Etimologia Il nome moderno della città, Arezzo, continua senza soluzione il latino Arretium, da cui deriva anche l'etnico Arretinus; le fonti greche rendono il toponimo come e l'etnico come . L'etimologia è ritenuta incerta: Giacomo Devoto pensava a una base preindoeuropea *arra, proposta che Giovan Battista Pellegrini giudica molto dubbia, con possibili riscontri nel prenome etrusco Arnth, latinizzato in Arruns, e nel gentilizio della gens Arria; resta comunque valida l'avvertenza di metodo che un nome locale preromano non va ritenuto di origine etrusca per il solo fatto di comparire in testi etruschi.

Il nome etrusco di Arezzo non è infatti direttamente attestato. Una possibile attestazione è stata cercata nell'epitaffio etrusco di Larthi Cilnei, nobildonna della stessa gens di Mecenate: l'iscrizione, vista nel Cinquecento in una tomba di Tarquinia o del suo territorio e in seguito perduta, è nota soltanto dalla trascrizione contenuta nel manoscritto Vaticano latino 6040. Adriano Maggiani, che ne ha dato l'edizione, leggeva in una sequenza corrotta del testo il gentilizio della madre della defunta; Dieter Steinbauer vi ha invece riconosciuto la forma aritim, da lui intesa come il nome etrusco della città, collegando il passo alla cacciata dei Cilnii del 302 a.C. narrata da Livio; la lettura è respinta da Luciano Agostiniani e Giulio Giannecchini, che emendano la sequenza in un etnico aritina, "aretino", pur giudicando possibile che dietro di esso si celi una base *ariti quale nome etrusco della città, mentre è accolta nella Prosopographia etrusca di Massimo Morandi Tarabella, che intende la defunta come "nata ad Aritim".

A sostegno della propria lettura Steinbauer ha proposto di riconoscere la stessa forma, al locativo, nella dedica del cosiddetto Apollo di Ferrara, che secondo questa esegesi proverrebbe da Arezzo; una leggenda monetaria areuizie-s, registrata nel Thesaurus linguae Etruscae e riferita ad Arezzo, è stata inoltre indicata come possibile attestazione dell'etnico.

Preistoria e prime testimonianze Il territorio aretino è frequentato fin dal Paleolitico: nel 1863, durante lo scavo di una galleria ferroviaria presso la frazione dell'Olmo, venne alla luce una porzione di cranio umano, il cosiddetto "Uomo dell'Olmo", associata a resti faunistici.

Sul sito della futura città le tracce dell'età del ferro sono scarse e sporadiche: una fibula bronzea dal colle di Castelsecco, un cinturone dai pressi di Porta Colcitrone e notizie ottocentesche di sepolcreti nei dintorni. All'orientalizzante risale un gruppo omogeneo di bronzetti filiformi di stile geometrico, verosimilmente trovati in città o nel circondario, che documenta la presenza in zona di gruppi economicamente solidi già prima della nascita del centro urbano. In questo quadro alcuni studiosi rivalutano la tradizione, riportata da Dionigi di Alicarnasso e non accolta da tutti, di un aiuto che gli aretini avrebbero dato nel 606 a.C. alle città latine in guerra contro Tarquinio Prisco.

Età etrusca

Un abitato di carattere urbano è documentato solo dalla metà circa del VI secolo a.C., quando si formano la necropoli di Poggio del Sole, rimasta in uso fino all'età romana, e le stipi votive di San Bartolomeo e della Fonte Veneziana, ricche di bronzetti tardo-arcaici; un alfabetario dipinto su una brocchetta della prima metà del secolo è un ulteriore segno di cultura urbana. Le tombe aretine sono a fossa e individuali, senza tumuli né grandi architetture funerarie gentilizie: una scelta che gli studiosi leggono come il segno di una città nata "nuova", legata ai ceti emergenti dell'arcaismo più che alle vecchie aristocrazie orientalizzanti. I corredi arcaici, con buccheri pesanti di fabbrica chiusina e un cippo a palla in pietra fetida, mostrano una forte apertura verso Chiusi, che controllava la valle del Clanis: si è perciò ipotizzato che Arezzo sia stata in origine un avamposto chiusino.

