La chiesa del Santissimo Corpo di Cristo, nota anche come chiesa del Santo Corpo di Cristo o chiesa di San Cristo, è una chiesa di Brescia, situata lungo Via Giovanni Piamarta, sulla sommità della scalinata che, da Via Musei, conduce prima alla chiesa e poi al castello della città. Costruita nella seconda metà del Quattrocento, fa parte del vasto monastero annesso giunto intatto fino a oggi, comprendente tre chiostri.
Completamente affrescata nel corso del Cinquecento da Benedetto da Marone e in seguito ampliata e arricchita da Pietro Maria Bagnadore, la chiesa è solitamente definita come la Cappella Sistina di Brescia, viste le affinità scenografiche con l'opera di Michelangelo nella Cappella Sistina romana. Chiesa e monastero sono oggi gestiti dai Padri Saveriani.
In riferimento al titolo della chiesa, è opportuno far notare che il nome popolarmente diffuso, cioè San Cristo, presenta in realtà un errore di fondo, poiché la chiesa non è dedicata a Cristo come persona, bensì al suo Santo Corpo e, pertanto, all'eucaristia. L'unica, corretta denominazione, quindi, resta quella ufficiale: Santissimo Corpo di Cristo.
Storia La fondazione La chiesa e il relativo monastero vengono fondati nella seconda metà del Quattrocento dai Gesuati, un ordine religioso nato il secolo precedente e che, proprio in questi decenni, conosceva una notevole espansione. Fra la prima e la seconda metà del secolo i Gesuati fondano una lunga serie di conventi in tutta Italia, ad esempio a Milano, Roma, Livorno, Piacenza, Cremona e altre ancora, fra cui la stessa Brescia. La data di apertura del cantiere è collocabile nel 1467. La costruzione del monastero è strettamente legata al nome della nobile famiglia bresciana dei Martinengo, che donano ai Gesuati il terreno su cui realizzare il complesso. Altre donazioni avverranno fra il 1467 e il 1468, aumentando l'estensione del fondo a disposizione dei monaci.
La chiesa viene costruita sull'asse nord-sud con facciata a sud, contrariamente alla tradizione che voleva le chiese collocate sull'asse est-ovest. Ciò viene imposto soprattutto da ragioni costruttive: la conformazione del terreno, posto sul pendio del Colle Cidneo, rendeva difficoltosa l'apertura di un cantiere lungo questa direzione. Pure seguendo l'asse nord-sud, comunque, il colle dovette essere parzialmente sbancato e, anche così, il pavimento dell'abside si trovò incuneato a tre metri sotto al livello del suolo esterno. Non secondarie, comunque, erano ragioni prospettiche con la direttrice delle attuali Via Piamarta - Via Veronica Gambara, direttrice che ancora oggi permette di visualizzare la facciata della chiesa addirittura dall'incrocio con Via Tosio Martinengo, a ben quattrocento metri di distanza.
Sconosciuto, invece, è il nome dei mastri-costruttori dell'edificio. Nella zona, però, erano al tempo attivi Filippo delle Vacche e Giovanni del Formaggio, che avevano ricevuto l'incarico di realizzare il coro delle monache nella vicina chiesa di Santa Giulia. Altra possibilità è l'importante mastro Bernardino da Martinengo, che in quegli anni lavorava al rifacimento della chiesa di Santa Maria del Carmine. Le linee generali della facciata trovano inoltre profondi riscontri in quelle della chiesa di Sant'Agata, che proprio in quegli anni veniva ricostruita in stile gotico. Non è inverosimile, però, che il lavoro di progetto e costruzione del monastero sia stato fatto "in casa" dagli stessi Gesuati, grandi esperti in arti e mestieri, magari comunque ispirandosi a progetti e progettisti all'opera in cittàGiuseppe Tanfoglio, Fiorenzo Raffaini, San Cristo - Santissimo Corpo di Cristo, Brescia 2007.
La consacrazione della chiesa avviene nel 1501 e, al tempo, doveva essere affrescata almeno nella parte absidale, dove si svolge la liturgia, come dimostra qualche lacerto di decorazione quattrocentesca in questa zona, opera di Paolo Caylina il Vecchio. Altri frammenti di affresco dello stesso periodo sono anche sulla sommità e alla base dell'arco santo, in particolare quelli alla base, scoperti alla fine dell'Ottocento e restaurati un secolo dopo. Immediatamente, inoltre, l'edificio diventa la chiesa gentilizia della famiglia Martinengo, i cui membri vi troveranno sepoltura nei secoli a venire. In questo momento la chiesa, pur avendo già acquisito i tratti generali, è ancora coperta da un tetto a capriate con travi a vista.
Il Cinquecento: gli affreschi di Benedetto da Marone Nel 1565 Fra Benedetto da Marone, pittore dei Gesuati, si fa promotore trasformazione dell'interno della chiesa: in vista di un grandioso progetto iconografico, nasconde le capriate a vista del soffitto con una volta a costoloni e il tutto, assieme alle pareti, al presbiterio e all'abside, viene ricoperto con un vasto ciclo di affreschi. Nell'estesa decorazione, l'autore sviluppa un complesso ciclo figurativo per illustrare il tema della salvezza che si attua attraverso il Corpo e il Sangue di Cristo, tema particolarmente sentito dalla spiritualità dei Gesuati. Anche il Romanino contribuisce alla decorazione della chiesa, realizzando un polittico per l'altare maggiore, oggi disperso, e un affresco con la scena dell'Ultima Cena nel refettorio del monastero. Foto degli affreschi del refettorio
Nella prima metà del Cinquecento viene anche realizzato il grande Mausoleo Martinengo, al tempo posto sulla parete sinistra della navata e oggi conservato nel coro delle monache della chiesa di Santa Giulia, all'interno del percorso dell'omonimo Museo di Santa Giulia. Il mausoleo, capolavoro del Rinascimento bresciano, viene scolpito per la sepoltura del condottiero Marcantonio Martinengo, morto nel 1526.
