La politica agraria del fascismo italiano comprende l'insieme di obiettivi ed azioni politiche, riforme legislative, ed il complesso dei provvedimenti progettati e/o messi in atto in Italia nel campo agrario durante il fascismo. Dopo la Prima Guerra Mondiale, forti tensioni sociali e scontri interessarono anche le zone rurali. Il nascente movimento fascista giocò un ruolo fondamentale nel reprimere le istanze socialiste nelle campagne con l'appoggio dei piccoli e grandi proprietari terrieri. Dopo la salita al potere, le politiche agricole fasciste perseguirono obiettivi in risposta ai gruppi di interesse principali e al ciclo economico. Alcune misure miravano a garantire i redditi dei proprietari terrieri e ridurre i costi di gestione; il regime favorì anche forme di conduzione agricola stabili come la mezzadria e promosse l'intensificazione del lavoro dei coloni e dei braccianti.

La "battaglia del grano" del 1925 fu una grande campagna per raggiungere l'autosufficienza nella produzione di cereali, con l'obiettivo di migliorare l'economia agricola e rafforzare la posizione della lira. Nel 1928, Mussolini avviò un piano di "bonifica integrale" per recuperare terre incolte e migliorare l'occupazione nelle campagne. Tuttavia, i fondi stanziati non furono sufficienti e molti progetti non furono completati. La resistenza dei grandi proprietari terrieri ostacolò i progetti più innovativi, mantenendo la disparità tra nord e sud. Il settore agricolo del meridione soffrì particolarmente durante il periodo, per effetto delle scelte politiche e del contesto economico internazionale.

Su scala nazionale, nel breve periodo, le politiche agrarie fasciste ottennero risultati positivi soprattutto nella produzione di cereali, ma a lungo termine ostacolarono lo sviluppo di un'agricoltura intensiva e non riuscirono a trasformare radicalmente il settore agricolo. Furono anche poco efficaci nel contrastare il collasso dei consumi alimentari degli italiani, causato dalla crisi economica degli anni 1930. Avvento e consolidamento del fascismo

Situazione alla fine della prima guerra mondiale

La Prima Guerra Mondiale diede un forte impulso alla crescita del settore industriale a scapito di quello agricolo, influenzando le politiche economiche e gli investimenti pubblici e privati. D'altro canto la forte inflazione causata dal conflitto cancellò molti debiti e ipoteche: questo permise a ex mezzadri e piccoli affittuari di acquistare terre e diventare proprietari. Dal 1919, molti contadini divennero così coltivatori autonomi.. I proprietari terrieri che non erano agricoltori e i braccianti trovarono pochi vantaggi dalla situazione. Nello stesso tempo, l'Italia aveva aumentato il proprio fabbisogno di importazioni di prodotti agricoli.Preti, Domenico. "La politica agraria del fascismo: note introduttive." Studi storici 14.4 (1973): 802-869.

Dopo la guerra, i lavoratori giornalieri mostrarono grande spirito combattivo, specialmente nelle regioni della pianura padana. Dietro una generale spinta verso una cosiddetta "socializzazione della terra", tra il 1919 e il 1920, il principale sindacato agricolo, la Federterra, riuscì a coordinare le azioni dei lavoratori giornalieri e dei piccoli affittuari. La Federterra ottenne crescenti concessioni dai grandi proprietari terrieri e dai grandi affittuari, con l'obiettivo di rendere i contratti agricoli così onerosi da indurli a cedere la gestione delle loro terre alle organizzazioni dei lavoratori. In Emilia, Lombardia e Veneto, i nuovi piccoli proprietari preferirono spesso allearsi con i grandi proprietari terrieri per sfuggire al controllo sindacale e migliorare le proprie condizioni lavorative. Nel frattempo, i sindacati perseguivano una politica di "bracciantizzazione" che mirava a integrare i piccoli affittuari e mezzadri come lavoratori salariati. Questa politica si scontrò con il desiderio dei contadini di possedere piccole proprietà individuali. In alcune aree, i braccianti, che volevano socializzare le terre, si trovarono isolati dal resto della popolazione contadina.

