La cultura villanoviana (X secolo a.C. - VIII secolo a.C.), è una facies della prima Età del ferro, le cui origini vanno ricercate nella cultura protovillanoviana, e rappresenta la fase più antica della civiltà etrusca..
Il nome deriva dalla località di Villanova, frazione del comune di Castenaso nella città metropolitana di Bologna dove, fra il 1853 e il 1855, Giovanni Gozzadini (1810–1887) ritrovò fortuitamente i resti di una necropoli, portando alla luce 193 tombe, di cui 179 a incinerazione e 14 a inumazione; dopo la sua morte i materiali passarono al Museo civico archeologico di Bologna. I reperti degli scavi di Marano di Castenaso sono esposti invece nel MUV - Museo della civiltà Villanoviana, a Villanova di Castenaso, che documenta anche la scoperta di Gozzadini.
Storia degli studi Il nome viene dalla necropoli a incinerazione che Gozzadini scoprì per caso a Villanova nel 1853. Con il termine villanoviano Gilda Bartoloni indica un insieme di consuetudini e di forme della cultura materiale proprie della regione che in età storica sarà etrusca: un'area che taglia obliquamente la penisola, dalla parte orientale della pianura padana fino al Tirreno centrale e al Tevere, e che di lì si allargò verso la Campania. Coniato per le tombe di Villanova, il nome passò poi ai complessi funerari dello stesso tipo scoperti a Bologna, a Tarquinia, a Bisenzio e in altri siti dell'Etruria tirrenica, e infine agli abitati che si andavano scoprendo accanto a quelle necropoli..
Fra Ottocento e Novecento il Villanoviano entrò nel dibattito sull'origine degli Etruschi, e ogni scuola lo lesse in funzione della propria tesi. Wolfgang Helbig nel 1879 e Luigi Pigorini nel 1882 pensarono a una discesa degli Etruschi dal nord;. nel 1885 Edoardo Brizio riconobbe invece nei cremazionisti villanoviani gli Umbri, di stirpe indoeuropea, e negli Etruschi degli invasori giunti dall'Oriente con una cultura orientalizzante.. Massimo Pallottino respinse queste equazioni fra rito ed etnia: la differenza fra inumazione e cremazione non permetteva di distinguere popoli diversi, e gli Etruschi andavano intesi come il risultato di un processo di formazione.. Per Simon Stoddart è questo l'approccio tradizionale al problema delle origini: su questa base la maggior parte degli studiosi ammette che i mutamenti politici fossero già avviati all'inizio del I millennio a.C. e che si siano intrecciati con gli sviluppi del resto del Mediterraneo, senza esserne causati..
Storia
Durante la prima Età del ferro, tra il X e l'VIII secolo a.C., l'aspetto villanoviano caratterizzò l'Etruria tirrenica (Toscana e Lazio), l'Emilia-Romagna (in particolare, la zona di Bologna e Verucchio nel Riminese), le Marche (Fermo, nucleo del tutto isolato in area picena), la Campania (Capua, Capodifiume, Pontecagnano, Eboli, l'Arenosola, Sala Consilina).. Emerse dalla precedente cultura proto-villanoviana, che nel Bronzo finale si era diffusa in ampie parti d'Italia, dalle Alpi fino all'estremità nord-orientale della Sicilia. Fra le due fasi Marco Pacciarelli riconosce una continuità culturale locale così evidente da escludere, a suo giudizio, che il villanoviano sia nato dall'arrivo di un popolo nuovo.. La tradizione etrusca faceva nascere il nomen in un momento che corrisponde all'XI o al X secolo a.C.: secondo Marco Terenzio Varrone, citato da Censorino e da Servio Mario Onorato, i libri rituales ne fissavano la durata in dieci secoli, e Adriano Maggiani osserva che il computo, preso alla lettera, porta all'incirca al X secolo a.C., cioè alla fine dell'età del bronzo...
Dal Bronzo finale all'età del ferro
Sotto l'etichetta di protovillanoviano la ricerca distingue gruppi regionali. Per l'Italia centrale tirrenica Maggiani ne individua due che anticipano la divisione storica fra Etruria meridionale e settentrionale: il gruppo di Tolfa-Allumiere, fra il Tevere e una linea che da Bisenzio va a Sovana e al Fiora, e il gruppo di Chiusi-Cetona, esteso alla Toscana interna e all'Umbria fino a Perugia e Spoleto..
