L’Aquilone è stato un cacciatorpediniere della Regia Marina.

Storia

Durante le prove in mare a tutta forza, protrattesi per quattro ore, lAquilone mantenne una velocità media di 39,48 nodi, sino ad allora mai raggiunta da nessun cacciatorpediniere italiano.

Nel 1929 lAquilone costituiva, insieme ai gemelli Turbine, Euro e Nembo, la II Squadriglia della 1ª Flottiglia della I Divisione Siluranti, inquadrata nella 1ª Squadra navale, avente base a La Spezia.

Nell'estate 1929 la nave, agli ordini del CC Antonio Muffone, svolse una crociera in acque spagnole.

La nave partecipò ad alcune crociere nel Mediterraneo dal 1930 al 1932 e . Tra i primi comandanti dell'unità vi fu il capitano di corvetta Enrico Baroni. A bordo dell'Aquilone prestò servizio anche il sottotenente di vascello Giuseppe Cigala Fulgosi.

Nel 1931 lAquilone, unitamente ai gemelli Ostro, Turbine e Borea, ai cacciatorpediniere Daniele Manin e Giovanni Nicotera e all'esploratore Pantera, formava la 1ª Flottiglia Cacciatorpediniere, assegnata alla II Divisione della 1ª Squadra.

Nel 1932 il cacciatorpediniere fu tra le prime unità della Regia Marina a ricevere una centralina di tiro di tipo «Galileo-Bergamini», progettata dall'allora capitano di vascello Carlo Bergamini (che comandava la I Squadriglia Cacciatorpediniere, di cui lAquilone faceva parte). Non si trattò dell'unica modifica che la nave subì nei primi anni di servizio: l'armamento contraereo venne infatti incrementato con l'imbarco di una mitragliera binata da Breda Mod. 31 da 13,2/76 mm e le sistemazioni di bordo vennero migliorate. Sotto il comando di Bergamini, dal 25 marzo al 15 settembre 1932, la I Squadriglia, composta da Nembo (caposquadriglia), Aquilone, Turbine ed Euro, venne sottoposta ad un intenso periodo di addestramento con le nuove centrali di tiro, che portò a formare equipaggi altamente qualificati ed alla decisione di dotare molte altre navi della Regia Marina delle centraline «Galileo-Bergamini».

Nel corso dello stesso anno lAquilone colpì accidentalmente con uno dei propri siluri (l'arma era difettosa) il gemello Zeffiro.

Nel 1934 lAquilone, unitamente a Turbine, Euro e Nembo, costituiva la VIII Squadriglia Cacciatorpediniere, assegnata, insieme alla IV (composta dalle altre quattro unità della classe Turbine), alla II Divisione navale (incrociatori pesanti Fiume e Gorizia).

Il 10 giugno 1935, in occasione della "giornata del mare", riceve a Portici la Bandiera di combattimento.

Nel 1936-1937 il cacciatorpediniere prese parte alla guerra civile spagnola. Nel novembre 1937 la nave giunse a Brindisi da Napoli, e nel marzo 1938 si trasferì in Libia, dove Tobruk le era stata assegnata come base. Nei mesi successivi lAquilone navigò in varie zone del Mediterraneo, raggiungendo lo stretto dei Dardanelli, accompagnando a Porto Said i sommergibili italiani diretti in Africa Orientale Italiana, toccando Albania, Grecia, Candia ed altre isole dell'Egeo, transitando nel canale di Corinto e trascorrendo ogni volta diversi giorni in mare, a volte incontrando mare particolarmente forte, con onde la cui altezza superava quella della coffa, sommergendo la poppa. Il 15 dicembre 1938, in particolare, il cacciatorpediniere rischiò il capovolgimento e subì seri danni, tra cui l'asportazione di una gabbia contenente bombe di profondità e di diversi portelloni dei locali dinamo e macchina, oltre al danneggiamento del motoscafo, che rischiò di finire in mare. Qualche mese più tardi lAquilone dovette affrontare per quattro giorni un'altra violentissima tempesta, che lo costrinse infine ad interrompere la missione (allo scopo occorse richiedere ai comandi di Roma, che in un primo momento rifiutarono di concederlo) e mettersi alla cappa, per poi raggiungere Rodi, da dove, dopo qualche giorno di sosta ed approvvigionamento, la nave tornò a Tobruk.

Nel novembre 1939 lAquilone rientrò in Italia, sbarcò le proprie munizioni a Brindisi e raggiunse poi Fiume, dove, con l'equipaggio ridotto ad un terzo, venne sottoposto in bacino di carenaggio a dei lavori, che comprendevano la riparazione dei danni causati dalle tempeste. I lavori ebbero termine nel marzo 1940 e la nave, dopo alcune prove in mare, tornò a Brindisi, ove vennero nuovamente imbarcate le munizioni. In aprile lAquilone fece ritorno a Tobruk, dove per alcune settimane alternò esercitazioni di tiro, sia di giorno che di notte, con navigazioni notturne sottocosta. A partire dal 20 maggio 1940 lAquilone partecipò alle operazioni di minamento delle rotte d'accesso a Tripoli, Tobruk e Bengasi. Tra il 6 giugno ed il 10 luglio le quattro unità della I Squadriglia, insieme al posamine ausiliario Barletta, effettuarono la posa in acque libiche (specialmente attorno a Tobruk) di 14 campi minati, per complessive 540 mine.

