amministrative, per cui San Giorgio sarebbe stata dotata di un proprio clero e autorizzata alla formazione di nuovi chierici, a battezzare e a riscuotere la decima..

Le testimonianze longobarde più importanti sono le colonnine poste sull'altare principale, risalenti al regno di Liutprando (tra il 712 e il 744). Le iscrizioni su di esse forniscono informazioni sulla realizzazione del ciborio (ora posto sopra l'altare), finanziato da donazioni dei fedeli e dedicato a san Giovanni Battista. Questo ha fatto supporre l'esistenza di un fonte battesimale nella chiesa, rafforzando l'ipotesi del suo ruolo di pieve, o in alternativa che inizialmente l'edificio fosse dedicato a san Giovanni (e che pertanto il santo titolare sia stato cambiato in un secondo momento). La sistemazione attuale del ciborio, con i suoi archetti di stili e epoche diverse, è frutto di una ricostruzione del 1923-1924. La sua funzione originaria rimane un mistero: poteva essere destinato all'altare (e quindi sarebbe stato composto di 4 archetti), a un fonte battesimale (probabilmente con 8 archetti) o a un'iconostasi (ovvero a una balaustra composta da uno o più archetti, che aveva la funzione di separare le due parti della chiesa). È anche possibile che le colonnine fossero utilizzate per più di una di queste strutture, le quali potrebbero essere coesistite..

Un'ipotizzato orientamento iniziale della facciata verso levante e soprattutto le iscrizioni sulle colonnine del ciborio, fanno presupporre che l'attuale edificio cattolico sia quindi sorto su di un preesistente luogo di culto costruito in età longobarda. La prima fase costruttiva della chiesa risalirebbe quindi all'VIII secolo, anche se alcuni storici, in particolare Luigi Simeoni, collocano la sua fondazione addirittura nel VII secolo.. A testimoniare il periodo longobardo, oltre al già citato ciborio, Alessandro Da Lisca (funzionario della locale Soprintendenza ai Monumenti che tra 1923 e 1924 curò il restauro dell'edificio) ipotizza che rimanga anche il muro di facciata rivolto verso occidente, con l'unica abside e le due finestrelle poste in alto..

Oltre alla pieve, in quest'epoca a San Giorgio era presente un castello longobardo, posto a capo di una sculdascia, ovvero una circoscrizione minore nell'ambito dei ducati, che disponeva di ampi poteri amministrativi, militari e giurisdizionali..

Trasformazione romanica

La chiesa longobarda, verosimilmente, possedeva già un campanile, situato probabilmente nello stesso luogo di quello attuale, ma di dimensioni inferiori. Questo venne successivamente ricostruito o sopraelevato, assumendo le forme romaniche attuali. Alcuni studiosi, basandosi su confronti con altre torri campanarie del veronese, ipotizzano che il campanile di San Giorgio funse da archetipo per le altre, datandolo quindi tra la fine del XI e l'inizio del XII secolo; altri invece, basandosi sull'analisi stilistica delle decorazioni presenti, propendono per una datazione più tarda, tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo.

Tra il XII ed il XIII secolo, forse a causa del terremoto di Verona del 1117 o perché divenuta insufficiente alle esigenze dei fedeli, la chiesa longobarda fu in parte demolita e ricostruita anch'essa in forme romaniche. Dell'edificio precedente molto probabilmente si è conservata solo la parte occidentale con l'abside, decorata con un Cristo pantocrator di ispirazione bizantino-ottoniana. La nuova struttura venne chiusa sul lato orientale con tre absidi, in questo modo ne è risultato un edificio biabsidato sui lati corti, un unicum nel veronese ma tipologia piuttosto diffusa in Germania. A questa fase costruttiva appartengono anche il chiostro e la canonica con la sala capitolare, con pareti riccamente affrescate.

San Giorgio viene menzionata per la prima volta con il titolo di "pieve" in una bolla pontificia di papa Eugenio III datata 1145, che menziona la «plebem Sancti Georgii cum cappellis et decimis et familiis et dimidia curte», ossia la pieve con le sue cappelle, le decime, le famiglie e metà della corte.

Una nuova fase di interventi all'interno dell'edificio sacro deve essere avvenuta nel XIV secolo, infatti la maggior parte degli affreschi che ancora sono visibili sembrano risalire a quel periodo, con l'esclusione del Cristo pantocrator nell'abside occidentale e dell'Ultima Cena lungo la navata meridionale.

Nel 1456 il vescovo di Verona Ermolao Barbaro compì una visita pastorale alla pieve, da cui è possibile ricavare importanti informazioni. Innanzitutto si apprende che l'arciprete della pieve di San Giorgio, a causa del progressivo spopolamento della collina a favore dei centri abitati della vallata, aveva trasferito la sua residenza a Sant'Ambrogio di Valpolicella; l'antica pieve continuava comunque a essere utilizzata per l'amministrazione dei sacramenti, in particolare per il battesimo, ma le funzioni ordinarie erano celebrate da un cappellano. Infine, dagli atti della visita pastorale si ricava l'elenco delle cappelle soggette alla pieve, che in quel momento erano Sant'Ambrogio, San Zeno a Cavalo, Santa Lucia a Dolcè, San Martino a Volargne, San Pietro a Ponton, San Nicolò a Monte, Santa Maria a Gargagnago e San Bartolomeo a Mazzurega.

Durante tutto il Basso Medioevo la pieve di San Giorgio fu infatti a capo di uno dei "piovadeghi" in cui era divisa amministrativamente il Vicariato della Valpolicella. Ognuna di queste circoscrizioni orbitava attorno a una pieve che ne rappresentava il centro; insieme a essa ricoprivano questo ruolo anche la pieve di San Floriano e la pieve di Negrar..

Studi e restauri moderni

La colonnina con l'iscrizione che menziona Liutprando ha attirato l'attenzione degli studiosi fin dal XVII secolo. Scipione Maffei, illustre erudito veronese, la prelevò nel Settecento per arricchire il lapidario dell'Accademia Filarmonica di Verona (poi confluito nel museo lapidario maffeiano), insieme ad altre iscrizioni romane, tra cui quella dedicata al Sole e alla Luna, riportata al suo posto originario nella chiesa solamente durante i restauri degli anni 1920..