Nel Bronzo finale l'Etruria meridionale era punteggiata di villaggi: almeno settanta sicuri, per lo più su alture o piccoli pianori di tufo naturalmente difesi, di circa 5 ettari, alla confluenza di due corsi d'acqua. Dalle distanze fra un abitato e l'altro Pacciarelli ricava per ciascuno un territorio di 10-30 km².. Questo assetto fitto e frammentato venne meno con il passaggio all'età del ferro, quando la popolazione abbandonò gran parte dei villaggi e si raccolse su pochi grandi pianori, quelli delle future città.
Per le aree esterne all'Etruria propria il quadro è diverso da regione a regione. Per la pianura padana la rapida concentrazione della popolazione a Bologna fu a lungo spiegata con l'arrivo di Etruschi dall'area tirrenica, come ritenevano Hugh O'Neill Hencken e Mario Torelli, e nel 2012 Bartoloni considerava ancora verosimile la presenza di genti etrusche in tutte le propaggini villanoviane.. Giuseppe Sassatelli osserva invece che il villanoviano compare a nord dell'Appennino negli stessi anni che in area tirrenica, e che il popolamento dell'età del bronzo, più solido di quanto si credesse, ebbe un peso rilevante, forse decisivo, nella formazione di Bologna: gruppi etruschi giunsero certamente dal Tirreno, ma il loro contributo fu minore di quanto si pensava.. Per la Campania meridionale si continua invece a pensare a gruppi giunti dall'Etruria meridionale: Bartoloni indica in Tarquinia il probabile luogo d'origine del gruppo di Pontecagnano, e Teresa Cinquantaquattro e Carmine Pellegrino preferiscono la tesi di una migrazione, forse per mare.
La formazione dei centri protourbani
Nel X secolo a.C. il sistema dei villaggi dell'Etruria meridionale entrò in crisi e oltre il 90% degli abitati fu abbandonato in breve tempo; non seguì un vuoto, come nella pianura padana meridionale dopo la fine delle terramare, ma un ordinamento territoriale nuovo. La popolazione si concentrò su pochi pianori circa trenta volte più estesi di un villaggio medio dell'età del bronzo: i quattro maggiori, vicini alla costa, misuravano fra 125 e 175 ettari e corrispondono a Veio, Caere, Tarquinia e Vulci; nell'interno sorsero Volsinii e Bisenzio, di circa 80 ettari.. Le cifre indicano l'estensione dei pianori, non l'area abitata: all'inizio dell'età del ferro i pianori erano occupati da contrade distanziate, con ampi spazi lasciati a coltivazioni e pascoli.. Gilda Bartoloni parla di «una sorta di processo sinecistico»: a Vulci confluirono le genti dei distretti del Fiora e dell'Albegna, a Veio quelle stanziate fra il lago di Bracciano e il Tevere.. Maggiani definisce il fenomeno «traumatico ed epocale», anche perché si manifestò nello stesso momento su tutto il territorio della futura Etruria, e ne riconosce gli esempi anche al nord, a Populonia, Volterra, Chiusi e Vetulonia..
Villanoviano ed Etruschi L'area della cultura villanoviana coincide quasi del tutto con quella che le fonti antiche attribuiscono all'Etruria, anche per questo il villanoviano è riconosciuto come la fase più antica della civiltà etrusca.. Considerato che in nessuna grande città etrusca si constata uno sconvolgimento, un cambiamento improvviso o una frattura fra l'VIII (villanoviano evoluto) e il VII secolo a.C. (orientalizzante) ma, piuttosto, una continuità, anche Giovannangelo Camporeale. e Jean-Paul Thuillier hanno ribadito che i Villanoviani possono essere considerati Etruschi e, più specificatamente, la prima fase della civiltà etrusca. Nell'edizione del 2015 del suo manuale Camporeale fonda questa continuità su due dati: la popolazione dei centri, per quanto se ne può stimare dalle necropoli, non subisce salti dall'una all'altra fase, e i sepolcreti orientalizzanti, come con ogni probabilità gli abitati, continuano di norma nello stesso luogo quelli villanoviani. Ne ricava che le comunità portatrici della cultura villanoviana in Etruria si possono dire etrusche anche senza la prova delle iscrizioni, che nell'Etruria propria compaiono ai primi del VII secolo a.C.. Per Bologna Sassatelli osserva che i sepolcreti villanoviani e orientalizzanti, con oltre 4.000 tombe databili fra la fine del X e gli inizi del VI secolo a.C., si allargano gradualmente dalla città verso la campagna, e che l'abitato resta sempre nello stesso luogo; ne deduce che, pur fra trasformazioni storiche e culturali profonde, non vi furono mutamenti etnici.. A Bologna, inoltre, la scrittura etrusca è in uso dalla fine dell'VIII secolo a.C., in un momento che nel distretto emiliano prosegue senza stacchi le fasi precedenti e per questo si chiama ancora villanoviano..
