Linsurrezione di Palermo del 1860 portò, tra il 27 e il 30 maggio, alla conquista della città di Palermo da parte dei garibaldini della spedizione dei Mille.
Antefatto Monreale Dopo la vittoria della battaglia di Calatafimi il generale Garibaldi decise di marciare in direzione di Palermo, che era stata fin dall'inizio il principale obiettivo siciliano della spedizione. Nel frattempo nel campo borbonico il governatore Paolo Ruffo, principe di Castelcicala (71 anni) veniva sostituito dal commissario straordinario, il generale Ferdinando Lanza (73 anni), che progettava di ritirarsi a Messina e da qui poi riprendere la controffensiva così come era accaduto nel 1848. Dopo aver sostato fino al 16 maggio a Calatafimi il 17 i Mille iniziarono la marcia di avvicinamento, fermandosi in seguito ad Alcamo, giungendo il 18 a Partinico (dove erano ancora visibili i risultati dell'eccidio) e fermandosi quindi poco oltre Borgetto sulla strada Monreale-Palermo.. Il principale problema della conquista della capitale dell'isola era dovuto all'enorme disparità di forze esistenti; Garibaldi, con circa 900 volontari dell'originaria spedizione e qualche migliaio di insorti siciliani, doveva affrontare i soldati borbonici, poggiando le proprie speranze di riuscita principalmente sull'insurrezione della popolazione palermitana. Volendo attaccare prima Monreale, e da questa poi scendere in città, si mise in contatto con Rosolino Pilo e Giovanni Corrao che si trovavano a capo degli insorti siciliani, a 5-6 chilometri da lui, chiedendogli di attaccare sul fianco opposto i soldati borbonici per costringerli a retrocedere. A Monreale erano presenti tre battaglioni e 3000 mercenari stranieri comandati dal colonnello Von Mechel e dal maggiore Del Bosco che non attesero l'attacco dei siciliani ma la mattina del 21 passarono subito alla controffensiva; nel combattimento che seguì venne anche ucciso Rosolino Pilo.
Parco
Ritenendo a questo punto la posizione occupata sull'altopiano di Renda vulnerabile ad un'eventuale offensiva nemica, Garibaldi decise di ritirarsi verso Parco (l'attuale Altofonte) distante una decina di chilometri in linea d'aria da Monreale. Dopo aver ordinato alle squadre di Partinico e Piana dei Greci (insieme con altre) di rimanere sul posto per impegnare il nemico (con l'ordine di ritirarsi nel caso che il combattimento divenisse troppo acceso),. a mezzanotte del 21 maggio venne tolto il campo e s'iniziò una marcia nell'oscurità e sotto una pioggia battente. Seguendo inizialmente la strada per San Giuseppe Jato si percorse in seguito una trazzera (sorta di tratturo; in lingua siciliana le vie armentizie sono individuate con la parola trazzereVocabolario della lingua italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani in Roma, Arti Grafiche Ricordi per i tipi della Monotipia Olivieri, Milano, 1994.), che doveva condurre i garibaldini alla meta prefissata. Fu imposto il massimo silenzio; oltre il fango che impacciava i movimenti ed al fatto che spesso invece di seguire il sentiero si tagliava direttamente per i campi coltivati, la maggiore difficoltà si ebbe nel trasportare l'artiglieria, compito nel quale si riuscì grazie anche all'aiuto dei contadini di Parco. Giunti alla meta gli abitanti di Parco volevano accogliere in maniera festosa i Mille illuminando i balconi e accendendo delle fiaccole, cosa che fu proibita dal Generale per non essere scoperti dai borbonici che si trovavano dall'altro lato della valle.
L'accampamento venne fissato su un colle detto Cozzo di Crasto a quota 553, circa 200 metri più in alto del paese. A questo punto la spedizione si trovava sul lato meridionale della città di Palermo ed era più semplice per Garibaldi congiungersi con La Masa che dal 20 si trovava a Gibilrossa con le squadre che, per incarico del condottiero dei Mille, era riuscito a raccogliere dopo Calatafimi.. Garibaldi si occupò anche della parte "politica" della spedizione nominando il 22 maggio governatore del distretto di Palermo Paolo Migliore.
