Il Museo di Giovio a Borgovico di Como era una delle residenze di Paolo Giovio, nella quale lo storico cinquecentesco si proponeva di raccogliere i ritratti di uomini illustri da lui descritti (la cosiddetta Serie gioviana) ed altri reperti.
Sorgeva ove oggi si trova la Villa Gallia.
Il museo
La villa-museo di Giovio può, a piena ragione, essere definita il primo esempio di spazio museale ante litteram conosciuto, non di mero collezionismo d'arte,A questo riguardo: F. Haskell, Le immagini della storia; Wolfgang Liebenwein, Studiolo; Peter Burke, Il Rinascimento europeo. così come lo intendiamo noi contemporanei (pur essendo eredi della rivisitazione concettuale del fenomeno avvenuta nell'Ottocento e nel NovecentoLa «tradizione erudita tra Ottocento e Novecento (da Francesco Fossati a Friedrich Kenner, da Eugène Müntz a Luigi Rovelli, da Paul Ortwin Rave a Matteo Gianoncelli) di grande serietà e di buon livello, ma prudente nello stabilire intersezioni fuori dagli steccati disciplinari»; F. Minonzio, Il Museo di carta di Paolo Giovio in Paolo Giovio. Elogi degli uomini illustri, Einaudi, p. XX), ossia il sogno di poter far "con-vivere", in uno spazio dato e al di là del tempo, l'intera storia della cultura umana. Secondo Price ZimmermannT.C. Price Zimmermann, Paolo Giovio. The Historian and the Crisis of the Sixsteenth-Century in Italy, Princeton University Press, 1995 «l'idea di Giovio di fondare un museo di ritratti sul lago fu il suo contributo più originale alla civiltà europea.»
«La prima testimonianza di un'elaborazione concettuale della villa, con caratteri in parte destinati a confluire nel Museo, precede a sua volta (1504) di più di quindici anni l'avvio della collezione»:F. Minonzio in ibidem, cit., p. XXI. «Non vi è ragione di dubitare di quello che Giovio scrisse il 18 gennaio 1549 in una lettera a Cosimo I de' Medici, di avere iniziato più di trent'anni prima a raccogliere ritratti di uomini d'armi», sebbene l'epistolario di quegli anni (1518-1519) « [...] non ci sorregge (...) Deve aver iniziato presto, ancor prima, a collezionare oggetti d'arte». In una lettera a Marin Sanudo del 1515 scrive di mandargli una "bizzarra medaglia d'argento", e allega uno schizzo di ritratto di Francesco I, attento ai valori formali della fisiognomica del potere (nella prospettiva di una funzione esemplare delle imagines, busti e medaglie erano adeguati allo scopo non meno dei ritratti, vedi lettera a Federico Gonzaga da Genova del settembre 1521). (...) In senso stretto la prima raccolta di ritratti è la lettera ad Alfonso d'Este da Firenze del 2 giugno 1521, in cui si accenna, peraltro, alla complementarità tra la stesura delle Historiae e la sollecitazione gioviana di reperire ritratti. Sollecitazione pressante e produttiva, stando alla lettera da Firenze del 28 agosto 1521, a Mario Equicola con la richiesta di un ritratto di Battista Mantovano e dove Giovio afferma di esseri procurato ben sedici ritratti, unita alla dichiarazione di averne molti altri, sia di morti che di viventi" cfr. F. Minonzio, in ibidem, cit. pag. XLIV-XLV ciò propone un'interpretazione delle finalità della villa-museo che vanno al di là della semplice necessità di collocarvi la propria raccolta. Una "precoce volontà di villa" è testimoniata da una serie di lettere di Giovio. La prima, in latino, è indirizzata a Giano Rasca fin dal 1504,Un documento interessante dell'educazione letteraria giovanile di Giovio è l'epistola latina scritta nel 1504 a Giano Rasca, redatta nello stile di Plinio il Giovane (ma con maturo riuso della tradizione antica, tra Cicerone e Aulo Gellio, e - tra i moderni - di Cristoforo Landino e di Angelo Poliziano) che descrive la villa di campagna che la famiglia possedeva a Lissago, vedi