Periodizzazione e cronologia Per l'Etruria la cultura villanoviana si divide in due fasi, che corrispondono alla prima età del ferro: il Villanoviano I, o antico, nel IX secolo a.C. (925/900-820/800 a.C.), e il Villanoviano II, o evoluto, nell'VIII secolo a.C. (820/800-725/720 a.C.).. Queste date tradizionali, fondate sui confronti con la ceramica greca, derivano dall'opera del 1959 in cui Hermann Müller-Karpe correlò, sulla base dei bronzi, le sequenze locali italiane con quelle della Cultura dei campi di urne a nord e a sud delle Alpi. Secondo Bartoloni il passaggio dalla prima alla seconda fase cade intorno al 780/770 a.C., data fissata dalle ceramiche corinzie ed euboiche trovate nei contesti indigeni, mentre il termine della seconda fase, che apre al fenomeno orientalizzante, va alzato al 730/720 a.C..
Da quando la dendrocronologia ha datato gli abitati su palafitte dei laghi svizzeri, la cronologia europea dell'età del bronzo e del ferro è stata rivista, e con essa quella italiana; le datazioni radiometriche ottenute in Italia, al Gran Carro sul lago di Bolsena e, nel Lazio, a Fidenae e a Satrico, vanno nella stessa direzione. Su questa base Pacciarelli ha proposto nel 2001 per l'Italia tirrenica una cronologia più alta: il Bronzo finale si chiude nel 950/925 a.C., la prima fase dell'età del ferro arriva all'850/825 a.C. e la seconda al 730/725 a.C.. Quest'ultima data coincide in sostanza con quella tradizionale ed è accolta dalla maggior parte degli studiosi... La cronologia alta è adottata in molte sintesi successive, come quelle di Pacciarelli e di Alessandro Naso nel manuale Etruscology del 2017, di Stoddart nel 2020 e, per Bologna, di Riccardo Vanzini nel 2023 e di Sassatelli nel 2024, e nel 2023 Vanzini registra un accordo abbastanza largo nel non scendere oltre il 950 a.C. per il passaggio fra Bronzo finale e ferro.. Bartoloni nel 2012 e Camporeale nel 2015 restano invece alla cronologia tradizionale: per la fase evoluta, ricca di ceramica greca importata, le date alte si scontrano con la cronologia storica dell'Egeo..
Il Villanoviano II vede cambiamenti radicali, testimonianze del contatto con la civiltà ellenica e del commercio con il nord lungo la via dell'ambra. Alla sua fine gli Etruschi, in particolare l'Etruria meridionale, entrano nel periodo orientalizzante, che gli studiosi collocano concordemente nel VII secolo a.C. Per le aree più settentrionali del mondo etrusco, come l'Etruria padana e in particolare l'area bolognese, si usano sequenze più lunghe, perché in Emilia il Villanoviano prosegue senza fratture fino alla fine dell'VIII secolo a.C.. Nel 2024 Sassatelli, raccogliendo gli studi di Anna Dore e di Vanzini, fa cominciare il Villanoviano bolognese subito dopo la metà del X secolo a.C. e chiama orientalizzante la fase che segue il Villanoviano III, dagli ultimi decenni dell'VIII secolo a.C..
+ Principali sistemi cronologici del Villanoviano Sistema Villanoviano I Villanoviano II Villanoviano III Fase successiva Cronologia tradizionale (Etruria) 925/900-820/800 a.C. 820/800-725/720 a.C. Orientalizzante dal 725/720 a.C. circa Cronologia alta (Etruria), Pacciarelli 2001 950/925-850/825 a.C. 850/825-730/725 a.C. Orientalizzante dal 730/725 a.C. Bologna, Sassatelli 2024 925-820 a.C. 820-770 a.C. 770-720 a.C. Orientalizzante 720-580 a.C.
Caratteristiche
Rituale funerario