Le Mura serviane sono le prime mura di Roma del VI secolo a.C., fatte costruire da Tarquinio Prisco,Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.19 e 1.37.Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 6. secondo la tradizione, poi ampliate e dotate di un ampio fossato dal successore, Servio Tullio, dal quale presero il nome.Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 7.
Storia
Le mura del VI secolo a.C.
La struttura urbana successiva alla cosiddetta Roma quadrata e fino alla costruzione, nel VI secolo a.C., delle mura serviane, si era basata su un processo di aggregazione tra le varie genti che occupavano i colli intorno al Palatino (Etruschi, Latini, Sabini), nucleo centrale della città, ed era organizzata in modo decentrato, nel senso che le varie alture costituenti la città non facevano parte di un'unica entità difensiva, ma possedevano, ciascuna, una sua struttura militare indipendente, affidata più alla forza e al valore degli uomini che non alle fortificazioni. La configurazione orografica dei colli era sufficiente a provvedere, da sola, alle necessità della difesa, eventualmente aiutata, dove si fosse rivelato necessario, dalla costruzione di mura o dallo scavo di un fossato e di un terrapieno (agger) tra Porta Collina e l'Esquilino, per una lunghezza di circa 6 stadi.Strabone, Geografia, V, 3,7.
Le mura serviane arcaiche Le prime difese unitarie di Roma erano rappresentate da un massiccio terrapieno costruito nelle zone più esposte della città (soprattutto nel tratto pianeggiante nord-orientale) e dall'unione delle difese individuali dei colli, ed è attribuito, come riferisce Livio, al sesto re romano (secondo dei tre etruschi), Servio Tullio, alla metà del VI secolo a.C.“Servio Tullio ampliò la città. Vi incluse altri due colli, il Quirinale e il Viminale, ampliò le Esquilie e qui pose la sua dimora per dare lustro al luogo […] cinse poi la città di vallo, fossato e mura; in tal modo allargò il pomerio” . Livio, Ab Urbe condita libri, I, 44.. La recinzione con le mura fu il culmine di un'intensa attività urbanistica, fondata sulla delimitazione territoriale della città in quattro parti (la "Roma quadrifaria"). Si tratta di una cinta muraria di almeno
Lunghezza totale: circa 11km Altezza: variabile tra i 6 e i 10 m Spessore: mediamente 3,5/ 4 m Fossato (nei tratti pianeggianti): largo in media più di 30 m e profondo 9 m Porte: si contavano circa 17 porte principali.
in blocchi squadrati di tufo del Palatino che fu poi utilizzato come appoggio per la fortificazione di un paio di secoli più tarda.
Su questa struttura si apriva, probabilmente, una porta per ogni altura: la Mugonia per il Palatino, la Saturnia (o Pandana) per il Campidoglio, la Viminalis, l'Oppia, la Cespia e la Querquetulana per i colli di cui portano il nome (Querquetulum era l'antico nome del Celio) e la Collina (per il collis Quirinalis).
Molto si è discusso sul tracciato e la consistenza di questa cinta, arrivando a dubitare della sua reale esistenza, ma oggi si tende a riconoscere come molto probabile la storicità dell'evento, grazie anche ai reperti archeologici. Esistono infatti alcuni reperti collocabili nella fase originaria della fortificazione, come i tratti di mura a piccoli blocchi di tufo del Palatino sull'Aventino e sul Campidoglio. Sul Quirinale e sull'Aventino invece la fortificazione doveva essere costituita da un più semplice terrapieno, alto cinque metri, ovvero lagger descritto minuziosamente dalle fonti antiche ed oggi scomparso.
La forma mista (mura-terrapieno) è d'altronde riscontrabile in altre città laziali e dell'Etruria meridionale, come Ardea, Lavinio o l'acropoli di Veio.
