La linguistica romanza è quella parte della linguistica che studia i cambiamenti a livello fonetico, morfologico, sintattico e lessicale che hanno portato dal latino alle moderne lingue romanze. La linguistica romanza studia ogni versante delle lingue romanze: fonetica, morfologia, sintassi, lessicologia, dialettologia, sociolinguistica, pragmatica e le considera sia sotto l'aspetto sincronico, sia sotto l'aspetto diacronico.

Storia della disciplina

Sin dal Medioevo risultano riflessioni sulle lingue romanze, come nel caso di Dante Alighieri col suo trattato De vulgari eloquentia. Nel Seicento e nel Settecento, in mancanza di un metodo valido per la classificazione delle lingue, ancora non si era stilata una lista completa della grande quantità di varietà europee appartenenti al gruppo di lingue romanze. Tra il 1836 e il 1843 il linguista tedesco Friedrich Diez scrive la Grammatik der romanischen Sprachen (Grammatica delle lingue romanze) secondo il metodo comparativo della linguistica indoeuropea e, in seguito, nel 1853 pubblica Etymologisches Wörterbuch der romanischen Sprachen (Vocabolario etimologico delle lingue romanze). Nel 1861, il linguista tedesco August Schleicher pubblica quella che è considerata la sua opera principale Compendium der vergleichenden Grammatik der indo-germanischen Sprachen (Compendio della grammatica comparativa delle lingue indoeuropee) in cui propone il primo albero genealogico della lingua indoeuropea.Varvaro 1968, pp.90-91

Dal metodo comparativo, dunque, si passa a una descrizione in ordine cronologico per delineare i vari sistemi delle lingue derivate, a partire dalla ricostruzione delle fasi linguistiche scomparse. Nel 1866-68, Hugo Schuchardt, allievo di Schleicher, pubblica Der Vokalismus des Vulgärlateins in cui spiega l'importanza degli “ipercorrettismi”Varvaro 1968, p. 93: se troviamo scritto hoctober al posto di october, significa che uno scriba, insicuro di quali parole cominciassero con la lettera h, nell'intenzione di essere corretto, sbagliava. Vi sono innumerevoli deviazioni degli scritti più umili, in cui gli scriba trascrivevano i testi in modo errato. Le lingue romanze, non sono, quindi, derivate dagli scritti dei più eruditi, ma dal complesso delle forme del latino presenti nell'Impero Romano. Secondo Schuchardt, era di rilevante importanza la continua variazione e la diffusione delle innovazioni in una lingua. Afferma: " Come tutti gli organismi, anche la lingua è sottoposta alla legge di differenziazione, che si basa su due fattori, la mutazione eterna (Eraclito) e la diversità universale (Leibnitz) "Schuchardt, I vol p. 76, la prima operante nel tempo, l'altra nello spazio. Affiorò, così, un nuovo problema: l'esistenza o meno dei confini linguistici. Il linguista svizzero Jules Gilliéron, allora, diede forma al primo atlante linguistico, l’Atlas linguistique de la France (1902-1910) e pose le basi per una nuova disciplina: la geografia linguistica. Nella prima metà del Novecento, comincia a imporsi la linguistica strutturale basata sugli studi di Ferdinand de Saussure, che porta in secondo piano la linguistica romanza, ma quest'ultima era ormai ampiamente diffusa anche in Paesi non rientranti nell'area romanza.

La base latina

Le lingue romanze o neolatine sono frutto di una somma di mutamenti che sono intervenuti nel tempo e hanno determinato una tale differenza con la lingua d'origine (il latino) da non essere più riconosciuta dai parlanti come la stessa lingua. L'area in cui ancora oggi si parlano viene chiamata Romània. Il termine romanzo deriva dall'avverbio latino ROMANICE riferito al parlare in vernacolo (ROMANICE LOQUI). Da ROMANICE deriva la forma antico-francese romanz, da cui l'italiano romanzo.

