Lassedio di Roma del 546 fu un episodio della guerra gotica.

Assedio L'inizio dell'assedio Il re ostrogoto Totila, dopo aver riconquistato varie città, si apprestò ad assediare Roma, con l'intento di riprenderla ai Bizantini.Procopio, Istoria delle guerre gottiche, Libro terzo, XIII. La Città Eterna era difesa da soldati bizantini condotti dal generale Bessa. Mentre una parte dei Goti si era accostata alle mura della Città Eterna, Bessa ordinò ad alcune truppe sotto il comando di Artasire e Barbacione di uscire fuori dalle mura per combatterli: dopo averne uccisi molti, le truppe bizantine si misero all'inseguimento dei fuggitivi, ma caddero in un'imboscata subendo molte perdite, con i due comandanti che a stento riuscirono a salvarsi insieme a pochi altri; di conseguenza i Bizantini, nonostante le continue provocazioni, non osarono più tentare sortite fuori le mura.

Nel frattempo la fame dentro le mura cominciò ad essere sofferta dagli abitanti, e non era possibile ricevere provviste, essendo la città circondata e bloccata dall'esercito ostrogoto. Inoltre, gli Ostrogoti, sotto il comando di Totila, avevano potenziato di molto la loro flotta, rendendola abbastanza potente da poter competere quasi alla pari con quella imperiale, e la impiegarono per impedire alle navi bizantine di portare provviste a Roma, attaccandole, distruggendole o catturandole. Totila, inoltre, comandò alle truppe ostrogote in Emilia di occuparne la capitale Piacenza, l'unica in quella regione rimasta in mano bizantina. L'esercito ordinò al presidio di arrendersi, e ricevendone il rifiuto, formò il campo e la cinse d'assedio, ben sapendo della carenza di provviste dentro le mura. Il patrizio Cetego, primo del senato romano, e sospettato dai generali bizantini di tradimento, fuggì dunque a Centumcellae.

Nel frattempo, Belisario, essendo impossibilitato da Ravenna di inviare rinforzi agli assediati, avendo ben poche truppe egli stesso, decise di lasciare Ravenna, affidando la città alla difesa di Giustino e di pochi soldati, e, costeggiando la Dalmazia, giunse ad Epidanno, dove rimase in attesa dei rinforzi dall'Imperatore, a cui scrisse una lettera informandolo sugli sviluppi della guerra. Giustiniano poco tempo dopo gli inviò Giovanni, nipote di Vitaliano, Isacco, armeno e fratello di Arazio, e Narsete con un esercito di truppe bizantine e barbare. Inviò inoltre l'eunuco Narsete presso i capi degli Eruli per convincerli di inviare, in qualità di alleati dei Bizantini, truppe in Italia: Narsete riuscì nella missione e numerosi soldati Eruli, comandati da Filimuto e da altri loro comandanti, partirono alla volta dell'Italia, svernando in Tracia in attesa di raggiungere Belisario a Epidanno la primavera successiva; tra di essi vi era Giovanni Faga. Gli Eruli, durante il viaggio, sconfissero degli invasori sclaveni (slavi) ponendo fine alla loro incursione e liberando gli abitanti dell'Impero che erano stati fatti prigionieri dagli invasori slavi.