Nel frattempo i borbonici avevano deciso di attaccare i Mille presso Parco così come sperato anche da Garibaldi. Il primo tentativo venne fatto il 23 quando una colonna uscì da Palermo ma non oltrepassò il monte detto del Fico che si trova di fronte al Cozzo di Crasto. Il 24 furono tre le colonne che si mossero, una da Palermo al comando del generale Colonna (due battaglioni) e due da Monreale (sette battaglioni) al comando del Von Mechel, per assaltare il campo garibaldino. Il piano prevedeva che, mentre due colonne attaccavano frontalmente, la terza assalisse i Mille alle spalle partendo dalla Portella del Rebuttone che dalla quota di metri 713 domina il Cozzo di Crasto e chiude la strada verso Piana dei Greci. Il Generale, per non rimanere intrappolato, decise a questo punto di ritirarsi verso Piana lasciando 100 uomini di retroguardia e alcune squadre appostate sul monte Moarda, prolungamento occidentale del Rebuttone.. L'ordine di ritirarsi su Piana venne comunicato anche al La Masa. La ritirata non seguì la strada, ma le scorciatoie presenti sull'altopiano.. Verso le undici antimeridiane le forze garibaldine vennero a contatto con i borbonici che cercavano di assalire i Mille alla spalle. Respinti i nemici, Garibaldi giunse nella cittadina alle 2 del pomeriggio. L'artiglieria, seguendo la strada rotabile, riuscì ad arrivare per le 6. Verso le 11 le squadre siciliane appostate sul Moarda non sentendo più l'artiglieria e vedendo i Mille in ritirata, avevano incominciato a scompaginarsi accusando i continentali di tradimento; per fortuna il La Masa si imbatté verso le dodici, presso Mezzagno, (Belmonte Mezzagno) in molti dispersi di queste squadre e riuscì a riunirli nuovamente, spiegando loro che si era trattato di una mossa strategica che essi non potevano capire e minacciandoli di fucilazione. Accortosi che Mezzagno pullulava di nemici e informato che Garibaldi intendeva ritirarsi verso l'interno dell'isola, si recò a Marineo, dove giunse in serata e da dove indirizzò una lettera al condottiero chiedendogli di visitare il suo campo a Gibilrossa, che egli affermava essere fortissimo e numerosissimo (La Masa temeva si sarebbe sciolto alla notizia della ritirata dei Mille), e di non rinunciare all'attacco su Palermo, cosa che avrebbe avuto un pessimo effetto sul morale dei palermitani; da Marineo tornò poi al proprio campo di Gibilrossa dove giunse a mezzanotte..
Intanto le forze borboniche (eccetto quelle del generale Colonna rientrato a Palermo) rimanevano ferme a Parco per tutto il 24, non tentando altri attacchi, eccetto un tentativo mal riuscito dalla gola del Pozzillo, che si trovava alle spalle dei volontari..
Piana dei Greci
Nel frattempo Garibaldi rimase a Piana dei Greci (ovvero Piana degli Albanesi) presso il poggio detto di Madonna dell'UdienzaPietro Merenda " Vademecum del visitatore dei luoghi dove si svolsero le operazioni militari di Giuseppe Garibaldi dall'arrivo a Renda all'assalto di Palermo" ; Club Alpino Italiano Sezione di Palermo fotografie di Raffaele Zerilli e Luigi Tasca, Palermo, Stabilimento Tipografico Virzì, 1910, trovasi presso Biblioteca Società Siciliana di Storia Patria. In serata fu suonata l'adunata generale, quindi l'artiglieria, i feriti, i malati, circa quaranta carrette di bagaglio e 150 "picciotti" corleonesi al comando del colonnello Vincenzo Giordano Orsini partirono in direzione di Corleone (allontanandosi quindi da Palermo) mentre il resto della truppa (circa 750 volontari) con il Generale li seguì un'ora dopo. L'artiglieria continuò la sua ritirata verso il centro dell'isola, il resto dei volontari invece girò a sinistra, prima del ponte sul Fosso Maganoce.