Il latino nelle lingue indoeuropee

Se le lingue romanze derivano dal latino, il latino a sua volta fa parte della famiglia delle lingue indoeuropee, una lingua di cui non si hanno tracce ma che è risultata l'unico modo per spiegare l'affinità fra un gruppo molto ampio di lingue, quali il latino, il greco, il tedesco, il russo, l'albanese, l'armeno, il persiano e il sanscrito. Tali affinità furono dimostrate in base a rigorose corrispondenze fra morfemi e suoni. Si ipotizzò, quindi, che tutte queste lingue provenissero da un capostipite comune: l'indoeuropeo.

L'espansione del latino

Il periodo di espansione di Roma copre un arco di quasi quattro secoli. Cominciò con la sottomissione dell'Italia centro-meridionale verso il 272 a.C., per finire con la conquista della Dacia (l'attuale Romania) nel 107 d.C. La data accettata per la caduta definitiva dell'Impero romano d'Occidente è il 476, quando Romolo Augusto fu deposto da Odoacre, re degli Eruli. Grazie all'espansione del dominio di Roma, avvenne la latinizzazione di territori immensi. Originariamente, il latino era parlato solamente a Roma e nei dintorni della città; nel resto della penisola, erano usate altre lingue affini al latino, le lingue italiche (umbro, osco, siculo, venetico) ma vi era anche una forte presenza di altre varietà indoeuropee come il celtico, il greco, il messapico, ma anche lingue non indoeuropee: ligure, retico, etrusco, sicano, elimo, punico. Il processo di latinizzazione fu secolare e consistette, da una parte, nell'emigrazione in tutto l'Impero di parlanti nativi latini e dall'altra, nell'apprendimento delle altre popolazioni della lingua latina. In realtà, le popolazioni conquistate, non vennero indotte dai Romani a imparare la loro lingua, non vi fu una cosciente politica linguistica; i Romani, infatti, consideravano la conoscenza del latino un privilegio, come la cittadinanza romana. Di eguale importanza, fu l'immissione dei mercati romani nei territori conquistati o da conquistare che contribuì a diffondere la lingua. Il prestigio del latino era indiscusso e, per le popolazioni conquistate, era un valore da non sottovalutare poiché era un parametro che permetteva l'integrazione con il popolo romano.

Il latino classico e il latino volgare

Fin dall'Ottocento il metodo comparativo, fondato sul confronto fra le lingue romanze per cercare di ricostruire le forme linguistiche di base, ha messo in evidenza che molte forme oggi usate sono derivate dal latino, ma che questo latino non corrisponde al latino classico.

Tradizionalmente gli studiosi di linguistica hanno chiamato quest'altro latino latino volgare, un'espressione coniata verso il 1866-68 dal linguista tedesco Hugo Schuchardt e ricalcare l'espressione sermo vulgaris. Un termine concorrente, preferito in alcuni ambienti, è protoromanzo. Scuschardt fu il primo a interessarsi maggiormente al latino parlato da popolo che a quello rigoroso della tradizione grammaticale. Con “latino volgare”, egli intendeva una varietà di livelli linguistici e dialetti di cui una persona si serviva in diverse circostanze, scegliendo il modo più appropriato di parlare a seconda della situazione. Le differenze tra le varietà sopra citate non sono individuabili sempre banalmente, soprattutto nella sintassi e nel lessico. L'opposizione è, invece, più marcata in morfologia e fonetica. È grazie al Cristianesimo che si ha la valorizzazione delle forme volgari. Successivamente, le invasioni germaniche eliminarono la differenza sociale e linguistica fra classi superiori e classi inferiori e il latino venne circoscritto all'ambito culturale, quindi il parlato popolare, non più latino ma romanzo, ebbe la meglio. Dunque, le differenziazioni dialettali del latino chiariscono che le differenze fra le lingue romanze risalgono già ai tempi dell'Impero romano.

In seguito, il romanista inglese Roger Wright (1982) ha osservato che l'espressione sermo vulgaris non si riferiva solo al ceto sociale più incolto, ma alla varietà parlata da tutti nella quotidianità e in situazioni non formali. Da ciò si evince che non esistono due varietà linguistiche parallele (latino classico e latino volgare), ma un'unica varietà con livelli stilistici diversi.