La città fu cinta da mura in grandi blocchi di arenaria, il cui circuito, tra i più brevi d'Etruria, è ricostruibile per l'intero tratto sud-occidentale; la datazione è discussa tra il VI e il IV secolo a.C. Nel mondo antico Arezzo era però famosa per un latericius murus ricordato da Vitruvio e Plinio il Vecchio, che la tradizione degli studi ha a lungo cercato come una cinta in mattoni: è probabile che i due autori si riferissero in realtà a un semplice edificio in laterizio e non a una fortificazione. Tra V e IV secolo la città, nodo dei traffici interni della penisola che si avvantaggiavano della chiusura delle rotte tirreniche, fu sede di botteghe bronzistiche di altissimo livello: dal santuario di Porta San Lorentino proviene la Chimera, rinvenuta nel 1553 e oggi a Firenze, databile tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C.

La società aretina di IV e III secolo a.C. era attraversata da forti tensioni tra l'aristocrazia terriera, rappresentata da gentes come i Cilnii e gli Spurinna, radicate nelle campagne della Val di Chiana, e i ceti urbani emergenti legati al commercio e all'artigianato: un bellum servile fu represso verso la metà del IV secolo con l'intervento del tarquiniese Aulo Spurinna, e nel 302 a.C. una rivolta contro i Cilnii fu sedata dai Romani, che ne restaurarono il potere.

Età romana

L'ingresso di Arezzo nell'orbita di Roma non avvenne con una conquista militare, ma attraverso una lunga integrazione pacifica guidata dall'aristocrazia locale. Nel 311 a.C. gli aretini furono gli unici in Etruria a non unirsi alla guerra contro i Romani; scontri tra Romani e Galli si svolsero sotto le mura della città nel 295 e nel 285-284 a.C., quando nel tentativo di soccorrerla vi trovò la morte il console Lucio Cecilio Metello Dentre contro i Senoni, poi sconfitti; dalla metà del III secolo Arezzo appare legata a Roma da un trattato di alleanza. La fedeltà resse anche alla prova della seconda guerra punica: nel 217 a.C. Annibale, alla vigilia della battaglia del lago Trasimeno, mise a ferro e fuoco le campagne aretine senza riuscire a staccare la città da Roma, e nel 205 a.C. gli aretini si distinsero fra tutti i popoli etruschi per l'enorme contributo di armi, grano e attrezzi agricoli alla spedizione africana di Scipione, segno di un'economia fiorente fondata sull'agricoltura della Val di Chiana e sulla metallurgia.

Nel II secolo a.C. la città fu raggiunta dalle grandi strade consolari, nel 187 a.C. dalla direttrice transappenninica da Bologna e nel 171 a.C. dalla via Cassia; con la trasformazione in municipio nel 90 a.C. gli aretini ottennero la piena cittadinanza romana, iscritti alla tribù Pomptina. Nella guerra civile la città parteggiò per Mario: dopo l'82 a.C. fu devastata dall'esercito di Silla e vi fu dedotta una colonia militare, gli Arretini Fidentiores, seguita in età cesariana da una seconda, gli Arretini Iulienses; Plinio il Vecchio distingue per questo tre comunità di Arretini, accanto ai Veteres originari.

L'età augustea segnò la piena integrazione delle élite aretine, di cui è simbolo Gaio Cilnio Mecenate, discendente dei Cilnii e protagonista della vita culturale romana. Subito dopo la metà del I secolo a.C. iniziò la produzione della ceramica aretina, la sigillata "corallina" liscia o decorata a matrice, celebrata dagli autori antichi ed esportata in tutto il mondo romano fino a circa la metà del I secolo d.C.; ai primi tempi dell'impero risalgono i grandi edifici pubblici, il teatro, le terme e, in età adrianea, l'anfiteatro tuttora conservato. Già nel corso del II secolo d.C. la città entrò però in una lenta decadenza, in concomitanza con l'ascesa di Florentia.

Preistoria, protostoria e prime testimonianze Il territorio aretino è frequentato fin dal Paleolitico: nel 1863, durante lo scavo di una galleria ferroviaria presso la frazione dell'Olmo, venne alla luce una porzione di cranio umano, il cosiddetto "Uomo dell'Olmo", associata a resti faunistici.