Paolo Giovio: una biografia, ibidem, cit. «L'epistola muove dalla contrapposizione polemica della sanità della vita rustica alla degenerazione morale della città, la cui convulsa insensatezza è da Giovio espressa nella tecnica dell'accumulo delle forme di vita dissipiate, per trapassare alla descrizione della villa, interfoliata da puntuali riferimenti ad ambienti e a strumentazioni rustiche, e chiudere infine sulle fonti d'acqua che affiorano a Lissago. Il raffinato lessico architettonico è il frutto di una selettiva riscrittura ( [...] ) delle lettere nelle quali Plinio il Giovane descriveva le ville Laurentina e Tusci (Epistulae, II, 17 e V, 6) non senza qualche rinforzo attinto soprattutto al De partibus aedium di Grapaldi.» F. Minonzio, Il museo di carta di Paolo Giovio in Paolo Giovio. Elogi degli uomini illustri, Einaudi, I Millenni, Torino, 2006, pag. XXIV un'altra fu inviata a Francesco II Sforza, duca di Milano (Roma, primo marzo 1531), in cui lo si informa dell'acquisto di «[...] un bellissimo loco, qual è vicino un miglio a Como, qual costa mille e duecento scudi».F. Minonzio, ibidem, cit., p. XXV; da non trascurare che l'interesse intellettuale verso la raccolta di immagini potrebbe addirittura risalire agli anni della formazione universitaria pavese, « [...] nei quali gli Hyerogliphica di Horapollo (1505) erano il libro del giorno», vedi F. Minonzio, in ibidem, cit., pag. XXX
Pur non essendovi accenni nell'epistolario, certe sono, sulla base di numerose documentazioni, le date di inizio (autunno 1537) e fine dei lavori (primavera 1543),F. Minonzio, in ibidem, cit., p. XXVII mentre non ci sono indicazioni sul nome dell'architetto: un silenzio che è un'orgogliosa rivendicazione di responsabilità da parte di Giovio sulla impegnativa impresa edificatoria.
Negli anni 1580 la villa compare, con l'indicazione Muſeo, nella mappa che nella Galleria delle carte geografiche dei Palazzi Vaticani riguarda il Ducato di Milano.
Successivamente alla morte di Giovio, la villa fu acquistata nel 1607 dal ricchissimo comasco Marco Gallio, nipote dal cardinale Tolomeo Gallio. L'intenzione era quella di ristrutturarla, ma venne invece fatta abbattere, a causa dello stato di estremo degrado in cui versava, dovuto all'abbandono e alle numerose successive inondazioni subite.
La scelta del nome Musaeum Nell'antichità il termine Mousêion (luogo sacro alle Muse), in relazione a un edificio, fu adottato per indicare il Museo di Alessandria fatto costruire dal re Tolomeo Filadelfo ad Alessandria d'Egitto per ospitare la celebre Biblioteca. Al riguardo scrive Franco Minonzio: « [...] il termine Musaeum, nell'accezione di luogo consacrato alle Muse e allo studio ha, nella civiltà latina (per nulla dire degli antefatti greci, classici ed ellenistici) una storia lunga che rimonta a Varrone (De re rustica, III, 5.9) e a Plinio il Giovane (Epistulae I, 9.6).Henri Lavagne, Operosa Antra. Recherches sur la Grotte à Rome de Sylla à Hadrien, École Française de Rome, Roma 1989, pp. 270 e segg.; (...) Sulla scelta del termine musaeum in età rinascimentale,Wolfgang Liebenwein, (a cura di Claudia Ceri Via), Studiòlo. Storia e tipologia di uno spazio culturale, Panini, Modena 1988, pp. 117-188 occorre ammettere che era nell'aria, tant'è che, (...) un amico di Bembo, l'antiquario padovano Alessandro Maggi, aveva in quello stesso torno di tempo, utilizzato questo termine classicheggiante in riferimento al proprio palazzo e alla collezione che vi era contenuta. Certo, l'accezione nella quale Giovio se ne avvale ("un luogo dedicato alle muse, nel quale trattenersi con gli amici in colta conversazione tra opere d'arte antiche e moderne") (...) è un autentico punto di svolta.»F. Minonzio, in ibidem, cit., nota 16, p. 17