Dal latino alle lingue romanze: ipotesi

Anche se la variazione delle lingue è del tutto naturale, non è facile dare una spiegazione sul motivo del frazionamento del latino in un gruppo di lingue diverse non solo dal latino stesso, ma anche fra di loro. Le ipotesi sul perché si è arrivati ad avere una così vasta quantità di lingue, sono molteplici: le invasioni barbariche: le lingue romanze vengono considerate delle variazioni del latino dovute alla mescolanza etnica con i barbari e quindi il numero di lingue romanze corrisponderebbe alla pluralità di popoli barbari che hanno modificato il latino ognuno in modo diverso; la diglossia: attorno al 1400 prende forma la teoria di una diglossia permanente nell'antica Roma, ossia la presenza contemporanea sia di una lingua "alta", usata nell'ambito della cultura, sia una lingua "bassa" (il volgare) che si sarebbe sviluppata nelle lingue romanze. In realtà, non esistono prove circa l'esistenza di tale diglossia; il sostrato: nel 1881, il linguista italiano Ascoli ipotizza che la diversa formazione delle lingue romanze ha origine ancor prima della latinizzazione: questo fenomeno ha sicuramente avuto un ruolo nella formazione delle diverse lingue romanze, ma è impossibile attribuirgliene tutta la causa; epoca della latinizzazione: nel 1884 Gustav Gröber ipotizza che la diversità delle lingue romanze sia collegata al periodo della latinizzazione in una determinata zona, ossia che dipenda dallo stadio di sviluppo del latino nel periodo considerato. Si sono riscontrati parecchi argomenti a sfavore di questa teoria: primo fra tutti è che questa presupponesse una forte differenziazione del latino imperiale stesso; inoltre, la latinizzazione è stato un processo secolare che, in alcuni casi, non era ancora terminato al momento del crollo dell'Impero romano, quindi è assai poco probabile che il latino di una provincia non del tutto latinizzata non subisse le influenze di altre lingue; opposizione tra occidente e oriente: nel 1936, il linguista tedesco Walther von Wartburg traccia un'opposizione fra Romània occidentale e Romània orientale romanizzate, rispettivamente, la prima dall'alto e la seconda dal basso. Nella zona occidentale, dunque, sarebbe arrivato il latino classico, mentre nella zona orientale quello volgare. Su questa bipartizione, si sarebbe sovrapposta, poi, l'influenza dei germanici che avrebbe prodotto risultati multipli. Questa teoria è molto generica e non risolve a fondo il problema; il latino medievale: nel 1982, l'inglese Roger Wright formula una tesi secondo la quale è il latino medievale che deve essere studiato, non le lingue romanze. Secondo Wright, il latino medievale non è la continuazione diretta del latino scritto antico e questo perché all'epoca di Carlo Magno si scrivevano, in realtà, testi romanzi nascosti sotto una veste grafica latina creando un totale divario tra grafia e pronuncia. Questa teoria non spiega, però, in che modo la grafia latina potesse coprire sia la fonetica, sia la grammatica romanza, molto differenti da quella latina. Wright, inoltre, ipotizzando che il passaggio da latino a lingua romanza sarebbe avvenuto sotto la copertura di una grafia che non mutava insieme con la lingua, non può stabilire né il periodo del cambiamento né il motivo per cui il cambiamento è stato differente nelle le varie zone.

Dal latino alle lingue romanze: mutamenti

Le differenze tra latino e lingue romanze riguardano: la scrittura, il sistema fonologico, il sistema morfosintattico.

La scrittura

Il latino utilizzava un alfabeto composto da 23 lettere (A-a, B-b, C-c, D-d, E-e, F-f, G-g, H-h, I-ı, K-k, L-l, M-m, N-n, O-o, P-p, Q-q, R-r, S-s, T-t, V-u, X-x, Y-y, Z-z) con l'aggiunta di W-w in area anglonormanna, poi adottata anche in ambito tedesco e slavo-occidentale, e che da lingua a lingua può avere e valore consonantico [v] e semiconsonantico [w], o un suono intermedio.