Nelle regioni meridionali, la fame ancestrale di terra dei contadini, stimolata dalle promesse della propaganda degli ultimi mesi di guerra, portò a occupazioni disordinate delle proprietà. Il governo tentò di regolare queste occupazioni attraverso i decreti Visocchi del settembre 1919, senza però attuare una riforma agraria organica: le assegnazioni vere e proprie furono di poco conto.

In questa fase di forti tensioni e trasformazioni sociali, che passa sotto il nome di biennio rosso, crebbero il confronto e gli scontri tra le leghe sindacali bianche e rosse e i grandi proprietari terrieri. Nel 1920 a Roma le due principali associazioni di proprietari terrieri ( la Società degli Agricoltori Italiani e la Confederazione Nazionale Agraria) si riunirono in Confagricoltura (Confederazione Generale dell'Agricoltura). Tuttavia, a differenza degli industriali, i proprietari terrieri non riuscirono a formare un fronte coeso di interessi. Settori più consapevoli politicamente dell'imprenditoria agricola cercarono soluzioni alternative. Fascismo e relazioni agrarie La relazione tra il movimento fascista e coloro che avevano in mano l’economia agraria, la cosiddetta classe agraria, giocò un ruolo importante nell’ascesa del Fascismo. Durante le tensioni del Bienno Rosso, entro la fine del 1920, i proprietari terrieri del nord e del centro Italia volevano eliminare l'influenza delle leghe contadine, delle cooperative rurali e del diffuso controllo socialista sui governi locali. Nel 1921 e 1922 temevano che la sinistra socialista e il nascente Partito Comunista potessero riprendersi se la pressione fosse allentata..

I fascisti ricevettero sostegno finanziario e logistico dai proprietari terrieri e dalle autorità militari per condurre spedizioni punitive contro i socialisti, mentre promettevano alle élite agrarie e industriali di non alterare lo status quo del settore agricolo, ma solo la distribuzione del potere politico. Il movimento fascista aveva due obiettivi principali nelle campagne italiane: attrarre mezzadri e coloni desiderosi di ottenere terre individualmente, e distruggere il potere delle organizzazioni sindacali come le camere del lavoro e la Federterra. Entro la fine del 1921, i fascisti avevano condotto numerose azioni violente, tra cui invasioni, saccheggi, incendi e scioglimenti forzati di cooperative e enti di consumo. Molti dirigenti socialisti furono aggrediti o uccisi dalle squadre fasciste.

Il fascismo rurale era molto organizzato e intransigente, ma riuscì a prevalere grazie alla complicità di alcuni organi di governo locali e delle forze dell'ordine. Inoltre, i socialisti massimalisti, nonostante le dichiarazioni rivoluzionarie, non erano in grado di opporsi efficacemente ai fascisti né considerarono l'opportunità di cercare il supporto dei mezzadri, fittavoli e piccoli coltivatori del centro-nord Italia, che invece spesso sostenevano il movimento fascista o si allontanavano dai sodalizi cattolici.

Con l’avvento del fascismo al potere, le politiche agricole fasciste beneficiarono principalmente i grandi proprietari terrieri e le aziende agroalimentari del Nord Italia, eliminando la minaccia delle leghe contadine socialiste. Dopo il consolidamento del regime, la relazione col mondo agrario rimase cruciale. Le organizzazioni sindacali fasciste contadine furono deboli rispetto alle associazioni agrarie. Il fascismo rurale trovò sostegno anche tra piccoli proprietari terrieri e affittuari che risentivano dell'influenza socialista, mentre nelle province con forti organizzazioni socialiste (specialmente al nord) la repressione fascista fu particolarmente vigorosa. Nel 1923 il governo abrogò le leggi che nel 1919 avevano introdotto le prime misure di sicurezza sociale ai lavoratori agricoli.

