Ettore Fieramosca è un film del 1938 diretto da Alessandro Blasetti, liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Massimo d'Azeglio, pubblicato nel 1833 e ispirato alla vicenda storica della disfida di Barletta.

Trama Nel 1503, Francesi e Spagnoli si contendono la regione circostante il castello siciliano di Morreale. Giovanna, la bella castellana, anela a liberarsi dal giogo straniero e per questo vuole sposare un coraggioso cavaliere. Graiano d'Asti la inganna facendo combattere al proprio posto Ettore Fieramosca e poi vantandosi lui con Giovanna dell'impresa, riuscendo in tal modo a convincerla a sposarlo.

Dopo le nozze, Graiano rivela le sue vere intenzioni e apre ai Francesi le porte del castello, ottenendo di essere nominato duca di Morreale in cambio del tradimento. Solo Fieramosca si oppone eroicamente all'invasione, ma resta gravemente ferito. Assistito da Giovanna, attratta da lui, viene trasportato dai suoi compagni d'arme in Puglia. Qui arrivano anche Graiano e i Francesi, guidati da Guy De la Motte, che sono stati fatti prigionieri degli Spagnoli, con i quali adesso milita Fieramosca.

De la Motte, benché prigioniero, irride e schernisce i cavalieri italiani che combattono con gli spagnoli. Ciò provoca la reazione di questi e ne nasce una sfida a cui partecipano tredici armati per parte. Tra i Francesi milita anche Graiano, che tenta di uccidere Fieramosca, ma la vittoria è degli italiani e di Fieramosca che prevale su Graiano, uccidendolo, mentre tutti i cavalieri francesi vengono risparmiati. Potrà così sposare l'amata Giovanna e regnare con lei su Morreale.

Realizzazione del film Soggetto e sceneggiatura L'idea di trasporre sullo schermo il romanzo di Massimo D'Azeglio era stata proposta da Blasetti già nel 1935, ma non venne approvata dalla Direzione generale della Cinematografia, l'ufficio del governo fascista incaricato di presiedere alla produzione italiana, che preferì invece realizzare Scipione l'AfricanoBlasetti in Cinecittà anni trenta, cit. in bibliografia, p.134 e seg., intervista del 2 febbraio 1974.. Blasetti ritornò sul progetto nel 1937, sempre a partire dall'opera del D'Azeglio, proponendosi tuttavia di reinterpretarla con molta libertà: «Il romanzo - dichiarò - non viene né escluso, né accettato, servirà come punto di partenza. Bisogna considerare l'epoca in cui scriveva il D'Azeglio e quindi sfrondarlo della simbologia di alloraDichiarazioni di Blasetti nell'articolo Sotto la cenere, in Cinema, n. 23 del 10 giugno 1937.».

L'intenzione del regista era soprattutto di carattere nazionalista. L'anno precedente egli aveva sostenuto la necessità di realizzare un «film che parli efficacemente dell'Italia fascista a 50 milioni di stranieriDichiarazione di Blasetti in Civiltà fascista, n. 6, giugno 1936.». Il film esalta dunque quel personaggio come una "gloria nazionale"Gori, cit. in bibliografia, p.59. ed individua quali avversari i Francesi, dei quali Blasetti aveva «l'idea di battere su quella che è sempre stata la cosa più fastidiosa, la "suffisance"». Questo accade in un momento storico che già era di forte tensione tra Italia e Francia, paese che dava asilo a tanti antifascisti e che era in quel momento governata dal Fronte popolareAprà, Blasetti regista italiano in Scritti sul cinema, cit. in bibliografia, p.37., sino a diventare poi nel 1940 nazione nemica. Molti anni dopo, però, egli spiegherà il film in maniera diversa. «Non volevo fare una grossa esaltazione (ma) battere su questa necessità che c'era allora. e credo anche oggi, dell'unità tra gli italiani»

Oltre all'esaltazione dell'orgoglio nazionale, il Fieramosca assunse importanza anche sotto il profilo economico. Nel 1938, proprio quando il film uscì, era stata istituita una forte limitazione (il c.d. "monopolio") sull'importazione di pellicole straniere. Blasetti, quindi, «propone un film spettacolare che possa risarcire il pubblico italiano rimasto privo dei "colossal" stranieri più amatiProno in Ettore Fieramosca, segreti e passioni, cit. in bibliografia, p.4 e seg.».

