Nella vita privata ebbe numerosi mariti ed amanti, si dedicò a svariate attività, fra le quali primeggiarono gli esperimenti di alchimia e la passione per la caccia e la danza. Negli affetti familiari fu un'attenta e amorevole educatrice per i suoi numerosi figli, dei quali solo l'ultimo, il famoso capitano di ventura Giovanni delle Bande Nere (nato Ludovico de' Medici), ereditò dalla madre la forte personalità.
Difese i suoi domini di Imola e Forlì dalle truppe franco-pontificie del condottiero Cesare Borgia, al quale però dovette arrendersi dopo una strenua resistenza che le valse il nome di «Tigre di Forlì». Dopo una prigionia a Roma venne liberata, andando infine a condurre una vita ritirata a Firenze.
Biografia
L'infanzia alla corte di Milano
Figlia illegittima (poi legittimata) del duca Galeazzo Maria Sforza e dell'amante Lucrezia Landriani, si ritiene che Caterina abbia vissuto i primi anni della sua vita nella famiglia della madre naturale. Il rapporto tra madre e figlia non fu mai interrottoGraziani, Venturelli, p. 10: Lucrezia infatti seguì la crescita di Caterina e le fu sempre accanto nei momenti cruciali della sua vita, anche negli ultimi anni che lei trascorse nella città di Firenze.
Solo dopo essere diventato Duca di Milano nel 1466 alla morte del padre Francesco, Galeazzo Maria Sforza fece trasferire a corte i suoi quattro figli Carlo, Chiara, Caterina e Alessandro, tutti avuti da LucreziaLa società di quei tempi considerava il fatto di avere molti figli come un pregio, anche se essi erano naturali e non legittimi: spesso, infatti, come nel caso di Caterina e dei suoi fratelli, venivano legittimati. (Brogi, p. 24), i quali vennero affidati alla nonna Bianca Maria e, in seguito, tutti adottati da Bona di Savoia, sposata dal Duca nel 1468Matrimonio proposto da Bianca Maria Visconti a Lodovico di Savoia, padre di Bona, che mise fine all'inimicizia tra le due famiglie. I Savoia infatti avevano pretese sul governo di Milano già dalla morte di Filippo Maria Visconti, il quale aveva sposato Maria di Savoia. (Brogi, p. 18 e p. 21).
Alla corte sforzesca, frequentata da letterati e artisti, dove vi era un clima di grande apertura culturale, Caterina e Chiara ricevettero, secondo le usanze dell'epoca, lo stesso tipo di istruzione dei loro fratelli maschi: di stampo umanistico, costituita dallo studio della lingua latina e dalla lettura delle opere classiche, presenti in gran quantità nella fornitissima biblioteca ducale.
Caterina in particolare apprese dalla nonna paterna i capisaldi delle doti che dimostrerà in seguito di possedere, soprattutto la sua predisposizione per il governo e per l'uso delle armi, con la consapevolezza di appartenere a una stirpe di gloriosi guerrieri. Della madre adottiva ricorderà, per lungo tempo, il grande affetto che Bona di Savoia dimostrò ai figli che il marito ebbe prima di sposarla, confermato dal carteggio intercorso tra lei e Caterina dopo che quest'ultima ebbe lasciato la corte milanese.
La famiglia ducale risiedeva sia a Milano sia a Pavia e spesso soggiornava a Galliate o a Cusago dove Galeazzo Maria si dedicava alle battute di caccia e dove molto probabilmente la figlia imparò lei stessa a cacciare, passione che la accompagnerà poi per tutta la vita.
Il primo matrimonio Nel 1473 fu organizzato il matrimonio di Caterina con Girolamo Riario, figlio di Paolo Riario e di Bianca della Rovere, sorella di papa Sisto IV. Sostituì la cugina Costanza Fogliani, all'epoca undicenne, la quale, secondo alcune fonti storicheGraziani, Venturelli, p. 21, venne rifiutata dallo sposo perché la madre della fanciulla, Gabriella Gonzaga, pretendeva che la consumazione del matrimonio avvenisse solo al compimento dell'età legale della figlia, che allora era di quattordici anni, mentre per Caterina, nonostante al momento avesse solo dieci anni, si acconsentì alle pretese dello sposo; altre fonti inveceBrogi, p. 31, riportano che il matrimonio di Caterina e Girolamo venne celebrato nel 1473, ma consumato solo dopo il compimento del tredicesimo anno della sposa, senza aggiungere le cause che fecero fallire le trattative per il matrimonio di Costanza.
