Lintelligenza collettiva è un concetto diffuso dallo studioso francese Pierre Lévy. Ad esso ha dedicato il libro L'intelligenza collettiva. Per un'antropologia del cyberspazio (1994). Nel saggio, Levy ripercorre le riflessioni e le indagini che ha condotto a partire dai primi anni novanta presso il centro di ricerca sull'intelligenza collettiva dell'Università di Ottawa. Sebbene il termine sia stato definito per la prima volta da Douglas C. Engelbart nel 1962, in un articolo dal titolo Augmenting Human Intellect. A Conceptual Framework, Pierre Levy è colui che maggiormente ha approfondito e studiato le potenzialità di questa capacità umana, contribuendo alla sua divulgazione in ambito sociologico.

Origini del concetto

L'origine del concetto di intelligenza collettiva viene fatto risalire al famoso teorema della giuria elaborato nel 1785 dal marchese Nicolas de Condorcet nel testo Trattato sull'Applicazione dell'Analisi alla Probabilità delle Decisioni a Maggioranza. Tale teorema giustificava la necessità del principio maggioritario che caratterizza i governi democratici, in quanto sosteneva che, se in un gruppo aumentano le persone con buona possibilità di prendere la decisione giusta, cresce anche la probabilità di arrivare alla soluzione migliore.

L'idea dell'esistenza di un'intelligenza non meramente individuale, ma posta al di sopra del singolo, fu concepita per la prima volta da Karl Marx, nel suo concetto di general intellect elaborato nei Grundrisse tra il 1857-1858. Con il concetto di general intellect Marx individuava un genere di lavoro astratto, di tipo sociale, che ha le sue basi nella conoscenza impersonale sedimentata nella società stessa e nel retroterra culturale in cui si trovano ad operare i singoli individui. Una forza lavoro cognitiva e mentale, che esprimeva le capacità creative collettive. Il sapere, per Marx, si accumulava nella società e prendendo atto di questa forza poteva rimettere in discussione i rapporti sociali, basati sul singolo.

Ulteriore precursore del concetto può essere considerato l'entomologo William Morton Wheeler,il quale già nel 1911 osservò come individui apparentemente indipendenti possano collaborare così strettamente da divenire indistinguibili da un unico organismo. William Morton Wheeler maturò questo concetto proprio nel corso delle sue ricerche entomologiche, notando come le formiche agissero come le cellule di un'unica entità, a cui si riferì come ad un “superorganismo” Grazie a questa intuizione, uno degli sviluppi più recenti dell'intelligenza collettiva riguarda proprio la riproduzione computazionale del comportamento degli insetti sociali come api o formiche.

Quasi contemporaneamente alle ricerche di Wheeler, Émile Durkheim, uno dei fondatori delle moderne scienze sociali, sosteneva che la società non fosse semplicemente il frutto di un contratto tra individui liberi ed uguali, ma una realtà sui generis che, precedendo gli individui, rendeva possibili gli accordi tra di loro. Per questo, ne Le forme elementari della vita religiosa il sociologo francese definiva la società un'intelligenza superiore capace di trascendere l'individuo nello spazio e nel tempo.

A cavallo tra Ottocento e Novecento, un ulteriore antecedente al principio dell'intelligenza collettiva lo si ritrova in quegli autori che immaginano l'esistenza di una coscienza collettiva con una propria autonomia capace di trascendere le singole intelligenze umane. Già nel 1851, nel romanzo La casa dei sette abbaini Nathaniel Hawthorne aveva immaginato il globo come una testa enorme, un cervello pervaso di intelligenza che vibrava grazie all'elettricità. Nel 1935, l'ecologo Arthur George Tansley coniò il concetto di ecosistema, che definì come l'insieme delle comunità di organismi viventi che interagiscono con l'idrosfera, l'atmosfera e la litosfera, creando delle interazioni reciproche che si mantengono in un equilibrio dinamico al pari di un sistema coeso.

Seguendo questa intuizione, lo scrittore britannico tra i padri fondatori della letteratura di fantascienza H. G. Wells, nella raccolta di saggi World Brain ipotizzava la nascita di un cervello mondiale, ossia un sistema di conoscenza unificato contenente tutto il sapere umano e liberamente accessibile da chiunque. Secondo lo scrittore inglese, una tale disponibilità di conoscenza avrebbe condotto alla creazione della prima enciclopedia permanente del mondo, che avrebbe reso palese all'intera umanità il suo obiettivo comune, dissolvendo tutti i futuri conflitti. L'idea di Wells sarà poi ulteriormente sviluppata dallo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke nel libro del 1962 Profili del Futuro dove un supercomputer diventa il principio organizzativo pratico del World Brain immaginato da Wells.

Descrizione

Secondo il filosofo francese, la diffusione delle tecniche di comunicazione su supporto digitale ha permesso la nascita di nuove modalità di legame sociale, non più fondate su appartenenze territoriali, relazioni istituzionali, o rapporti di potere, ma sul radunarsi intorno a centri d'interesse comuni, sul gioco, sulla condivisione del sapere, sull'apprendimento cooperativo, su processi aperti di collaborazione. Questo fenomeno dà vita all'idea di “intelligenza collettiva”, ossia una forma di intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze. Piuttosto che appiattire l'individuo all'interno di una collettività massificata e uniformante, questo sapere distribuito determina un vero e proprio processo di emancipazione e civilizzazione, poiché pone ogni persona al servizio della comunità, da una parte permettendogli di esprimersi continuamente e liberamente, dall'altra dandogli la possibilità di fare appello alle risorse intellettuali e all'insieme delle qualità umane della comunità stessa.