Con queste premesse, la sceneggiatura fu preparata con intenti di grandiosità. Del gruppo degli sceneggiatori fecero parte, oltre allo stesso Blasetti ed a Mazzetti, che poi sarà aiuto regista, Ludovici, reduce l'anno prima dall'esperienza, completamente diversa, del film realista La fossa degli angeli, e Novarese, che era in realtà uno dei costumisti: l'aspetto figurativo entra così nella preparazione del film come un elemento essenziale, basato su uno studio approfondito della pittura degli inizi del Cinquecento, in particolare delle opere di Carpaccio, del Giorgione, di Antoniazzo RomanoNovarese in Cinecittà anni trenta, cit. in bibliografia, p.847.. mentre per il costume di Giovanna di Morreale ci si ispirò al monumento funebre di Ilaria del Carretto scolpito da Jacopo della QuerciaArcangeli in Bianco e nero, aprile 1939, cit. in bibliografia, p.97..

Produzione Ettore Fieramosca, fu prodotto dalla "Nembo Film", di Vincenzo Genesi e Attilio Fattori, una società che era stata appositamente costituita, nella quale si impegnò personalmente anche Blasetti, entrando nel Consiglio di Amministrazione, e che poi realizzerà solo tre altri film minori (l'ultimo nel 1960)Cfr. Le città del cinema, cit. in bibliografia, p.487.. Le riprese iniziarono nei primi giorni dell'aprile 1938 negli stabilimenti romani della "Titanus" alla FarnesinaNotizie in Cinema, n. 43 del 10 aprile 1938., che furono inaugurati, ancora in condizioni provvisorie, proprio in questa occasioneScotti in Cinecittà anni trenta, cit. in bibliografia, p.990..

Lo sforzo produttivo fu rilevante nelle scene "di massa" che richiesero un gran numero di comparse (furono utilizzati sino a 3.000 fanti e cavalieri, impiegando anche reparti forniti dall'EsercitoArticolo in La Stampa del 25 ottobre 1938.) e negli allestimenti scenografici, con la costruzione "ex novo" del castello di Morreale nei teatri "Titanus"Notizia in Cinema, n. 46 del 25 maggio 1938.. La complessità della lavorazione comportò una durata delle riprese superiore al previsto, tanto che, mentre a maggio il film veniva annunciato tra quelli che ad agosto sarebbero stati presenti a Venezia, ad ottobre erano ancora in lavorazione gli esterni in località Acquatraversa sulla via Appia.

Il consistente impegno finanziario fu assistito dal governo: Ettore Fieramosca fu uno degli 8 film a cui nel 1938 fu concesso un contributo finanziario pubblico (sotto forma di anticipazione), pari a circa un terzo del costoFreddi, cit. in bibliografia, p.110., cui seguì poi l'anno successivo un premio straordinario di un milione di lire che il Ministro della cultura popolare, Dino Alfieri, concesse al film «per il suo particolare valore etico ed artisticoNotizia in La Stampa del 21 marzo 1939.». Inoltre il film fu agevolato anche nella distribuzione, che fu affidata all'E.N.I.C., società pubblica.

Interpreti Anche nella scelta del cast, la produzione mise in campo un rilevante impegno, scritturando, accanto ai protagonisti Cervi e Cegani, una grande quantità di attori, alcuni dei quali agli esordi e poi destinati poi al successo, come Andrea Checchi, Arnoldo Foà ed il piccolo Tao Ferrari, poi Paolo Ferrari. Il Fieramosca fu anche il primo film importante per Clara Calamai ed una conferma per Osvaldo Valenti, che venne impiegato in un ruolo da "cattivo", una scelta che Blasetti confermerà anche nei suoi due successivi film in costumeMassimo Scaglione, Gli attori, in Ettore Fieramosca, segreti e passioni, cit. in bibliografia, p.121..

Altri apporti Per la scenografia del film, elemento importante in una pellicola di grande valore figurativo, Blasetti scelse un quasi esordiente, Ottavio Scotti, che aveva da poco terminato gli studi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Altro esordiente, almeno in Italia, fu Gábor Pogány, fotografo ungherese da poco trasferitosi a Roma, che sul set del Fieramosca fu aiuto operatore, senza essere accreditato. L'impegno produttivo richiese una suddivisione della costumistica: Novarese si occupò, come detto, di quelli maschili (più quelli di Giovanna di Morreale), mentre quelli femminili furono disegnati da Marina Arcangeli, che per i costumi delle danzatrici si ispirò, oltre ai pittori già individuati da Novarese, anche alla Nascita di Venere del Botticelli ed al Parnaso del Mantegna.

