Era il quinto figlio maschio di Vittorio Amedeo III di Savoia e Maria Antonietta di Spagna. Ebbe come nonni materni Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese. Morto nel 1831 senza figli, fu l'ultimo sovrano del ramo originario della dinastia Savoia, che si estinse con lui, prima dell'ascesa del ramo cadetto dei Carignano.
Biografia Infanzia e giovinezza
Carlo Felice, quale fratello minore di Carlo Emanuele e Vittorio Emanuele, non era destinato alla successione al trono. Egli trascorse la sua infanzia con la sorella Maria Carolina e il fratello minore Giuseppe Benedetto Placido, conte di Moriana, nella residenza paterna di Moncalieri.
Sin da giovane Carlo Felice mostrò un carattere assai complesso: da un lato, coerente e inflessibile, chiuso, diffidente, impulsivo se non suscettibile e vendicativo, dall'altro onesto, sincero, capace di commozione e di tenerezza; era di mente perspicace, a tratti anche ironico, ma privo di duttilità. Possedeva una concezione quasi sacrale della monarchiaG. Locorotondo, Carlo Felice, pp. 365-366.
Il padre con lettere patenti del 3 giugno 1785 gli assegnò un appannaggio costituito dalla città di Carmagnola, di cui fu investito del titolo di principe e dal marchesato di Bourg-Saint-Maurice in Tarantasia, devoluto alla Corona per l'estinzione della famiglia Chabod nel 1780.
Negli anni a cavallo tra la Rivoluzione francese e la campagna napoleonica d'Italia, Carlo Felice fece parte insieme ai fratelli Vittorio Emanuele, duca d'Aosta, alla di lui moglie Maria Teresa d'Asburgo-Este, Maurizio Giuseppe, duca del Monferrato, e Giuseppe Placido, conte di Moriana, di una vera e propria "corte parallela" che si contrapponeva alla cerchia riunita attorno al Principe di Piemonte, Carlo EmanueleA. Segre, Vittorio Emanuele I, p. 42.
In questo periodo, infine, Carlo Felice iniziò la compilazione del suo diario personale, importante fonte primaria sulle vicende e sui contrasti in seno alla corte dei Savoia.
Campagna d'Italia Scoppiata la guerra con la Francia, pur avendo ricevuto una certa educazione militare, Carlo Felice non si distinse, tuttavia, né come soldato né come trascinatore. Infatti, nel 1792, dopo l'occupazione francese del ducato di Savoia e del contado di Nizza, seguì le truppe a Saluzzo e nel 1793 accompagnò il padre (che in concomitanza con gli Austriaci del generale Joseph Nikolaus De Vins dirigeva le operazioni per la riconquista di Nizza e Savoia) nella Valle di Susa, a Pinerolo, a Cuneo e a Tenda.
In ogni caso, il principe si mantenne assai distante dal fronte: l'8 settembre seguì il combattimento del colle di Rauss, nella primavera del 1794, dopo aver raggiunto ad Aosta il fratello duca del Monferrato, si diresse, accompagnato dal fratello conte di Moriana, a Morgex, allo scopo di riconquistare alcune posizioni di rilevante importanza strategica, ma non ottenne alcun risultatoS. Costa di Beauregard, Un homme d'autrefois, Paris, 1877, p. 274.
Minacciato all'interno dal pericolo della rivoluzione (nel 1794 furono scoperte due congiure giacobine) e compromesso sul piano estero dal disastroso trattato di Valenciennes (23 maggio 1794), il Piemonte fu infine travolto dall'armata napoleonica.
Fu in questi anni convulsi che Carlo Felice acquistò dal Demanio per 1.000.000 di lire piemontesi il feudo di Govone in solido con il fratello Giuseppe Placido, conte di Moriana, venendone infeudato il 24 aprile 1795 e investito con il titolo di marchese con lettere patenti del 29 aprile 1795.
Il 28 aprile 1796 Vittorio Amedeo III di Savoia fu, infine, costretto a firmare l'armistizio di Cherasco e poi la pace di Parigi (15 maggio), che sanzionava la cessione alla Francia di Nizza, della Savoia, del Genevese e di alcune fortezze (di conseguenza, Carlo Felice cambiò il ducato del Genevese con il titolo di marchese di Susa, assegnatogli con lettere patenti datate 19 giugno 1796).
Vittorio Amedeo III morì nell'ottobre dello stesso anno e gli succedette il principe di Piemonte come Carlo Emanuele IV di Savoia. I rapporti di Carlo Felice con il fratello, ora re, mai stati cordiali, peggiorarono ancora, dal momento che il sovrano teneva i fratelli all'oscuro dei principali affari di Stato.
Dopo due anni di regno, Carlo Felice assistette agli eventi culminati nella forzata rinuncia di Carlo Emanuele IV all'esercizio dell'autorità regia sopra gli Stati sardi di terraferma. Con il re e con tutta la famiglia reale, la sera del 9 dicembre 1798 lasciò Torino e all'alba del 3 marzo 1799, sempre al seguito della corte, sbarcò a Cagliari.
Viceré di Sardegna
Quando Carlo Emanuele IV di Savoia abdicò, non avendo avuto figli, il 4 giugno 1802 lasciò il trono a Vittorio Emanuele, il quale tuttavia non prese possesso dei domini in Sardegna e preferì affidarli a Carlo Felice, in qualità di viceré.
Il governo di Carlo Felice in Sardegna è ricordato nell'isola come alquanto rigido ed autoritario: infatti, l'isola, dopo i moti rivoluzionari sardi, aveva conosciuto un periodo di disordine, acuito dalla forte povertà, che aveva generato come conseguenza un aumento della delinquenza, che il viceré represse con notevole durezza tanto da scrivere al fratello, re, "Ammazza, ammazza, per il bene del genere umano"..
Instaurò un vero e proprio regime militare, al punto che i sudditi sardi lo soprannominarono Carlo Feroce, di cui fu espressione la magistratura speciale della Vice-Regia Delegazione per l'istruttoria dei processi politici, la quale si attivò immediatamente contro il "capopopolo" Vincenzo Sulis, colpevole di nient'altro che di essersi sostituito all'inetto viceré nel domare i moti rivoluzionari, mortificando però, così, l'autorità costituita; quando il Sulis fu condannato a venti anni di carcere, il viceré giudicò la sentenza mite; inoltre, nel perseguire i "rei di stato", legittimò l'adozione di procedure militari ed ogni arbitrio di polizia, dallo spionaggio alla censura epistolare e alle taglie sugli indiziati.
Nella sua opera di riorganizzazione, tuttavia, dispiegò una notevole energia, riuscendo ad imbrigliare l'autonomia della magistratura e della burocrazia locale, di cui parimenti fermò l'assimilazione, che alienava non pochi consensi tra i sudditi e riuscì a correggere alcuni abusi del regime feudale.
Infatti, quando lo Stamento, il parlamento del regno, votò una contribuzione di 400.000 lire, il viceré esercitò non poche pressioni affinché fossero esentati i ceti più deboli, regolò le contestazioni in merito alla giurisdizione feudale tra feudatari e vassalli a vantaggio dei secondi; tuttavia, allo scoppio della rivolta antifeudale contro il duca dell'Asinara, che pure aveva rifiutato di conformarsi agli ordini del viceré, Carlo Felice decise di punire sia il nobile, che fu privato dei beni, sia gli artefici della rivolta.
Nonostante un quadro politico e sociale assai precario, il viceré fu in grado di apportare alcune migliorie allo sviluppo agricolo ed economico dell'isola; in questo periodo, infatti, furono istituiti una società agraria e un ufficio per l'amministrazione delle miniere e dei boschi appartenenti alla corona. Fu inoltre incentivata la raccolta delle olive e stipulati trattati commerciali allo scopo di creare sbocchi alla produzione locale; infine, Carlo Felice diede inizio a progetti di sistemazione della rete stradale.
Matrimonio e rientro a Torino
Il 7 marzo 1807, nella Cappella Palatina del Palazzo Reale di Palermo, sposò Maria Cristina di Borbone (17 gennaio 1779 - 11 marzo 1849), figlia di Ferdinando di Borbone re di Napoli e di Sicilia che, dopo il Congresso di Vienna, assumerà il titolo di re delle Due Sicilie, e di Maria Carolina d'Austria.
Il matrimonio, che in origine aveva incontrato l'opposizione dell'interessato, era stato arrangiato per impellenti esigenze dinastiche. Infatti, poiché né Carlo Emanuele né Vittorio Emanuele avevano avuto figli maschi (l'erede del secondo era morto in Sardegna per una malattia), mentre il duca del Monferrato e il conte di Moriana erano deceduti, Carlo Felice diveniva l'erede presuntivo e pertanto era importante che avesse almeno lui dei figli maschi.
Tuttavia, sebbene il matrimonio con Maria Cristina fosse armonioso, la di lei sterilità impedì tali progetti e obbligò Vittorio Emanuele a considerare la successione di Carlo Alberto, principe di Carignano, discendente da un ramo collaterale di Casa Savoia..
Dopo la caduta di Napoleone ed il rientro di Vittorio Emanuele a Torino (20 maggio 1814), Carlo Felice lo seguì per un breve periodo, per poi ritornare l'anno seguente in Sardegna con la moglie, mantenendo formalmente la carica di viceré sino al 1821, sebbene facesse rientro alla corte di Torino dopo breve tempo.
Rivoluzione del 1821 Premessa A seguito dei moti di Cadice del 1820, re Ferdinando VII di Spagna fu costretto a riconcedere la costituzione del 1812 e in molti Stati europei si accese così la speranza di ottenere analoghe concessioni dai rispettivi sovrani. Moti insurrezionali scoppiarono a Napoli e a Palermo.
I primi segnali di crisi si verificarono l'11 gennaio del 1821, quando a Torino, durante una recita a teatro, quattro studenti furono fermati dalla polizia poiché portavano berretti rossi con fiocco nero, simbolo della Carboneria. I giovani opposero resistenza e furono arrestati provocando un esteso tafferuglio..
L'indomani tutti gli studenti e molti docenti, sdegnati per l'accaduto, protestarono, reclamarono la scarcerazione dei fermati e, non avendola ottenuta, si chiusero dentro l'Università. Il governo fu costretto ad inviare l'esercito. Sebbene non ci fossero stati morti, i feriti furono assai numerosi e gli eventi precipitarono..
Nacque, infatti, un collegamento tra le proteste e la società segreta dei "Federati", i cui esponenti Santorre di Santarosa, Giacinto Provana di Collegno, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano e Guglielmo Moffa di Lisio (tutti militari, funzionari o figli di ministri) e Roberto d'Azeglio incontrarono il 6 marzo Carlo Alberto: pronti ad agire, avevano identificato nel principe l'uomo nuovo di Casa Savoia, colui che avrebbe rotto con un passato di assolutismo..
Programma dei congiurati non era quello di mettere in discussione la dinastia sabauda, ma anzi quello di indurla ad attuare riforme di natura politica e sociale per poi dichiarare la guerra all'Austria, che si riteneva possibile anche alla luce dei sentimenti profondamente anti-austriaci del sovrano, Vittorio Emanuele I..
Per fare ciò, i congiurati, approfittando dell'assenza di Carlo Felice che, ritenevano, avrebbe potuto indurre il fratello Vittorio ad opporsi ai loro disegni, intendevano sollevare l'esercito, circondare il castello di Moncalieri dove dimorava il re e imporgli di concedere la costituzione, nonché di dichiarare guerra all'Austria. Il ruolo di Carlo Alberto sarebbe stato quello di mediatore fra i congiurati e il sovrano.; egli, tuttavia, la mattina seguente ebbe un ripensamento e tentò di sganciarsi dalla congiura che, tuttavia, non disconobbe.
Inizio della rivolta I congiurati però si insospettirono e diedero disposizioni per annullare l'insurrezione che doveva scoppiare il 10: lo stesso giorno Carlo Alberto, completamente pentito, corse a Moncalieri da Vittorio Emanuele I, svelandogli ogni cosa e chiedendo perdono; nella notte la guarnigione di Alessandria, comandata da uno dei cospiratori (Guglielmo Ansaldi), si ribellò e occupò la città. I rivoluzionari a questo punto, benché abbandonati dal principe, decisero di agire..
Abdicazione di Vittorio Emanuele e reggenza di Carlo Alberto
Domenica 11 marzo 1821 il re Vittorio Emanuele I riunì il Consiglio della Corona, del quale faceva parte anche Carlo Alberto; tuttavia, data l'indecisione del monarca, non venne assunta alcuna decisione.