A Girolamo, Sisto IV aveva procurato la signoria di ImolaImola era stata sottratta dagli Sforza a Taddeo Manfredi, feudatario pontificio, e ora veniva restituita a Sisto IV a patto che venisse assegnata al marito di Caterina e ai suoi eredi. Costituiva parte della dote nuziale di Caterina. (Brogi, p. 35), già città sforzesca, nella quale Caterina entrò solennemente nel 1477. Dopo di che raggiunse il marito a Roma, fermandosi precedentemente per sette giorni nel paesino di Deruta, tra Todi e Perugia. A Roma Girolamo Riario, originario di Savona, viveva già da diversi anni al servizio del Papa, suo zio.
Il primo soggiorno a Roma Roma alla fine del XV secolo era una città in fase di transizione tra il periodo medioevale e quello rinascimentale, del quale sarebbe poi diventata il più importante polo artistico, e Caterina, quando vi giunse nel maggio del 1477, trovò un ambiente culturalmente molto vivace.
Mentre Girolamo si occupava della politica, Caterina si inserì rapidamente, con il suo atteggiamento disinvolto e amabileGraziani, Venturelli, p. 38, nella vita dell'aristocrazia romana fatta di balli, pranzi e battute di caccia, alle quali partecipavano artisti, filosofi, poeti e musicisti provenienti da tutta Europa. Ella, come è dimostrato dalla corrispondenza di quel periodo, si sentì subito molto importante nel suo nuovo ruolo: era infatti ammirata come donna fra le più belle ed eleganti e lodata affettuosamente dall'intera cerchia sociale, compreso il Papa, e ben presto si trasformò da semplice fanciulla adolescente in una ricercata intermediaria fra la corte di Roma e non solo quella di MilanoDopo l'assassinio di Galeazzo Maria Sforza, avvenuto nel 1476, Ludovico Maria Sforza, fratello di Galeazzo e detto il Moro, complottò per ottenere la reggenza del Ducato di Milano da Bona di Savoia, madre del nuovo duca Gian Galeazzo, allora di sette anni. Il ducato era in quegli anni nelle mani di Cicco Simonetta, consigliere di fiducia di Bona. Ludovico e il fratello Sforza Maria cercarono di conquistarlo con le armi, ma Sforza Maria morì (forse avvelenato) a Varese Ligure, e Ludovico fu costretto all'esilio. L'anno dopo però si riconciliò con Bona e riuscì a far condannare a morte il Simonetta. Nel 1480 obbligò Bona a lasciare Milano per il castello di Abbiate (oggi Abbiategrasso) e assunse la reggenza in nome del nipote., ma anche le altre corti italiane.
A Girolamo intanto, dopo la morte prematura del fratello, il cardinale Pietro Riario, Sisto IV riservòBrogi, p. 33 una posizione di primo piano nella sua politica di espansione ai danni soprattutto della città di Firenze. Egli aumentava di giorno in giorno il suo potere e anche la sua crudeltà nei confronti dei nemiciNumerose sono le cronache giunte fino a noi dove si accusa Girolamo di avere congiurato contro la famiglia Medici e di avere fatto imprigionare e condannare a morte, senza nessuno scrupolo, membri della famiglia Colonna. (Graziani, Venturelli, p. 44). Nel 1480 il Papa, per ottenere un forte dominio in terra di Romagna, assegnò al nipote la signoria, rimasta vacante, di Forlì, a scapito della famiglia Ordelaffi. Qui il nuovo Signore cercò di guadagnarsi il favore popolare con una politica di costruzione di opere pubbliche e abolendo parecchie tasse.