Gli attacchi del presidio di Porto agli Ostrogoti Nel frattempo, Belisario inviò Valentino e Foca, con rinforzi, a Porto affinché fornissero soccorso al presidio bizantino rinserrato nel castello Portense, e facessero incursioni di disturbo negli accampamenti nemici.Procopio, Istoria delle guerre gottiche, Libro terzo, XV. Essi spedirono a Roma un messaggio a Bessa, chiedendogli di fornire loro assistenza mentre attaccavano gli Ostrogoti: mentre i soldati del presidio Portense avrebbero cercato di assaltare le trincee degli Ostrogoti, Bessa avrebbe dovuto uscire dalle mura delle città con i suoi guerrieri più valorosi, onde infliggere insieme pesanti perdite ai barbari. Ma Bessa, malgrado avesse a disposizione tremila soldati, decise di non intervenire, così che quando Valentino e Foca, alla testa di cinquecento soldati, assaltarono di sorpresa il campo nemico, dopo aver massacrato diversi soldati nemici, notato che non arrivavano aiuti dai soldati a difesa di Roma, decisero di ritirarsi sani e salvi al porto, da dove inviarono un messaggio a Bessa, protestando per la sua inazione e inopportuno indugiare e invitandolo a intervenire in loro soccorso la volta successiva. Ma Bessa, ancora una volta, si rifiutò di intervenire in appoggio dei soldati di Porto, e, quando un disertore bizantino, Innocenzo, passato dalla parte degli Ostrogoti, avvertì Totila che il presidio di Porto avrebbe attaccato gli accampamenti ostrogoti il giorno successivo, il sovrano ostrogoto prese misure adeguate al previsto attacco, cosicché quando il presidio di Porto attaccò fu colto in un'imboscata dagli Ostrogoti, che inflissero loro pesantissime perdite; i pochissimi superstiti riuscirono a riparare a Porto.

Nel frattempo, Papa Vigilio inviò a Roma dalla Sicilia, dove si trovava in quel momento, diverse navi cariche di frumento nella speranza che esse riuscissero a raggiungere la città senza essere catturate dalla flotta nemica; tuttavia, non appena gli Ostrogoti si accorsero dell'arrivo delle navi bizantine cariche di provviste, giunsero furtivamente nel porto, e si misero in agguato dentro i fossati delle mura in modo da impossessarsi delle provviste non appena arrivate. Sennonché il presidio bizantino di Porto, accortosi delle mosse degli Ostrogoti, salì precipitosamente sui merli, cercando di avvertire con diversi segni alle navi bizantine dell'agguato nemico, ma la flotta bizantina, non compresi i segni, e ritenendo che le truppe di Porto al contrario li avessero invitati a sbarcare, decisero di sbarcare effettivamente, subendo l'attacco degli Ostrogoti che senza trovare opposizione si impadronirono delle navi. Il vescovo Valentino, che si trovava con la flotta, fu fatto prigioniero e condotto da re Totila, che lo accusò di menzogna e ordinò che gli fossero mozzate le mani. Con questi avvenimenti si concluse l'inverno dell'undicesimo anno di guerra (dicembre 545/marzo 546).

Ambasceria di Pelagio presso Totila Nel frattempo Papa Vigilio fu, per ordine dell'imperatore, condotto a Costantinopoli per questioni teologiche.Procopio, Istoria delle guerre gottiche, Libro terzo, XVI. In quegli stessi giorni, gli abitanti assediati di Piacenza, costretti persino ad atti di cannibalismo a causa della mancanza di cibo, disperati, decisero di consegnare la città agli Ostrogoti.

Anche gli abitanti di Roma soffrivano la fame a causa dell'assedio di Roma, e fu in quelle circostanze che il diacono Pelagio, sbarcato da poco tempo con grandi ricchezze da Costantinopoli, dove si era attirato la simpatia dell'Imperatore Giustiniano stesso, decise di venire in soccorso dei poveri e dei bisognosi, donando a larga mano ai poveri la massima parte del proprio denaro. E fu a causa della sua generosità che i Romani, agli stremi per la fame, lo persuasero a recarsi presso Totila per implorare pochi giorni di tregua, dopo i quali, non avendo ricevuto soccorso alcuno da Costantinopoli, essi avrebbero consegnato la città eterna agli Ostrogoti. La conversazione tra Pelagio e Totila, riportata in dettaglio da Procopio, non portò però a nulla.

La disonestà di Bessa I cittadini di Roma, appreso del fallimento dell'ambasceria di Pelagio presso il re Totila, demoralizzati ed oppressi dalla fame, decisero, disperati, di implorare i generali bizantini, Bessa e Conone, di lasciarli partire dalla città, rivolgendo a loro, piangendo, la seguente orazione:Procopio, Istoria delle guerre gottiche, Libro terzo, XVII.