Le argomentazioni a favore di una struttura difensiva risalente già al VI secolo si basano essenzialmente quindi su almeno tre considerazioni: Le fonti letterarie, in base alle quali Servio Tullio incluse nell'area cittadina anche il Quirinale, il Viminale e l'intero Esquilino; poiché su questo lato la città è assolutamente priva di difese naturali, è abbastanza improbabile supporre che la stessa sia stata lasciata del tutto aperta a qualunque assalitore: lagger del IV secolo deve essere stato preceduto da qualcosa di simile già un paio di secoli prima. I resti archeologici in blocchi di tufo del Palatino, un tufo friabile utilizzato quasi esclusivamente in epoca arcaica, a differenza delle mura del IV secolo in blocchi di tufo di Grotta Oscura. Il confronto con le città dell'Etruria e del Lazio, che erano munite di cinte murarie fin dal VI secolo, e per analogia si può dedurre che dovesse esserlo anche Roma.
Le mura serviane protessero Roma per più di 150 anni, almeno fino alla disastrosa invasione dei Galli Senoni del 390 a.C.Un passo di Livio che si riferisce alla disastrosa sconfitta subita nel 390 a.C. (o forse il 387) dai Romani al fiume Allia ad opera dei Galli Senoni, riporta come gli uomini dell'ala destra dell'esercito romano, ormai in fuga, “… si diressero in massa a Roma e lì, senza nemmeno preoccuparsi di richiudere le porte, ripararono nella cittadella [il Campidoglio]”. Livio, cit., V, 38. I Galli, inseguendo i fuggitivi, si accorsero che “…le porte non erano chiuse, che davanti alle porte non stazionavano sentinelle e che le mura non erano difese da armati” Livio, cit., V, 39., dopo la quale le mura vennero riedificate ricalcando, probabilmente, il tracciato antico.
La ricostruzione nel IV secolo a.C.
Le mura in tufo di cui vediamo oggi i resti, note come "mura serviane", sono in realtà il frutto della ricostruzione del periodo repubblicano lungo lo stesso tracciato, a rinforzo e spesso in sostituzione dell'antico agger, dopo il sacco di Roma del 390 a.C., molto probabilmente utilizzando anche le fortificazioni precedenti.
Secondo Livio furono costruite nel 378 a.C. dai censori Spurio Servilio Prisco e Quinto Clelio Siculo. Riferisce lo storico che, passato lo spavento dovuto al saccheggio da parte dei Galli il 18 luglio 390 a.C., abbandonata l'idea del trasferimento dell'intera popolazione a Veio, si decise una rapida ricostruzione della città, talmente frettolosa e improvvisata che fu la causa principale del caos urbanistico dell'antica RomaSu questo punto gli archeologi sostengono un'imprecisione di Tito Livio, essendo la caotica urbanizzazione un processo in corso in un periodo ben più lungo di tempo, che coinvolse anche altre città del mondo antico, come Atene.. Subito dopo iniziò la costruzione della cinta muraria, che durò oltre 25 anni e costituì il principale baluardo difensivo per sette secoli, sebbene con il tempo perdesse gradualmente la sua importanza strategica.
Il materiale utilizzato, come già detto, era tufo proveniente dalle cave di Grotta Oscura (e in parte da quelle di Fidene), molto più consistente del tufo del Palatino in uso fino a poco tempo prima. Tra l'altro, l'utilizzo di quel materiale consente anche un limite di datazione della struttura muraria; le cave di Grotta Oscura si trovano infatti nei pressi di Veio, che fu conquistata nel 396 a.C.: prima di quella data non potevano pertanto essere accessibili per Roma.
In base ad una valutazione sui reperti rimasti, sembra che per tutta la lunghezza delle mura sia stata usata la stessa tecnica: blocchi più o meno regolari, alti fino a una sessantina di cm, disposti a file alterne di testa e di taglio. Il lavoro venne certamente svolto da diversi cantieri che procedevano contemporaneamente per tratti di 30-40 metri: i punti d'incontro dei lavori distinti di due cantieri non combaciano infatti perfettamente e erano di solito necessari interventi di aggiustamento. I blocchi erano contrassegnati da marchi, probabilmente necessari per il controllo dell'andamento e della realizzazione dei lavori: si tratta di incisioni piuttosto rozze di segni e caratteri alfabetici apparentemente greci. Sembra infatti ormai accertato che le maestranze, o almeno gli architetti, provenissero in buona parte dall'alleata Siracusa, potente centro della Magna Grecia dominato da Dionigi il Vecchio, che aveva già dato prova di estrema competenza nella realizzazione della fortificazione cittadina: questa tecnica edilizia era infatti già stata sperimentata nelle guerre della fine del V, inizi del IV secolo in Grecia e in Sicilia.