A Forlì e ad Imola
L'ingresso trionfale dei Riario-Sforza L'arrivo dei nuovi signori a Forlì fu preceduto dall'arrivo dei loro beni che sfilarono per otto giorni a dorso di muli ricoperti da panni d'argento e d'oro e dallo stemma inquartato con la rosa dei Riario e la vipera (o drago) dei Visconti seguiti da carri colmi di forzieri. I commissari della città andarono incontro a Girolamo e Caterina intercettandoli a Loreto e il 15 luglio 1481 il corteo giunse ad un miglio dalla città. Qui furono accolti sotto un baldacchino da fanciulli vestiti di bianco sventolanti rami di ulivo e da giovani esponenti della nobiltà abbigliati con vesti d'oro. Giunti presso Porta Cotogni incontrarono il vescovo Alessandro Numai e gli furono offerte le chiavi della città. Entrati in città venne loro incontro un carro allegorico pieno di fanciulli rappresentanti le Grazie e presso la piazza del comune trovarono che era stata allestita una finta giraffa a grandezza naturale. Il corteo passò sotto un arco trionfale con le allegorie della Fortezza della Giustizia e della Temperanza poi proseguì sino alla Cattedrale di Santa Croce dove Girolamo fu preso a braccia e trasportato in chiesa dove si recitò il Te Deum. Usciti di chiesa si portarono di nuovo alla piazza del comune dove Caterina fu trasportata a braccia sin nei saloni da un gruppo di popolani. Girolamo Riario confermò le esenzioni già promesse e vi aggiunse quella dalla tassa del grano. Seguì un rinfresco a base di torte e confetti ed un ballo. Il giorno seguente fu indetta una giostra a cui parteciparono i nobili romani al seguito del Riario e una rievocazione della cattura di Otranto da parte dei turchi avvenuta nell'agosto dell'anno precedente, a cui parteciparono 240 uomini. Il 12 agosto i Riario-Sforza entrarono ad Imola dopo essere stati ricevuti dalle autorità cittadine sulle sponde del Santerno.
Il viaggio diplomatico a Venezia
Il 2 settembre 1481 i Riario-Sforza partirono alla volta di Venezia. Il motivo ufficiale era il tentativo di coinvolgere la Serenissima nelle operazioni militari promosse da Sisto IV contro i turchi che avevano catturato Otranto. La reale motivazione della missione diplomatica era invece quella di convincerla ad allearsi con il pontefice per cacciare gli Estensi da Ferrara, che sarebbe stata inclusa nei domini del Riario, ottenendo in cambio Reggio e Modena. Ercole d'Este infatti, pur essendo formalmente vassallo della Chiesa, era stato uno dei condottieri al servizio dei Medici contro le truppe papaline e per questo aveva subito la scomunica. Al contempo il duca ferrarese era inviso ai veneziani per il matrimonio con Eleonora d'Aragona, che ne aveva rafforzato i rapporti con il Regno di Napoli, loro nemico.
Il corteo si imbarcò a Ravenna e dopo aver oltrepassato Chioggia raggiunse Malamocco dove fu accolto dal doge Giovanni Mocenigo sul bucintoro insieme a ben 115 nobildonne veneziane vestite sfarzosamente ed ornate di gioielli. Come spesso erano soliti fare, i veneziani non badarono a spese e trattarono con ogni riguardo i loro ospiti senza però accettare la loro proposta. L'anno successivo la Serenissima cercò di sottrarre Ferrara agli Estensi fallendo nel tentativo ma riuscendo comunque ad assicurarsi Rovigo e le saline del Polesine.
La fallita congiura degli artigiani Nell'ottobre del 1480 era stata ordita una congiura da due preti e da due parenti del castellano di Forlì (supportati da 60 uomini armati) a danno di questi al fine di ottenere il controllo della rocca di Ravaldino e consegnarla agli Ordelaffi. Girolamo e Caterina, benché formalmente signori della città, non ne avevano ancora preso possesso e in quei mesi si trovavano a Roma. Il piano fallì in quanto un terzo prete riferì ogni cosa al governatore della città che ne informò il Riario. I due parenti del castellano furono impiccati l'uno alla Porta Schiavonia e l'altro alla rocca mentre i due preti furono esiliati nelle Marche ed in seguito liberati.
Un mese dopo gli Ordelaffi ordirono una seconda congiura. Il 13 dicembre tre carri pieni di armi ricoperte di paglia si sarebbero dovuti presentare davanti alla Porta Schiavonia, avrebbero dovuto prenderne possesso e si sarebbero dovuti introdurre in città sollevando il popolo in favore degli spodestati signori di Forlì. Ancora una volta la congiura fu scoperta e il 22 dicembre cinque uomini furono impiccati alle finestre del Palazzo Comunale e altri tre furono banditi dalla città per poi essere graziati dal Riario.