L'intelligenza collettiva, dunque, espande la capacità produttiva della comunità perché libera i singoli aderenti dalle limitazioni della propria memoria e consente al gruppo di affidarsi a una gamma più vasta di competenze. Gli assiomi di partenza dell'argomentazione di Lévy sono che il sapere è sempre diffuso - "nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa" - e che "la totalità del sapere risiede nell'umanità". Tutta l'esperienza del mondo, quindi, coincide con ciò che le persone condividono e non esiste alcuna riserva di conoscenza trascendente.

Intelligenza collettiva e comportamento emergente

Il concetto di intelligenza collettiva può essere studiato come esempio particolare di manifestazione di comportamento emergente che ha luogo nei sistemi dinamici non lineari (come ad esempio gli stormi di uccelli o i sistemi frattali). In sistemi di questo genere le parti atomiche che rappresentano gli elementi primitivi e costitutivi dell'insieme, prese a sé stanti, possiedono proprietà e funzionalità che le contraddistinguono in maniera univoca e lineare. Ma nel momento in cui un numero elevato di questi elementi primitivi si aggregano in modo tale da formare un sistema e raggiungono una soglia critica, per effetto delle relazioni che si stabiliscono fra di essi, cominciano a manifestarsi nell'aggregato complessivo delle proprietà e dei comportamenti spesso di tipo non lineare, di cui non si aveva traccia negli elementi atomici e che denotano quindi il cosiddetto comportamento emergente.

Si ha un comportamento emergente, quindi, ogni qualvolta uno schema o una configurazione di alto livello si origina a partire dalle migliaia di interazioni semplici che avvengono tra agenti locali. L'emergenza, in tal modo, è una proprietà che non può essere ritrovata nelle componenti individuali di un sistema, in quanto si genera esclusivamente grazie all'interazione delle sue parti.

Secondo questa prospettiva, dunque, la complessità di un sistema emerge dall'interazione delle parti che lo compongono. Un primo esempio di sviluppo e auto-organizzazione lo ritroviamo nel Gioco della vita o A-Life sviluppato dal matematico inglese John Horton Conway sul finire degli anni sessanta: una simulazione che mostra come schemi complessi possono emergere dall'implementazione di regole molto semplici.

Steven Johnson parla di sistemi emergenti considerando i meccanismi di auto-organizzazione bottom-up, ovvero dal basso verso l'alto, ponendo l'attenzione sulle connessioni. Presi singolarmente, una formica o un neurone non sono particolarmente intelligenti. Tuttavia se un numero abbastanza elevato di elementi così semplici interagisce e si auto-organizza, può attivarsi un comportamento collettivo unitario, complesso e intelligente, definito anche swarm intelligence. Se questo comportamento ha anche un valore adattativo, ci troviamo di fronte ad un fenomeno "emergente" come una colonia di formiche o il nostro cervello. Steven Johnson fa l'esempio delle colonie di formiche studiate da Deborah Gordon, le quali presentano alcuni dei comportamenti tipici dei sistemi bottom-up. Le formiche, cioè, non possiedono veri e propri capi e la stessa idea di formica regina è fuorviante: esse seguono piuttosto la logica di sciame. Johnson ha indicato cinque principi alla base della formazione della macrointelligenza: la quantità, nella quale si disperde l'errore e avviene il massimo della cooperazione; l'ignoranza individuale, che mantiene in equilibrio il sistema; gli incontri casuali, che rendono il sistema dinamico quanto basta; le configurazioni dei segnali; l'osservazione dei vicini.

Secondo lo studioso americano Howard Bloom, qualsiasi sistema mostri un comportamento intelligente - dalle coloni batteriche alle società umane - può essere spiegato nei termini sia di sistema complesso adattivo generato dal computer che algoritmo genetico, due concetti elaborati dallo studioso John Henry Holland.

Nell'ambito dell'intelligenza artificiale e della robotica, il concetto di swarm intelligence – un'intelligenza emergente collettiva di un gruppo di agenti semplici – ha offerto un modo alternativo di progettare i sistemi “intelligenti”, nei quali l'autonomia, l'emergenza e le funzioni distribuite sostituiscono il controllo, la programmazione, e la centralizzazione.

L'intelligenza collettiva può essere interpretata, alla luce di queste riflessioni, come appunto un aggregato sistematico di intelligenze individuali, le cui relazioni reciproche e la cui collaborazione producono effetti massivi a livello culturale, sociologico, politico e antropologico di tipo emergente e difficili da studiare con i criteri applicati sui singoli individui che ne fanno parte. Nel suo libro del 1995 Out of Control, Kevin Kelly sostiene che macchine artificiali e sistemi sociali stanno raggiungendo un livello di complessità tale, che a breve non saranno più distinguibili da apparati biologici. Kelly riconosce che quest'ultimi sono stati finora la tecnologia esistente più complessa: le invenzioni umane si sono infatti potute evolvere copiando le strutture esistenti in natura. Kelly, a tal proposito, parla di una sorta di mente globale che emerge da un'integrazione tecno-culturale di rete.

Intelligenza collettiva e pensiero olistico

Una delle principali influenze del concetto di intelligenza collettiva è il principio olistico secondo cui “il tutto è più della somma delle sue parti”. Alcune tra le più note formulazioni di tale principio, le ritroviamo nel concetto di noosfera, termine coniato da Vladimir Vernadsky e poi ampiamente sviluppato dal pensiero del padre gesuita e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin. Secondo il religioso francese, il progresso della nascente infrastruttura delle telecomunicazioni avrebbe condotto a una “mente planetaria” o meglio una “rete nervosa planetaria” alla fine della quale ci sarebbe stato il cosiddetto “Punto Omega”, cioè l'unione con il Cristo Cosmico.