Esponente di spicco e successivamente capo dell'ala democratica (Sinistra storica) del Parlamento Subalpino e successivamente di quello italiano, ricoprì numerosi incarichi ministeriali tra il 1848 e il 1849 nel Governo Casati, nel Governo Gioberti e nel Governo Chiodo.

Passato all'opposizione, nel 1852 strinse un patto politico (Connubio) con l'ala moderata della Destra storica, guidata da Cavour, che permise a questi di divenire Primo ministro, e a Rattazzi di assumere il ruolo di Presidente della Camera dei deputati, e poi quello di Ministro della giustizia e dell'interno. Dopo la rottura con Cavour, Rattazzi si accostò sempre più a Vittorio Emanuele II, divenendo un suo uomo di fiducia e contrapponendosi in tal modo alla politica del conte.

Scomparso Cavour e salito al potere Bettino Ricasoli, nel 1862 Rattazzi riuscì a sostituirlo e a divenire Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia, ma la sua esperienza governativa si concluse brevemente dopo la Giornata d'Aspromonte, la quale, mal gestita, portò alle sue dimissioni. Ritornato al governo nel 1867, sempre succedendo a Ricasoli, Rattazzi cadde nuovamente dopo una breve permanenza al governo del Paese sempre per non aver saputo gestire la Questione romana, i cui esiti disastrosi porteranno alla Battaglia di Mentana. Questa disfatta segnerà le sue ennesime dimissioni e il ritiro definitivo dalla scena politica.

Biografia Giovinezza ed educazione

Urbano Rattazzi nacque ad Alessandria il 30 giugno 1808Fausto Bima, Urbano Rattazzi, in Nuova Antologia, n. 2023, Roma, 1969 (luglio), p. 383, da una famiglia benestante e di alto prestigio sociale originaria di Masio: infatti sia il padre, Giuseppe Rattazzi, decurione del consiglio municipale alessandrino, sia la madre, Isabella Bocca, sua terza moglie, provenivano da famiglie appartenenti al patriziato urbano di Alessandria, che si era sempre distinto in politica e faceva parte della cosiddetta "nobiltà di cappa corta".

Battezzato con i nomi di Urbano, Pio, Francesco e Giacomo, ben presto il giovane decise di dedicarsi agli studi di legge, iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Torino, dove si laureò nel 1829Michelangelo Castelli, Ricordi (1847-1875), a cura di Luigi Chiala, Roux e C., Torino, 1888, p. 199.. Dopo aver rifiutato una cattedra all'ateneo torineseFausto Bima, Urbano Rattazzi, in Rivista di Storia Arte e Archeologia, Società di Storia Arte e Archeologia, Alessandria, 1961, p. 54., Urbano esercitò la professione di avvocato, trasferendosi nel 1837 a Casale Monferrato, dove era stata istituita la Corte d'appelloGiuseppe La Rosa, Il giovane Rattazzi: formazione culturale e politica. Alle radici delle scelte e delle prospettive del “partito degli avvocati”, in “L’altro Piemonte nell’età di Carlo Alberto”, Atti del Convegno si Studi: Alessandria-Casale Monferrato, 28-29-30 ottobre 1999. Ettore Dezza, Robertino Ghiringhelli, Guido Ratti (a cura di), Barberis, San Salvatore Monferrato, 2001, p. 356., diventando in breve tempo uno dei più valenti avvocati della città.

Poco dopo Rattazzi si lasciò distrarre dalla passione politica: infatti nell'agosto del 1847, tenutosi a Casale il congresso dell'Associazione agraria di Torino, fu tra coloro che firmarono un indirizzo, rivolto a Carlo Alberto e ideato dal socio Giovanni Lanza, per avere concessioni maggiori, simili a quelle adottate per Firenze e Roma, come l'istituzione della Guardia CivicaFranco Livorsi, Urbano Rattazzi, in Il parlamento italiano 1861-1988, vol. I, Nuova CEI, Milano, 1988. e la concessione della libertà di stampa.

Parlamento subalpino Dopo la concessione dello Statuto Albertino il 4 marzo 1848 e la convocazione per il 17 aprile dei comizi elettorali per l'elezione del primo Parlamento subalpino, l'avvocato piemontese si candidò, nelle file della Sinistra storica, per il collegio di Alessandria I, rimanendo alla Camera dei deputati per ben 11 legislature.

Rattazzi fu un politico tenace e battagliero. Infatti, mentre ancora infuriava la Prima Guerra d'Indipendenza, l'8 giugno 1848, giorno del plebiscito di annessione della Lombardia al Piemonte, si distinse sostenendo un progetto favorevole alla fusione tra i due territori, appoggiando le proposte dei democratici lombardi: mantenimento dell'autonomia del governo provvisorio di Milano fino alla ratifica parlamentare, trasformazione del Parlamento stesso in Consulta, alla quale lo stesso sovrano avrebbe dovuto ricorrere e convocazione della Assemblea Costituente per redigere una nuova Costituzione. Malgrado l'opposizione dei deputati moderati, come Camillo Benso conte di Cavour e di Pier Dionigi Pinelli, la Camera dei deputati approvò la relazione di Rattazzi, che il 6 luglio 1848 ebbe anche l'incarico di stendere la risposta al discorso della Corona.