Il commento musicale fu affidato ad Alessandro Cicognini, che poi scriverà anche le musiche dei successivi film storici di Blasetti,. La colonna sonora fu suddivisa in diversi "temi", tra cui il "tema delle cortigiane", il "tema di Giovanna", e naturalmente il "tema di Fieramosca", il "tema della disfida", ma soprattutto il "tema della dignità italiana", che fu suonato da un'orchestra di ben 50 musicisti con un coro di 33 voci maschiliCicognini in Bianco e nero, cit. in bibliografia, p.152.. Nelle scene iniziali delle danzatrici succintamente velate (che scandalizzarono i commentatori cattoliciNe L'Osservatore romano del 30 dicembre 1938, articolo di M.M., si parlò di «eccessive trasparenze».) furono impiegate allieve del corpo di ballo dell'Opera di RomaFrancesco Callari, Il Tevere, 30 dicembre 1938., mentre in quelle dei duelli ebbe una parte, come controfigura di Valenti, il Generale Giovanni Minuzzi (1906 - 2004), Maestro d'Armi presso l'Accademia di Scherma del Foro Italico di Roma.

Accoglienza Terminate le riprese all'inizio del novembre 1938, il film di Blasetti uscì sugli schermi il 29 dicembre di quello stesso anno, dopo un montaggio laborioso dovuto alla gran quantità di pellicola girata. Nonostante i suoi dichiarati intenti di esaltazione dell'onore nazionale, si trovò al centro di un "caso" che coinvolse i maggiori critici cinematografici del tempo e che provocò l'intervento del Regime.

Commenti contemporanei All'apparire del film, la critica cinematografica si divise nel giudizio. Vi furono molti commenti favorevoli da quello de La Stampa («L'attesa e le speranze non sono andate deluse; tutto il film è un susseguirsi di quadri bellissimiArticolo di m.g. [Mario Gromo], La Stampa, 29 dicembre 1938.» ) a quello di Film, secondo cui «Blasetti ha evocato e distribuito i fatti con ritmo ariostescoLuigi Chiarelli, articolo in Film, n. 52 del 31 dicembre 1938.». Per La Tribuna «La pagina cinematografica della scena finale della sfida è degna di stare tra le più belle del cinema mondialeCipriano Efisio Oppo ne la Tribuna del 31 dicembre 1938.», mentre per la Gazzetta del popolo «il film rappresenta uno degli sforzi più notevoli ed interessanti che il cinematografo ci abbia datoArticolo di "acer", La Gazzetta del popolo del 30 dicembre 1938.». Il film fu apprezzato per motivi non solo artistici anche da Francesco Pasinetti: «A questo film va la nostra simpatia oltre che per il convincente risultato nella realizzazione di molte scene, per la posizione che può avere nel cinema italianoIl Meridiano di Roma. 5 gennaio 1939.».

Ma, accanto a questi giudizi positivi, altri avanzarono riserve sul film. Tra questi vi fu Fabrizio Sarazani che accusò Blasetti di «aver voluto fare a modo suo, scegliendo di elaborare sceneggiatura e trama indipendente dal romanzo. Ha compiuto un atto di coraggio artistico che purtroppo non ha dato gli effetti speratiIl Giornale d'Italia, del 30 dicembre 1938.». Analoghe le riserve del Corriere della sera, secondo cui «soltanto le allusioni all'attualità scaldano l'episodio della disfida, che senza quelle sarebbe pomposo e grandioso, ma cinematograficamente freddoArticolo di f.s. Filippo Sacchi, Corriere della sera del 30 dicembre 1938.». Dubbi anche sul Messaggero: «dialogo borioso e non sempre ben registrato, personaggi poco intercomunicanti e cordiali; c'è nel film infinitamente più bravura che cuore, più esteriore sapienza tecnica che chiarezza del raccontoCommento di def. [Sandro De Feo], Il Messaggero del 30 dicembre 1938.».

La reazione del Regime