Sul sito della futura città le tracce dell'età del ferro sono scarse e sporadiche: una fibula bronzea dal colle di Castelsecco, un cinturone dai pressi di Porta Colcitrone e notizie ottocentesche di sepolcreti nei dintorni. All'orientalizzante risale un gruppo omogeneo di bronzetti filiformi di stile geometrico, verosimilmente trovati in città o nel circondario, che documenta la presenza in zona di gruppi economicamente solidi già prima della nascita del centro urbano. In questo quadro alcuni studiosi rivalutano la tradizione, riportata da Dionigi di Alicarnasso e non accolta da tutti, di un aiuto che gli aretini avrebbero dato nel 606 a.C. alle città latine in guerra contro Tarquinio Prisco.

Età etrusca

Un abitato di carattere urbano è documentato solo dalla metà circa del VI secolo a.C., quando si formano la necropoli di Poggio del Sole, rimasta in uso fino all'età romana, e le stipi votive di San Bartolomeo e della Fonte Veneziana, ricche di bronzetti tardo-arcaici; un alfabetario dipinto su una brocchetta della prima metà del secolo è un ulteriore segno di cultura urbana. Le tombe aretine sono a fossa e individuali, senza tumuli né grandi architetture funerarie gentilizie: una scelta che gli studiosi leggono come il segno di una città nata "nuova", legata ai ceti emergenti dell'arcaismo più che alle vecchie aristocrazie orientalizzanti. I corredi arcaici, con buccheri pesanti di fabbrica chiusina e un cippo a palla in pietra fetida, mostrano una forte apertura verso Chiusi, che controllava la valle del Clanis: si è perciò ipotizzato che Arezzo sia stata in origine un avamposto chiusino.

La città fu cinta da mura in grandi blocchi di arenaria, il cui circuito, tra i più brevi d'Etruria, è ricostruibile per l'intero tratto sud-occidentale; la datazione è discussa tra il VI e il IV secolo a.C. Nel mondo antico Arezzo era però famosa per un latericius murus ricordato da Vitruvio e Plinio il Vecchio, che la tradizione degli studi ha a lungo cercato come una cinta in mattoni: è probabile che i due autori si riferissero in realtà a un semplice edificio in laterizio e non a una fortificazione. Tra V e IV secolo la città, nodo dei traffici interni della penisola che si avvantaggiavano della chiusura delle rotte tirreniche, fu sede di botteghe bronzistiche di altissimo livello: dal santuario di Porta San Lorentino proviene la Chimera, rinvenuta nel 1553 e oggi a Firenze, databile tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C.

La società aretina di IV e III secolo a.C. era attraversata da forti tensioni tra l'aristocrazia terriera, rappresentata da gentes come i Cilnii e gli Spurinna, radicate nelle campagne della Val di Chiana, e i ceti urbani emergenti legati al commercio e all'artigianato: un bellum servile fu represso verso la metà del IV secolo con l'intervento del tarquiniese Aulo Spurinna, e nel 302 a.C. una rivolta contro i Cilnii fu sedata dai Romani, che ne restaurarono il potere.

Età romana

L'ingresso di Arezzo nell'orbita di Roma non avvenne con una conquista militare, ma attraverso una lunga integrazione pacifica guidata dall'aristocrazia locale. Nel 311 a.C. gli aretini furono gli unici in Etruria a non unirsi alla guerra contro i Romani; scontri tra Romani e Galli si svolsero sotto le mura della città nel 295 e nel 285-284 a.C., quando nel tentativo di soccorrerla vi trovò la morte il console Lucio Cecilio Metello Dentro contro i Senoni, poi sconfitti; dalla metà del III secolo Arezzo appare legata a Roma da un trattato di alleanza. La fedeltà resse anche alla prova della seconda guerra punica: nel 217 a.C. Annibale, alla vigilia della battaglia del lago Trasimeno, mise a ferro e fuoco le campagne aretine senza riuscire a staccare la città da Roma, e nel 205 a.C. gli aretini si distinsero fra tutti i popoli etruschi per l'enorme contributo di armi, grano e attrezzi agricoli alla spedizione africana di Scipione, segno di un'economia fiorente fondata sull'agricoltura della Val di Chiana e sulla metallurgia.