La battaglia di capo Matapan venne combattuta tra il 28 e il 29 marzo 1941 nelle acque a sud del Peloponneso, fra l'isolotto di Gaudo e capo Matapan, tra una squadra navale della Regia Marina italiana sotto il comando dell'ammiraglio di squadra Angelo Iachino, e la Mediterranean Fleet britannica (comprendente anche alcune unità australiane) dell'ammiraglio Andrew Cunningham.

La battaglia in sé si compone di due scontri distinti: uno combattuto nei pressi dell'isolotto di Gaudo tra la mattina e il pomeriggio del 28 marzo, e un secondo al largo di Capo Matapan nella notte tra il 28 e il 29 marzo. La battaglia, conclusasi con una netta vittoria britannica, evidenziò l'inadeguatezza della Regia Marina ai combattimenti notturni e consegnò temporaneamente alla Royal Navy il dominio del Mediterraneo, infliggendo gravi perdite, soprattutto materiali, alla Regia Marina e condizionandone le future capacità offensiveSecondo lo storico Renzo De Felice, per la Marina italiana questa fu "la più pesante sconfitta di tutta la guerra"; R. De Felice, Mussolini l'alleato, vol. I L'Italia in guerra (1940-1943), Tomo I Dalla guerra «breve» alla guerra lunga, Einaudi, Torino, 1990, p. 618n.

Premessa

L'episodio di Gaudo, prologo alla battaglia di capo Matapan, fu la conseguenza di un'operazione messa in atto dal Comando superiore della Regia Marina (Supermarina) nel marzo 1941 in seguito alle richieste dei tedeschi affinché fossero messi sotto pressione i convogli britannici che rifornivano di materiali bellici e truppe le forze alleate in Grecia dai porti egiziani e della Cirenaica (operazione Lustre). Influì sulla decisione anche lo smacco subito pochi mesi prima, quando la Regia Marina non era riuscita a bloccare l'incrocio dei convogli inglesi che portavano rifornimenti a Malta e ad Alessandria d'Egitto, fallimento attribuito al tentennamento dell'ammiraglio Inigo Campioni, poi rimosso da Mussolini dai vertici della Regia Marina.

L'impegno inglese in Grecia era una decisione politica determinata dal non poter abbandonare l'alleato greco senza una grave perdita di immagine.. L'altra preoccupazione britannica era un probabile quanto imminente attacco tedesco nei Balcani in appoggio alle stremate truppe italiane impegnate nella guerra contro la Grecia. Al contrario, i britannici ritenevano poco probabile un consistente impegno della Germania in Africa settentrionale, fatto clamorosamente smentito l'8 marzo dall'annuncio tedesco di affidare il comando del costituendo Deutsches Afrikakorps a Erwin Rommel.

I tedeschi, in particolare, alla conferenza navale di Merano del 13 e 14 febbraio, nella persona dell'ammiraglio Erich Raeder accusarono Supermarina di inattività, rimproverandole un atteggiamento difensivo e dimesso verso i britannici, mentre per contro lo stato maggiore italiano attribuì quest'inattività alla mancanza di nafta che impediva operazioni in forze. Supermarina, il cui principale impegno bellico fino ad allora era stata la scorta ai quotidiani convogli che rifornivano le truppe italiane in Africa settentrionale, in Albania e nel Dodecaneso, sotto la pressione tedesca concretizzatasi in un comunicato consegnato al comando italiano il 19 marzo e consistente in un'analisi che stimava la consistenza della Mediterranean Fleet in una sola nave da battaglia (la HMS Valiant), alcuni incrociatori e poco naviglio sottile, organizzò l'operazione fallita contro il traffico alleato condotta dall'ammiraglio Iachino, riprendendo operazioni propriamente offensive dopo le disastrose conseguenze della Notte di Taranto.