Nominato ministro della Pubblica Istruzione nel Governo Casati (27 luglio -15 agosto 1848), resse per pochi giorni anche i dicasteri dell'Industria, dell'Agricoltura e del Commercio (4 agosto), dopo le dimissioni di Giuseppe Durini. Si dimise dopo l'Armistizio di Salasco, che interrompeva le ostilità tra Torino e Vienna, sostenendo la necessità di riprendere la guerra contro l'Austria, come richiesto dai deputati democratici radicali. In seguito alla crisi del 16 dicembre 1848, che portò alla caduta del Governo Perrone, dimessosi per il voto favorevole alla Camera della petizione degli studenti universitari torinesi che protestavano contro il nuovo regolamento varato dal ministro della Pubblica Istruzione Carlo Bon Compagni di Mombello, che vietava l'associazione studentesca a fini politiciFrancesco Bartolotta, Parlamenti e governi d'Italia dal 1848 al 1970, vol. I, Vito Bianco Editore, Roma, 1971, pp. 3-4., e all'avvento al potere di Vincenzo Gioberti, Rattazzi fu nominato ministro di Grazia e Giustizia: il suo primo atto da ministro fu l'invio di una circolare ministeriale a tutti i vescovi del Regno, minacciandoli di arresto se non avessero cessato di predicare contro le nuove istituzioni. Il ministro rimase in carica fino al 17 febbraio 1849, quando, in dissenso con il Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna, che voleva inviare un corpo di spedizione in Toscana per restaurare Leopoldo II e abbattere il governo democratico di Firenze, si dimise insieme a tutto il gabinetto. Il re Carlo Alberto però accettò solo quelle di Gioberti e invitò gli altri ministri a restare in carica, affidando la presidenza al generale Chiodo, nel cui governo fu nominato ministro dell'interno.

Spettò a lui comunicare alla Camera la denuncia dell'Armistizio il 12 marzo 1849 e la ripresa delle ostilità contro l'Austria il 20 marzo: la guerra però fu sfavorevole per l'esercito piemontese, che tre giorni dopo venne sbaragliato dalle truppe austriache nella sconfitta di Novara. Ciò portò all'abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele II e alla caduta del ministero Chiodo, sostituito dal generale Claudio Gabriele de Launay, che aveva fama di reazionario. Fu in questo periodo che Rattazzi prese le distanze dalla sinistra estrema, che rifiutava la ratifica del trattato di pace con l'Austria e propugnava la guerra ad oltranza, credendo che la resistenza ad oltranza avrebbe nuociuto alle libertà statutarie. Allora il deputato piemontese creò una nuova formazione politica, denominata "Centro-sinistra", la quale faceva sua le idee di Sinistra, pur mantenendole su una posizione più moderata. Fu a capo di questo schieramento che, dopo la fine della III Legislatura del Regno di Sardegna, sciolta in novembre, e il Proclama di Moncalieri, venne rieletto deputato il 9 dicembre 1849.

Appoggio a d'Azeglio e nascita del Connubio Il centro-sinistra di Rattazzi appoggiò la fase iniziale del Governo d'Azeglio I nei suoi progetti di riduzione dei privilegi ecclesiastici, culminati con le Leggi Siccardi del 9 aprile 1850, che abolivano il foro ecclesiastico, il diritto d'asilo e regolamentava la manomorta, portando la legislazione ecclesiastica piemontese a livello di quella degli altri Stati europei. Soprattutto Rattazzi sostenne l'entrata nell'esecutivo come ministro delle finanze dell'antico avversario Cavour, che adesso, analogamente al leader di Sinistra, stava creando uno schieramento politico moderato di Destra, (detto "Centro-Destra") allontanandosi dalle ali estreme più reazionarie.

L'idea di una alleanza tra i due schieramenti moderati di Destra e Sinistra maturò già dal dicembre 1851, quando in Francia, con un colpo di Stato, il presidente della Seconda Repubblica francese, Luigi Napoleone Bonaparte, si autoproclamò Imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III, instaurando un governo autoritario. I liberali piemontesi temevano che anche in Piemonte potesse avvenire una situazione analoga, sebbene le correnti reazionarie di Destra non avessero che scarsi consensi nel Paese, a causa della strenua difesa dei privilegi clericali. Per prevenire uno spostamento dell'asse politico alla Destra estrema, Cavour decise, all'insaputa del Presidente del Consiglio, di allearsi con la Sinistra moderata di Rattazzi. L'accordo, chiamato ironicamente "Connubio", nel senso di matrimonio, dagli avversariL'espressione fu coniata dal deputato di Destra Ottavio Thaon de Revel., fu sancito dall'incontro tra i due capi politici nel gennaio del 1852, presenti anche i due mediatori, Michelangelo Castelli per Cavour e Domenico Buffa per Rattazzi. Il programma era semplice e chiaro: abbandono delle ali estreme del Parlamento e alleanza fra conservatori e democratici moderati su un programma di stampo liberale che prevedesse il rafforzamento delle libertà costituzionali e il progresso civile ed economico della NazioneRosario Romeo, Vita di Cavour, Laterza, Bari, 2004, p. 213..

Il primo banco di prova del nuovo patto fu l'applicazione della legge De Foresta, un provvedimento restrittivo sulla libertà di stampa che impediva le offese sui giornali piemontesi ai capi di Stato e di governi stranieri, in discussione alla Camera in febbraio. Pur personalmente contrario alla legge, Rattazzi in Parlamento annunciò che avrebbe appoggiato la proposta legislativa, a patto che l'esecutivo non ponesse più provvedimenti restrittivi. La Destra invece aveva chiesto un irrigidimento della norma, mentre Cavour propose piccoli ritocchi che non ne modificassero in sostanza il contenuto e non attentassero al principio di libertà. Il 5 febbraio 1852 Cavour pronunciò alla Camera un memorabile discorso sulla libertà di stampa, mentre cinque giorni dopo, il 10 febbraio, la Camera approvò la legge con 100 voti a favore e 44 contrari: la Destra votò con i deputati moderati di Cavour, mentre la Sinistra, estrema e moderata, disperse i voti tra contrari e favorevoli, poiché i singoli deputati votarono singolarmente dopo il discorso di Rattazzi di combattere la legge in senso progressista.