Il Seicento e l'ampliamento del Bagnadore Dopo il Concilio di Trento, dunque nella seconda metà del Cinquecento, l'afflusso di vocazioni sacerdotali tra le file del laicale Ordine dei Gesuati, ma pure l'aumento della richiesta di celebrazioni della Santa Messa e altri oneri religiosi, spinge alla decisione di aumentare gli altari per soddisfare le numerose domande e, nel contempo, riordinare l'interno della chiesa, cosa fra l'altro richiesta espressamente durante le frequenti visite vescovili al monastero. La soluzione radicale arriva attorno al secondo decennio del Seicento, quando Pietro Maria Bagnadore, architetto e pittore manierista, autore di numerose e importanti opere nel panorama cittadino, aggiunge alla chiesa le tre grandi cappelle sul lato est, ornandole con tele da lui stesso prodotte. La data non è molto chiara ma, essendo l'artista morto verso il 1620 e impegnato nella chiesa della Madonna del Lino fino al 1608, l'intervento deve ragionevolmente collocarsi fra queste due date.
L'ordine dei Gesuati viene soppresso, con bolla di Papa Clemente IX il 7 dicembre 1668, lasciando il monastero privo di amministrazione per alcuni mesi. Già il 7 giugno 1669, comunque, sei mesi esatti dopo la soppressione dei Gesuati, il complesso viene occupato dall'Ordine dei Frati Minori francescani, per l'esattezza dal ramo dei Frati Minori Riformati, che lo comperano direttamente dalla Repubblica di Venezia il 26 marzo 1668. Dal contratto si legge che "è stato messo all'incanto nella loggetta di Piazza San Marco [...] il monastero e convento del Corpus Domini di Brescia della Congregazione dei Frati di San Girolamo con tutti i suoi chiostri [...] eccettuata la Chiesa e il campanile e luoghi sacri. I francescani fanno edificare gli altari in legno e madreperla delle nuove cappelle (solo due superstiti) e aggiungono un pulpito ligneo in fondo alla parete sinistra, poi smontato. Per motivi non noti, fanno sostituire alcuni affreschi di Benedetto da Marone nelle arcate della volta, ridipingendole con figure dei santi dell'Ordine.
L'Ottocento: dalla soppressione al Seminario Dalla visita pastorale del vescovo Giovanni Molin del 1756 risulta che, nella parrocchia di San Zeno al Foro "il convento dei Padri Minori Riformati detti del Corpus Domini sono in numero di 46 con servi familiari 1", definendo la chiesa come molto comoda al quartiere della parrocchia. I Francescani Riformati restano in sede fino al 1810 quando, in seguito alle soppressioni napoleoniche, l'ordine viene abolito e il convento sequestrato, trasformandosi in proprietà demaniale. L'archivio viene trasferito alla Nunziatura di Venezia, mentre la biblioteca viene dispersa.
Il complesso continua comunque a ospitare religiosi, ovvero quelli che non avevano più familiari disposti ad accoglierli dopo la secolarizzazione dei conventi, l'ultimo dei quali fu Padre Arcangelo, ucciso per errore da un soldato croato durante le Dieci giornate di Brescia nel 1859. La chiesa, invece, non fu mai secolarizzata in quanto vi funzionavano due sacerdoti nominati dal Vescovo. Il vescovo di nomina napoleonica Gabrio Maria Nava supplicò perché si "sottrasse agli obblighi del decreto governativo le chiese di San Giuseppe, di San Cristo, delle Cappuccine e delle Monache di San Giacomo". Inoltre, il vescovo volle che la chiesa "sia ritenuta come succursale di questa vasta parrocchia della Cattedrale, la quale non ha altra chiesa sussidiaria che quella di San Zeno [...] onde i Padri che verranno cola ritirati possano nei giorni in cui non saranno dalle infermità impediti, celebrarvi la Santa Messa ed il popolo di quei contorni possa approfittare della opportunità per ascoltarla".
Passata la bufera napoleonica, il governo austriaco passa tutto il complesso al vescovo Gabrio Maria Nava, che vi trasferisce parte del Seminario Diocesano dall'ex monastero di San Pietro in Oliveto. Durante le battaglie contro il dominio austriaco, alla metà dell'Ottocento, il monastero viene occupato più volte dai soldati, fra cui i croati che lo saccheggiano, e rischia anche di essere danneggiato dai bombardamenti a causa della sua posizione strategica sul pendio del colle. Dopo la battaglia di San Martino e il grande afflusso di feriti, anche la chiesa del Santissimo Corpo di Cristo, come molte altre in città, viene convertita in ospedale. Nel 1870 monsignor Pietro Capretti trasporta l'Ospizio dei chierici poveri, fino ad allora situato nell'odierno Corso Matteotti, al monastero di San Cristo. Il nome di Pietro Capretti, inoltre, si lega indissolubilmente alla storia del convento negli anni successivi come primo promotore dei tanto attesi lavori di sistemazione del complesso.
I lavori di restauro