Egli con il resto delle truppe prese la trazzera che conduceva a Santa Cristina (Santa Cristina Gela) e sostando al Chianetto (Pianetto) a un chilometro circa del paesino, dove si fermarono a riposare per il resto della notte. Il 25 i 750 volontari guidati da Garibaldi proseguirono per Marineo, mentre i borbonici (circe 3000 uomini) al comando di Von Mechel e Del Bosco giungevano a Piana dei Greci, dove rimasero fino alla sera del 26, muovendosi poi all'inseguimento della colonna dell'Orsini che essi credevano essere l'intera spedizione.
La notizia che:
veniva poi da Napoli trasmessa il 27 a Roma e da qui giungeva il 29 a Vienna quando ormai la situazione era totalmente cambiata.
Una colonna di artiglieria guidata da Orsini fu inviata, quale manovra diversiva, verso il centro dell'isola. La colonna, partita da Piana degli Albanesi il 24 giunse alle 10 di mattina del giorno successivo a Corleone. Il 27 impegnò in combattimento la colonna di Von Mechel e Bosco, che l'inseguiva credendola il grosso delle forze garibaldine, perdendo due dei cinque cannoni in suo possesso, mentre i tre rimanenti vennero nascosti il 29. Nel frattempo Orsini da Corleone si era mosso verso Bisacquino e Chiusa Sclafani, ripiegando poi verso Giuliana, con l'intenzione di raggiungere Sciacca, da dove i componenti della colonna speravano di imbarcarsi verso Malta. Il 29 sera però giungeva la notizia dell'entrata in Palermo dei Mille e perciò Orsini decise di tornare indietro, recuperando nel frattempo i cannoni nascosti dopodiché, con l'aiuto di Achille Campo macchinista del Piemonte, i pezzi di artiglieria vennero riparati presso un'officina impiantata a Sambuca..
Garibaldi ripartito dal Chianetto il 25 mattina si portò a Marineo, dove giunse mezz'ora prima di mezzogiorno, recandosi quindi sul monte Calvario per osservare la situazione circostante. In seguito scrisse al La Masa che sperava per l'indomani di recarsi a Gibilrossa. In realtà ripartì il giorno stesso in direzione di Misilmeri, giungendovi all'una di notte.. Alle quattro di notte si tenne consiglio di guerra, presente anche il La Masa, e si decise per l'attacco alla capitale isolana; alle cinque era tutto finito e Garibaldi disse a Nino Bixio le famose parole: «Nino, domani a Palermo», a cui questi rispose: «o a Palermo o all'inferno». Nel frattempo anche il Corrao, che aveva preso il posto di Pilo, e con le sue squadre siciliane si trovava sulle colline a ovest della città, veniva avvertito di tenersi pronto a cooperare all'attacco...
Assalto su Palermo
La spedizione, partita verso le undici di mattina da Misilmeri, giunse verso mezzogiorno a Gibilrossa. Qui si trovavano circa quaranta squadre siciliane, con effettivi che variavano da duecento a venti-trenta uomini, che furono passate in rassegna da Garibaldi. In seguito fu prescelta l'avanguardia e bandito un premio di onze da dare a chi per primo avesse piantato il tricolore sul Palazzo municipale di Palermo. All'imbrunire iniziò la discesa su Palermo con la consegna del silenzio più assoluto e l'ordine di non sparare fino al sorgere del sole. A Gibilrossa giunsero inoltre tre ufficiali inglesi e due americani con notizie e il corrispondente del The Times, l'ungherese Éber, con informazioni da parte del comitato rivoluzionario di Palermo e la richiesta, accolta, di venir arruolato fra i Mille. Da queste informazioni Garibaldi riuscì a conoscere qual era la zona peggio difesa, il lato sud-orientale che era rivolto verso il mare. La battaglia a ponte dell'Ammiraglio