Le mura si estendevano per circa 11 km (quindi un po' più della cinta del VI secolo), includendo circa 426 ettari. Il Campidoglio era già protetto da una fortificazione propria, l'arce (arx capitolina). A questa furono collegati Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio, Palatino, Aventino e parte del Foro Boario, sfruttando, dove possibile, le difese naturali dei colli. Nel tratto pianeggiante lungo poco più di un chilometro, tra Quirinale ed Esquilino, furono rafforzate con un aggere (agger), cioè un terrapieno largo più di 30 metri. La cinta romana era all'epoca una delle più grandi in Italia e forse dell'intero Mediterraneo.
In alcuni tratti le mura erano ulteriormente protette da un fossato largo mediamente più di 30 metri e profondo 9. Erano alte circa 10 metri e spesse circa 4 e, secondo alcune testimonianze, avevano 12 porte, sebbene in realtà se ne conoscano in numero maggiore. Furono restaurate in vari periodi: 353, 217, 212 e 87 a.C.
Già dopo le guerre puniche l'estensione dello Stato e le colonie costiere consentivano alla città una certa tranquillità strategica e le mura persero così il loro primario scopo protettivo. Di conseguenza, col tempo, Roma si ingrandì oltre la cinta muraria, con interi quartieri che Augusto suddivise e ridimensionò nelle sue XIV Regiones: il ruolo difensivo delle mura serviane a quest'epoca è ormai completamente scaduto, e le porte vengono coinvolte in un processo di monumentalizzazione o ridotte a semplici accessi stradali (ne sono esempio la Porta Celimontana o la Porta Esquilina), così, quando nel III secolo la città cadde sotto il rischio di attacchi delle tribù barbare, l'imperatore Aureliano fu costretto a costruire una nuova cinta muraria per proteggerla: le Mura aureliane.
Pur avendo perduto la loro funzione primaria, le mura serviane rimasero però come una testimonianza storico-ideologica e forse anche amministrativa: rappresentarono per secoli il reale confine della città, anche quando vennero abbondantemente superate da nuovi quartieri; sebbene infatti nel Foro esistesse il miliarum aureum, una colonna di bronzo da cui avevano convenzionalmente inizio le strade consolari, in realtà la misurazione delle distanze è stata sempre calcolata dalle porte che si aprivano nella cinta muraria repubblicana del IV secolo.
Le porte
Uno tra i problemi più dibattuti e di difficile soluzione della topografia della Roma regia e repubblicana è quello delle porte; le notizie dirette sono pochissime ed i resti archeologici ancora più scarsi. Non sempre la loro posizione precisa è accertata e anche sul loro numero si hanno dei dubbi. All'epoca della fondazione da parte di Romolo dovevano essere, secondo Plinio, tre o forse quattro, aperte in una cinta muraria che racchiudeva il Palatino ed il Campidoglio. E questa notizia “storica” racchiude già un'imprecisione in quanto la presunta fondazione romulea si riferiva ad un centro abitato limitato al solo Palatino, mentre l'inclusione del Campidoglio è di un periodo posteriore. Varrone riferisce i nomi delle tre porte: “Mugonia” (presso l'Arco di Tito), “Romana” o “Romanula” (nei pressi della chiesa di Santa Francesca Romana) e “Januaria” o “Janualis” o “Trigonia” in posizione incerta, verso il colle Celio o verso il Tevere (vedi anche Roma quadrata).
Le porte delle mura serviane non avevano alcuna struttura monumentale, come suggeriscono i pochi resti ritrovati, ma erano limitate alla semplice funzione di passaggio. Solo con i restauri di epoca augustea si procedette ad un processo di monumentalizzazione di alcune delle antiche porte e in parte, nel tempo, furono trasformate in archi di vario significato. Conosciamo comunque i nomi delle porte serviane che, procedendo dal Campidoglio in senso orario, erano: