La guerra di indipendenza croata fu un conflitto avvenuto tra il 1991 e il 1995 tra le forze leali al governo della Croazia, che dichiarò la propria indipendenza il 25 giugno 1991, e quelle della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (SFRJ), controllata da forze militari serbe, che si opposero a tale dichiarazione. Le forze armate jugoslave cessarono ufficialmente le operazioni nel 1992. In Croazia ci si riferisce a tale conflitto principalmente come Guerra della Patria (in croato: Domovinski rat), ma anche come Grande aggressione serba (in croato: Velikosrpska agresija). I Serbi invece, per definire il conflitto utilizzano la frase: "Guerra in Croazia" (in serbo: "Rat u Hrvatskoj").

Il conflitto iniziò con degli scontri tra la polizia croata e i serbi residenti nella Repubblica Socialista di Croazia. Man mano che l'esercito jugoslavo (JNA) passava sotto l'influenza serba, avendo gran parte dei comandi situati a Belgrado, molte delle sue unità iniziavano a sostenere i combattimenti dei serbi in Croazia. I croati, da parte loro, miravano a formare uno Stato sovrano indipendente dalla Jugoslavia, ma la minoranza dei serbi, sostenuta dalla Repubblica Socialista di Serbia, si oppose in armi alla secessione dalla Jugoslavia. I serbi delinearono una nuova linea di confine all'interno della Croazia, contendendo al nascente Stato tutti i territori con popolazione in maggioranza serba ma anche i territori in cui era presente una significativa minoranza, tentando di conquistare quanto più territorio croato possibile.Ivan Strižić: Bitka za Slunj—obrana i oslobađanje grada Slunja i općina Rakovice, Cetingrada, Saborsko i Plitvička Jezera od velikosrbske agresije, Naklada Hrvoje, Zagreb, 2007, p. 124, ISBN 978-953-95750-0-5 L'obiettivo principale era la creazione della cosiddetta Grande Serbia.

All'inizio della guerra, la JNA tentò di mantenere con la forza la Croazia nella Jugoslavia, cercando di occuparla integralmente.Kadijević 1993, pp. 134–135Bjelajac, Žunec, Boduszynski, Draschtak, Graovac, Kent, Malli, Pavlović, Vuić 2009, p. 241 Dopo aver fallito in questo piano, le forze serbe proclamarono, all'interno della Croazia, la Repubblica Serba di Krajina (RSK) che comprendeva gran parte dei territori sul confine sud-orientale della regione. Alla fine del 1991 la maggior parte del Paese era gravemente coinvolto nel conflitto, con diverse città e villaggi pesantemente danneggiati nel corso dei combattimenti, mentre l'intera popolazione fu costretta a fronteggiare l'impatto creato da centinaia di migliaia di sfollati interni. Dopo il cessate il fuoco del gennaio 1992, e il riconoscimento internazionale della Repubblica di Croazia come Stato sovrano, venne stabilita una linea del fronte di tipo fortificato in mezzo alla quale venne schierata una forza di interposizione delle Nazioni Unite (UNPROFOR), riducendo negli anni successivi gli scontri tra le due fazioni a combattimenti intermittenti. All'inizio di questa fase, la Repubblica Serba di Krajina si estendeva per  km², corrispondenti a più di un quarto del territorio croato. Nel 1995, la Croazia lanciò due offensive principali enominate Operazione Lampo () e Operazione Tempesta, offensive che avrebbero cambiato l'esito del conflitto in suo favore. La rimanente zona sotto il controllo della United Nations Transitional Authority for Eastern Slavonia, Baranja and Western Sirmium - UNTAES (Autorità provvisoria delle Nazioni Unite per la Slavonia orientale, Baranja e Sirmia occidentale) fu reintegrata nel 1998 alla Croazia. La guerra terminò con una vittoria totale della Croazia, che ottenne l'indipendenza e il mantenimento dei confini stabili.

Cause del conflitto Il risorgere del nazionalismo in Jugoslavia La guerra in Croazia fu il prodotto della rinascita di un diffuso nazionalismo, presente in tutte le ex repubbliche della Jugoslavia, che negli anni ottanta condusse lentamente alla dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. La crisi emerse nel Paese dopo l'indebolimento del blocco orientale verso la fine della guerra fredda, culminato con la caduta del Muro di Berlino nel 1989. In Jugoslavia, il partito comunista nazionale, ufficialmente chiamato Lega dei Comunisti di Jugoslavia, aveva ormai perso la sua capacità di guida ideologica.

Negli anni ottanta, i movimenti secessionisti albanesi nella Provincia Socialista Autonoma del Kosovo, all'interno della Repubblica Socialista di Serbia, portarono alla repressione della maggioranza albanese residente nella provincia meridionale. Le repubbliche federate più ricche, all'epoca note come Repubblica Socialista di Slovenia e Repubblica Socialista di Croazia, tendevano al decentramento e alla democratizzazione. La Serbia, guidata da Slobodan Milošević, mirava invece al centralismo e al mantenimento del monopartitismo attraverso lo strumento della Lega dei Comunisti. Milošević, infatti, attraverso una rigida politica autoritaria, pose fine all'autonomia del Kosovo e della Provincia Socialista Autonoma della Vojvodina.

Man mano che Slovenia e Croazia maturavano una sempre maggiore consapevolezza verso l'autonomia nella federazione, mirando allo status di Stati confederati o addirittura indipendenti, iniziarono a diffondersi sentimenti nazionalisti, soprattutto tra le file degli iscritti alla Lega dei Comunisti, ancora partito unico al potere. Quando Milošević salì al potere in Serbia, i suoi discorsi puntarono a mantenere la Jugoslavia come Stato unico i cui poteri dovevano essere concentrati a Belgrado. Nel discorso di Gazimestan del 28 giugno 1989, egli parlò di "battaglie e liti", affermando che, sebbene non fossero in corso scontri armati, la possibilità non poteva ancora essere esclusa.

La situazione politica generale divenne ancora più tesa quando il futuro presidente del Partito Radicale Serbo, Vojislav Šešelj, visitò gli Stati Uniti nel 1989; a Šešelj fu in seguito conferito dal leader cetnico della seconda guerra mondiale, Momčilo Đujić, il titolo onorifico di voivoda (duca) nel corso di una commemorazione della battaglia del Kosovo. Anni dopo, il leader serbo di Croazia Milan Babić testimoniò che Đujić, negli anni novanta, finanziò i serbi in Croazia.

Nel marzo 1989, la crisi jugoslava si aggravò ulteriormente in seguito all'adozione di emendamenti alla Costituzione della Repubblica Serba, che consentivano al governo di Belgrado di riaffermare la propria autorità sulle province autonome del Kosovo e della Vojvodina, annullando di fatto l'autonomia decisionale delle istituzioni locali. La Serbia di Milošević acquisì così il controllo su tre degli otto voti della presidenza collegiale jugoslava; questo meccanismo fu utilizzato il 16 maggio 1991, quando il parlamento serbo sostituì Riza Sapunxhiu e Nenad Bućin, rappresentanti del Kosovo e della Vojvodina, con Jugoslav Kostić e Sejdo Bajramović.Mesić 2004, p. 33 Il quarto voto fu fornito dalla Repubblica Socialista del Montenegro, il cui governo era sopravvissuto a un tentativo di colpo di Stato nell'ottobre 1988, ma non a un secondo nel gennaio 1989.

Assicuratasi quattro degli otto voti della presidenza federale, la Serbia fu in grado di influenzare pesantemente le decisioni a livello federale e di bloccare qualsiasi risoluzione a sé sfavorevole, rendendo l'organo di governo del tutto inefficace. Tale situazione provocò le proteste delle altre repubbliche (Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Macedonia) e la richiesta di riforme strutturali all'interno della federazione.Frucht 2005, p. 433

Le modifiche al sistema elettorale e alla costituzione L'indebolimento del regime comunista diede la possibilità ai movimenti nazionalisti di espandersi politicamente, anche all'interno della Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Nel 1989, venne consentita in Croazia la creazione di partiti politici, tra cui l'Unione Democratica Croata (in croato Hrvatska demokratska zajednica - HDZ), di ispirazione di destra con a capo Franjo Tuđman, che in seguito sarebbe diventato il primo presidente croato. Tuđman effettuò degli incontri in vari Stati esteri verso la fine degli anni ottanta per raccogliere il supporto da parte degli appartenenti alla diaspora croata nei confronti della causa nazionale.

Nel gennaio del 1990, la Lega dei Comunisti si divise a causa delle differenti linee politiche presenti all'interno delle diverse repubbliche. Il 20 gennaio 1990, al XIV Congresso Straordinario della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, le delegazioni delle repubbliche non furono in grado di trovare un accordo sul principio stesso alla base della Federazione Jugoslava. Le delegazioni croate e slovene chiedevano una federazione con legami più allentati, mentre la delegazione serba, guidata da Milošević, vi si opponeva. Come effetto, le delegazioni della Lega dei Comunisti della Slovenia e della Lega dei Comunisti di Croazia abbandonarono il congresso.

Nel febbraio 1990, Jovan Rašković fondò a Knin il Partito Democratico Serbo (SDS) di Croazia. Nel programma vi era l'affermazione che la "divisione regionale della Croazia è superata" e che "non corrispondeva agli interessi della popolazione serba".Goldstein 1999, p. 214 Il programma sosteneva il processo di revisione dei confini regionali e municipali per riflettere la reale e autentica composizione etnica degli abitanti, affermando il diritto per i territori con una "speciale composizione etnica" a diventare autonomi. Questi concetti erano allineati alla posizione di Milošević, secondo la quale i confini interni della Jugoslavia dovevano essere ridisegnati per consentire a tutti i serbi di vivere in un'unica nazione. Membri di spicco dell'SDS erano Milan Babić e Goran Hadžić, in seguito divenuti funzionari di vertice della Repubblica Serba di Krajina (RSK). Durante i procedimenti penali che in seguito sarebbero stati avviati, Babić testimoniò che vi fu una campagna di stampa diretta da Belgrado che strumentalmente dipingeva i serbi in Croazia come minacciati di genocidio dalla maggioranza croata e che lui fu vittima della propaganda. Il 4 marzo 1990, si tenne a Petrova Gora una manifestazione alla quale parteciparono almeno serbi. I partecipanti lanciarono accuse contro il leader croato Tuđman, urlando lo slogan "Questa è Serbia", manifestando in supporto di Milošević.Ramet 2006, p. 382

Le prime elezioni libere in Croazia e Slovenia vennero indette pochi mesi dopo. Il primo turno elettorale in Croazia si ebbe il 22 aprile 1990 e il secondo il 6 maggio 1990. L'Unione Democratica Croata, Hrvatska demokratska zajednica (HDZ) fondò la sua campagna elettorale sia sull'ideale di una maggiore sovranità sia su una piattaforma politica opposta a quella unitaria jugoslava, veicolando un sentimento tra i croati secondo cui "Solo l'HDZ avrebbe potuto proteggere la Croazia dalle aspirazioni degli elementi serbi guidati da Slobodan Milošević che miravano alla creazione di una Grande Serbia". L'HDZ vinse le elezioni, seguita dai comunisti riformatori di Ivica Račan (Lega dei Comunisti di Croazia-Partito dei Cambiamenti Democratici, SKH-SDP; odierno Partito Socialdemocratico di Croazia, SDP) ricevendo così l'incarico di formare un nuovo governo croato.

L'atmosfera politica in Croazia nel 1990 divenne sempre più tesa, in particolare durante il periodo immediatamente prima delle elezioni. Il 13 maggio 1990, pochi giorni dopo le elezioni, scoppiarono i primi incidenti nel corso della partita di calcio tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado. L'incontro non venne giocato a causa dei disordini sugli spalti tra le tifoserie delle due squadre e la polizia.