Erasmo da Rotterdam, negli anni 1523/1524, adopera il termine greco Museion per designare un piccolo studio adibito alla lettura dei codici (Convivium religiosum): l'influenza pregnante delle idee dello studioso olandese su Giovio, anche attraverso il fratello Benedetto che di Erasmo fu corrispondente, sembrerebbe la fonte più probabile nella scelta da parte del comense del termine "Museo" per identificare il luogo dove conservare la sua collezione. Già nel 1532, infatti, in una lettera redatta dal medesimo Benedetto, quest'ultimo usa il vocabolo museion a proposito del palazzo di famiglia in cui ospitare la raccolta-F. Minonzio, in ibidem, cit., nota 16, pagg. 17-18 Tuttavia « [...] nella realizzazione del musaeum Paolo Giovio va oltre Erasmo, come va oltre Benedetto: il significato nuovo che riempie il termine antico è quello di un luogo di studio cui si unisce una collezione di ritratti di uomini illustri, della storia passata e della contemporanea, senza preclusioni d'ordine etnico o religioso, non più legati alla vicenda individuale del proprietario, e ciascuno dei quali è integrato da un testo biografico, che in molti casi al ritratto esplicitamente rimanda».F. Minonzio, in ibidem, cit., pagg. XXXIX-XL
Il luogo secondo Giovio
Una delle descrizioni più antiche e suggestive della residenza,Le descrizioni letterarie d'epoca sono quattro: la prima, in una lettera di Benedetto Giovio indirizzata al fratello minore, datata all'incirca 1542; una seconda, in una lettera "alla burlesca" di Anton Francesco Doni, da Como, datata 17 luglio 1543, indirizzata alla stampatore Ludovico Domenichi, "destinatario poi mutato nella seconda edizione (Marcolini, Venezia, 1552) in Jacopo Tintoretto, 'eccellente pittore'"; una terza lettera, 'serià, sempre del Doni, da Como, del 20 luglio 1543 indirizzata ad Agostino Landi; l'ultima è la Musei Ioviani Descriptio di Paolo Giovio, premessa agli Elogia del 1546. vedi Franco Minonzio in Descrizione del museo gioviano, nota 3 a p. 14, in Elogi degli uomini illustri, cit. dove Giovio allestisce il suo "Museo", che sorgeva sull'area dell'attuale Villa Gallia, nei pressi del capoluogo lariano, la fornisce lo stesso proprietario:Musei Iovani Descriptio, cit. «La villa è di fronte alla città e sporge come una penisola sulla superficie sottostante del lago di Como che si espande tutto intorno; si protende verso nord con la sua fronte quadrata e verso l'altro lago con i suoi fianchi dritti, su una costa sabbiosa e incontaminata, e perciò estremamente salubre, costruita proprio sulle rovine della villa di PlinioF. Minonzio, in Elogi..., cit, pag. 10; riferendoci alla traduzione dal testo originale in latino, sulla identificazione gioviana delle rovine presso cui fece costruire la propria villa-museo con quelle di un edificio appartenuto a Plinio il Giovane, sembrerebbe non vi siano dubbi. Tuttavia tale attribuzione è palesemente infondata. Le rovine appartenevano alla villa del poeta Caninio Rufo () come, d'altra parte, si trovava già indicato nell'iscrizione predisposta dal fratello Benedetto in occasione della visita al Museo dell'imperatore Carlo V nel 1541; F. Minonzio, in nota 5, pag 15, in ibidem, cit. Si tratta evidentemente di un tentativo di Giovio di "nobilitare" maggiormente il luogo, conferendogli maggior autorevolezza con ascendenze pliniane, spesso richiamate nella descriptio con riferimenti alle Epistulae dell'antico autore comasco. (...) Giù nelle acque profonde, quando il lago, distendendo dolcemente la superficie vitrea, è calmo e trasparente, si vedono marmi squadrati, tronchi enormi di colonne, piramidi consunte che prima decoravano l'ingresso del molo falcato, davanti al porto».Traduzione in italiano di F. Minonzio, ibidem, cit., p. 10