In realtà le altre due corazzate britanniche in forza alla Mediterranean Fleet, la HMS Barham e la HMS Warspite, erano sempre state operative, come si desumeva da foto aeree della ricognizione tedesca scattate nella giornata del 24, ma che secondo una fonte verranno inoltrate a Supermarina solo il 26 classificate come "bassa priorità".. Secondo altra fonte invece. l'ammiraglio Iachino era sufficientemente informato di quali fossero le condizioni di efficienza delle tre corazzate della Mediterranean Fleet. Egli ne ebbe piena conferma proprio quel pomeriggio del 27 marzo, quando in due occasioni, alle 15:19 e alle 16:43, il Vittorio Veneto intercettò, su frequenza 55 kHz, il seguente telegramma trasmesso all'aria dalla stazione radiotelegrafica di Rodi:

Il X Fliegerkorps era frattanto arrivato alle stesse conclusioni, in seguito all'interpretazione delle foto scattate il 26 marzo da un ricognitore Ju 88 della 2(F) 123 e al vaglio del rapporto trasmesso in volo il 27 da un altro Ju 88 della 1(F) 121. Queste informazioni vennero trasmesse a Roma con messaggio n. 644 e quindi pervennero a Maristat, che subito provvide a portarle alla conoscenza di Supermarina e del Comando Supremo, con numero di protocollo 3778. In tale messaggio era riportata una situazione navale dettagliatissima, e sostanzialmente fedele alla realtà dei fatti:

Il piano di Supermarina consisteva nella predisposizione di due rapide incursioni offensive, una a nord e una a sud di Creta, in caccia del traffico alleato. Le navi italiane avrebbero dovuto, se in condizioni di superiorità, attaccare i convogli incontrati e la relativa scorta, ritornando poi rapidamente nelle basi nazionali. Per attuare il suddetto piano Supermarina mise in campo quasi tutte le forze disponibili: la nave da battaglia Vittorio Veneto, due divisioni di incrociatori pesanti e una di incrociatori leggeri, oltre ai cacciatorpediniere di scorta.

L'intera operazione era affidata al fattore sorpresa. Laddove gli italiani fossero stati avvistati prima di arrivare nelle acque di Creta, i britannici avrebbero infatti avuto tutto il tempo di far allontanare eventuali convogli e di intercettare il nemico con la Mediterranean Fleet di stanza ad Alessandria d'Egitto. Infatti gli ordini operativi vennero dattiloscritti dall'ammiraglio Arturo Riccardi, Capo di stato maggiore della Marina, personalmente; ciò nonostante alcune sbavature come la comunicazione del giorno 25 dove era scritto che "mancavano 3 giorni al giorno X" intercettata dagli inglesi, e soprattutto le capacità di decrittazione di Enigma, misero i britannici in condizione di prevenire le mosse italiane, sospendere il traffico mercantile e predisporre l'uscita della squadra navale da Alessandria e di una divisione di incrociatori dal Pireo al comando del viceammiraglio Pridham-Wippell.

Rimasero soltanto due convogli già in essere, lo AG 9 partito il 26 marzo da Alessandria alla Grecia, scortato da due incrociatori leggeri, HMS Calcutta e HMS Carlisle e tre cacciatorpediniere, HMS Defender e HMS Jaguar, e HMAS Vampire, e il GA 8 partito il 29 marzo dalla Grecia e arrivato il 31 marzo ad Alessandria, scortato dall'incrociatore antiaereo HMS Bonaventure e dai cacciatorpediniere HMS Decoy e HMS Juno che proteggevano il cargo norvegese Thermopylae.

Supermarina pose quale condizione indispensabile per il successo dell'operazione la certezza del fattore sorpresa e la continua scorta aerea della propria squadra per tutta la durata della missione. Era stato previsto pertanto l'intervento delle forze aeree nazionali di base in Italia e in Egeo (isola di Rodi) e di quelle tedesche del X CAT (X Corpo Aereo Tedesco o X. Fliegerkorps, unità aerea forte di circa 200 bombardieri e una settantina di caccia) di base in Sicilia. Per favorire il coordinamento aeronavale e per decifrare i messaggi avversari indipendentemente dall'intervento di Supermarina, l'ammiraglio Iachino fece imbarcare sulla sua ammiraglia degli ufficiali di collegamento della Luftwaffe e un gruppo di decrittazione.