Politiche Orientamenti generali

La politica agraria del regime fascista si richiamava formalmente ai principi originali del movimento di compartecipazione e solidarietà tra capitale e lavoro. Proponeva come obiettivi generali il garantire i redditi dei proprietari terrieri e ridurre i costi di gestione, oltre i benefici della meccanizzazione che cominciava a diffondersi. Il regime puntava a intensificare il lavoro dei coloni e dei braccianti. Inoltre, incoraggiava il ritorno ai contratti di piccolo affitto e di mezzadria.

L'evoluzione delle politiche per il settore agricolo fu in realtà influenzata dai cicli economici del periodo: dalla fine della guerra al 1926 ci fu una ripresa economica e forte inflazione. Durante la fase liberista, il governo Mussolini cercò di razionalizzare il mercato e la distribuzione per contenere i prezzi. Nel 1926 il governo rivalutò la lira, causando un collasso dei prezzi (deflazione). La grade depressione del 1929 raggiunse anche l'Italia e causò una crisi economica profonda, con forte disoccupazione, che avviò scelte di economia autarchica. Successivamente, la preparazione alla guerra divenne il principale obbiettivo.

Dopo la svolta monetaria deflattiva del 1925-1926, i prezzi agricoli crollarono (ad esempio, il prezzo del grano scese da 200 a 140 lire al quintale tra il 1926 e il 1927), portando a una riduzione degli investimenti privati nelle campagne. Di conseguenza, il regime favorì le forme di conduzione agricola più stabili e tradizionali, come la colonia e la mezzadria. Questo approccio portò a una maggiore frammentazione delle terre, favorendo la creazione di piccole proprietà contadine e la crescita dell'area complessiva destinata alla produzione di autoconsumo. Secondo i censimenti, le categorie degli affittuari e dei mezzadri aumentarono: gli affittuari passarono dal 7% al 18% tra il 1921 e il 1936, mentre i mezzadri salirono dal 15% al 19%.

La crisi degli anni '30 colpì pesantemente l'agricoltura, in Italia come altrove. Gli investimenti pubblici favorirono (come in altri paesi) la ripresa industriale. In campo agricolo prevalsero misure per promuovere l’autosufficienza alimentare e la produzione nazionale di cereali, compromettendo il riavvio delle esportazioni, rimodellando le coltivazioni e riorganizzando la distribuzione tramite un crescente ruolo statale. In questo periodo, il potere d’acquisto delle fasce sociali più basse si deteriorò, riducendo i consumi. Per evitare i costi dell’intermediazione commerciale, il governo fascista regolamentò la distribuzione, riducendo la presenza privata e potenziando le istituzioni cooperative come la Federconsorzi. Con l'avvio dell'autarchia nel 1936 e la "disciplina totalitaria dei prezzi", il governo bloccò i prezzi. La partecipazione dell'Italia alla guerra accentuò questa tendenza statalista del settore agricolo, ma non riuscì a impedire la diffusione del mercato nero e l’aumento dei prezzi.Ciuffoletti e Rombai. Introduzione. In

Battaglia del grano

Nel 1925, l'Italia affrontava un crescente deficit nella bilancia commerciale a causa delle importazioni di grano, che costituivano il 15% del totale delle importazioni. Il governo Mussolini stava preparando un ri-orientamento della politica economica, volto al rientro della lira nel sistema dei pagamenti internazionali e al rafforzamento delle industrie avanzate..

In questo contesto Mussolini lanciò la "battaglia del grano", una campagna sostenuta da propaganda di massa volta a raggiungere l'autosufficienza nella produzione cerealicola. Questa iniziativa aveva due scopi strettamente collegati: da un lato, migliorare l'economia agricola riducendo le importazioni di grano e, dall'altro, rafforzare la posizione della lira sul mercato internazionale. La battaglia del grano è stata una delle prime grandi campagne propagandistiche del regime fascista, enfatizzando l'importanza dell'autosufficienza agricola per la stabilità economica nazionale e l'indipendenza politica.