Bessa rispose alle loro suppliche sostenendo che non era in potere suo il rifornirli di grano, né poteva ucciderli essendo ciò un'empietà, né poteva farli partire ritenendo ciò pericoloso; li congedò assicurando loro comunque, nel tentativo di consolarli, che in breve tempo sarebbe giunto un grande esercito da Costantinopoli, comandato da Belisario, che li avrebbe liberati dall'assedio, ponendo fine alle loro sofferenze.

Papa Virgilio, in vista dell'assedio, aveva fatto arrivare dalla Sicilia una grande quantità di grano che però invece di essere utilizzato per sfamare la popolazione veniva distribuito ai soldati e venduto a caro prezzo ai Romani facoltosi:

In questo modo Bessa ci guadagnava sulla fame dei Romani, che venivano sfamati con una mistura insipida in cui la crusca era tre volte più abbondante della farina. Ben presto i Romani si ridussero a mangiare cavalli, cani, gatti e topi. Procopio narra che un romano, padre di cinque fanciulli, sentendosi da costoro scuotere la veste chiedendogli pane, li invitò a seguirlo come se avesse intenzione di soddisfare i loro desideri e, una volta giunto presso a un ponte del Tevere, si gettò giù per la disperazione. Fu in quel frangente che Bessa e Conone accordarono a chiunque ne richiedeva, a patto che fosse loro versata una certa somma di denaro, di abbandonare quelle mura, e, ad eccezione di ben pochi, gran parte dei cittadini tentò di porsi in salvo uscendo dalla città. Tuttavia, la gran parte dei fuggitivi, perse a causa della fame le loro forze, perirono di fame nel corso della fuga, mentre un'altra buona parte dei fuggitivi furono attaccati dagli Ostrogoti e da essi uccisi. Procopio scrisse amaramente: «A così tremendi estremi volle il fato ridotti e senato e popolo romano».

Lo sbarco di Belisario a Porto e le campagne di Giovanni Nel frattempo, giunte a Epidanno le truppe di Giovanni e di Isacco ed unitesi a Belisario, Giovanni consigliò di valicare il seno ionico ed arrivare a Roma via terra, ma Belisario non fu d'accordo, ritenendo preferibile giungere nei pressi di Roma via mare, in quanto il viaggio terrestre sarebbe riuscito più lungo e forse non senza impacci.Procopio, Istoria delle guerre gottiche, Libro terzo, XVIII. Inoltre Belisario era consapevole delle sofferenze patite dagli assediati cittadini di Roma, per cui intendeva soccorrerli il più presto possibile: decise quindi di viaggiare a Roma via mare, essendo necessari cinque giorni di navigazione, mentre un viaggio via terra ne sarebbe durato almeno quaranta giorni, se non di più. Belisario incaricò quindi Giovanni di sbarcare con parte dell'esercito in Italia meridionale e scacciare da Calabria, Puglia e Campania i pochi soldati ostrogoti che erano da quelle parti e, una volta sottomesse di nuovo queste regioni sotto la dominazione bizantina, raggiungere l'esercito di Belisario a Porto. Belisario, dunque, salpò le ancore, ma, spinto dal vento sfavorevole, fu costretto a approdare con tutta la flotta a Otranto (Idrunte), che all'epoca era assediata dagli Ostrogoti. Gli assediatori ostrogoti, all'arrivo di Belisario, levarono l'assedio a Otranto ritirandosi a Brindisi, a due giornate di distanza e priva di mura, e avvertirono Totila dell'imminente arrivo di Belisario; il re ostrogoto ordinò alle truppe nella Calabria di ostacolare il tragitto dei Bizantini, ma, non appena Belisario, approfittando del vento favorevole, salpò da Otranto, gli Ostrogoti trascurarono negligentemente la difesa della Calabria. Totila, nel frattempo, per impedire a Roma di ricevere l'annona dalle truppe di Belisario, scelse un luogo a novanta stadi dalla città, dove l'alveo del fiume Tevere era molto stretto, e fece costruire uno sbarramento sul fiume affidandone la custodia ad alcuni dei suoi guerrieri con l'incarico di vietare in ogni modo alla flotta bizantina proveniente da Porto l'entrata a Roma con le tanto agognate provviste.