La marina italiana non era però attrezzata per gli scontri notturni, mentre la flotta britannica aveva fin dal 1934 affrontato questa eventualità, preparando metodologie ed equipaggi in questo senso; in particolare l'ammiraglio Cunningham aveva fatto svolgere ripetute esercitazioni alla squadra del Mediterraneo. Questa preparazione, unita al diffondersi dell'installazione di radar sulle sue unità navali (mentre quelle italiane ne erano totalmente prive, tanto da non contemplare neppure la possibilità di ingaggiare combattimenti notturni), gli offriva una capacità operativa notturna ineguagliabile dagli italiani.

Ordine di battaglia

La battaglia Le prime mosse

Alle 21:30 del 26 marzo 1941, il Vittorio Veneto lasciò il porto di Napoli con a bordo l'ammiraglio Iachino, scortato dai quattro cacciatorpediniere della X Squadriglia (Maestrale, Libeccio, Scirocco e Grecale): l'ammiraglio stesso aveva deciso di salpare con il favore dell'oscurità per evitare che eventuali agenti nemici segnalassero l'assenza della nave dal porto.. Con il mare calmo e il tempo buono, la formazione italiana iniziò così a inoltrarsi nel Mar Tirreno; il morale degli equipaggi era alto, visto che dopo settimane di stasi la flotta aveva finalmente intrapreso una decisa operazione offensiva.. Quella stessa notte, mentre la squadra italiana era in navigazione alla volta delle acque di Creta, un'unità della Xª Flottiglia MAS mise in atto un audace attacco alla baia di Suda, importante punto di ancoraggio per le navi alleate: superando le ostruzioni, sei barchini esplosivi italiani attaccarono le navi in rada, affondando l'incrociatore pesante HMS York (l'unica unità di questo tipo in quel momento a disposizione di Cunningham nell'area.) e danneggiando gravemente la petroliera Pericles che poco dopo affondò tentando di raggiungere Alessandria.

A Messina la X squadriglia venne rilevata dalla XIII (Granatiere, Fuciliere, Bersagliere e Alpino) e si aggiunse come avanguardia la III Divisione Incrociatori dell'ammiraglio Luigi Sansonetti (Trento, Trieste e Bolzano) scortata dalle tre unità della XII Squadriglia cacciatorpediniere. Attraversato lo stretto di Messina, questa formazione si ricongiunse al resto della squadra italiana al largo della costa orientale della Sicilia: la I Divisione Incrociatori dell'ammiraglio Carlo Cattaneo (Zara, Pola e Fiume) scortata dai quattro cacciatorpediniere della IX Squadriglia e proveniente da Taranto e la VIII Divisione Incrociatori dell'ammiraglio Antonio Legnani (Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) accompagnata dalle due unità della XVI Squadriglia cacciatorpediniere e partita da Brindisihistory.net - Battle of cape Matapan (2) ..

La mattina del 27 marzo le navi italiane navigavano quindi nello Ionio e il tempo era cambiato: la foschia e il vento di scirocco rendevano difficile mantenere la formazione, ma tutte le unità riuscirono a navigare alla velocità prevista; in base agli accordi presi con i tedeschi, un contingente di caccia del X CAT avrebbe dovuto fungere da scorta aerea alla formazione, ma nessun velivolo alleato venne scorto dalle navi italiane. Invece, alle 12:25 il Trieste (che navigava in testa alla formazione) segnalò a Iachino di aver avvistato un idrovolante da ricognizione a lungo raggio britannico tipo Short S.25 Sunderland; poco dopo, la squadra da decrittazione imbarcata sul Vittorio Veneto intercettò il messaggio del ricognitore, il quale segnalava al comando di Alessandria di aver avvistato "tre incrociatori ed un cacciatorpediniere [...] al largo di Capo Passero"..