All'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale lAquilone faceva parte, insieme ai gemelli Turbine, Euro e Nembo, alla I Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Tobruk, dov'era stata dislocata nel marzo 1940. Le unità della classe Turbine, in considerazione della loro anzianità e della loro velocità, ridottasi, a causa dell'intenso servizio negli anni trenta, da 33-36 a 31 nodi, vennero giudicate ormai inadeguate all'impiego con la squadra navale, e, considerate unità spendibili, furono pertanto dislocate in Libia: la I Squadriglia dipendeva operativamente da Marina Tobruk. LAquilone era al comando del capitano di corvetta Alberto Agostini.

Già l'11 giugno lAquilone, nel corso di un primo attacco aereo su Tobruk, venne fatto oggetto del lancio di diverse bombe: la nave rispose al fuoco con le proprie mitragliere da 40/39, mentre parte del personale, su ordine del comandante, raggiungeva i rifugi a terra. Il cacciatorpediniere non fu colpito, ma un radiotelegrafista fu gravemente ferito alla gola da una scheggia di una bomba esplosa vicino alla nave. Nel corso di giugno e luglio la nave fu più volte attaccata durante incursioni aeree britanniche su Tobruk, senza tuttavia riportare danni. In alcune occasioni, per ridurre il rischio di essere colpita, l'unità si ormeggiava sottobordo al grosso piroscafo Piemonte, già danneggiato durante una precedente incursione. Sebbene mai colpito direttamente, il cacciatorpediniere ebbe numerosi buchi nello scafo, causati da schegge e bombe cadute vicine.

Dalle 3.49 alle 4.05 del 14 giugno 1940 lAquilone bombardò con le proprie artiglierie, insieme al Nembo ed al Turbine, le posizioni britanniche a Sollumsecondo altra fonte (Fois) i cannoneggiamenti contro Sollum si sarebbero invece verificati il 20-21 luglio..

Il 26 il cacciatorpediniere partecipò ad un secondo bombardamento navale di Sollum. Tali attacchi erano intesi ad indebolire le difese britanniche in tale zona prima dell'offensiva italiana che si sarebbe dovuta tenere di lì a poco. Il 28 giugno 1940 l'equipaggio dell'Aquilone fu testimone dell'abbattimento dell'aereo di Italo Balbo sui cieli di Tobruk. Il giorno seguente la nave uscì in mare alla ricerca di naufraghi (e salme) del cacciatorpediniere Espero, ma non trovò nulla e venne avvistata da un ricognitore Short Sunderland. Dopo aver fatto dei segnali di riconoscimento cui l'unità italiana non poté dare risposta, il Sunderland sganciò diverse bombe che caddero 50-60 metri a poppavia dell'Aquilone, che si allontanò procedendo a tutta forza a zig zag e rispondendo al fuoco con le mitragliere, finché l'idrovolante si allontanò; il cacciatorpediniere giunse in porto in serata.

Poco dopo l'entrata in guerra lAquilone venne adibito a compiti di scorta convogli, e fu impiegato poche missioni con compiti antisommergibile, di intercettazione e di scorta lungo le rotte di cabotaggio libiche.

Presente a Tobruk durante gli attacchi aerosiluranti del 5 e 19 luglio 1940, durante i quali furono affondati i gemelli Zeffiro, Nembo ed Ostro ed i piroscafi Manzoni e Sereno e gravemente danneggiati lEuro ed i piroscafi Liguria e Serenitas, lAquilone rimase indenne, ed a fine agosto (intorno al 20) venne trasferito a Bengasi, dato che Tobruk era ormai ritenuta troppo esposta ad attacchi aerei. Nell'incursione del 19 luglio lAquilone era ormeggiato alla boa C6, una sessantina di metri a poppavia dell'Ostro: quando quest'ultimo fu colpito da un siluro che ne fece deflagrare il deposito munizioni di poppa, lAquilone venne investito da una pioggia di schegge infuocate, pur senza riportare danni sostanziali. In un'occasione il cacciatorpediniere soccorse, con le proprie imbarcazioni, i naufraghi di una nave affondata a Tobruk durante un attacco aereo.

Nei giorni successivi lAquilone uscì più volte in perlustrazione per 4-5 ore. La nave effettuò inoltre alcune missioni di scorta, venendo incontro a mercantili provenienti dall'Italia. Durante una di tali missioni, la scorta di due grossi piroscafi diretti a Tobruk, fu avvistata la scia di un siluro diretto contro lAquilone, che lo evitò con la manovra e reagì portandosi sul punto ove avrebbe dovuto essere il sommergibile e lanciando alcune bombe di profondità da 100 kg, regolate a differenti profondità, e mise poi in mare la torpedine da rimorchio. Il cacciatorpediniere ritornò poi verso il convoglio, per riprendere la scorta, allontanandosene di tanto intanto per tornare a cercare il sommergibile, non sapendo se questo fosse stato colpito (si era notata unicamente una ridotta chiazza d'olio). Dopo l'arrivo in porto dei piroscafi, lAquilone incrociò ad un miglio dalla costa per circa mezz'ora.

Durante un'altra missione, la scorta a tre piroscafi diretti a Derna, lAquilone avvistò, quando il convoglio era giunto in prossimità della destinazione, due bombardieri che volavano lungo la costa: il cacciatorpediniere virò a sinistra e si portò al largo, per portare su di sé l'attenzione dei due velivoli e distoglierla dai mercantili. Gli aerei, sorvolato il cacciatorpediniere senza attaccare, si allontanarono dopo che la nave italiana, non riconoscendoli, ebbe aperto il fuoco senza colpirli. LAquilone rientrò poi a Tobruk.

Dopo il trasferimento a Bengasi, il cacciatorpediniere compì una infruttuosa missione di ricerca di una forze navali nemiche.

La sera del 16 settembre 1940 lAquilone si trovava ormeggiato di punta, con la poppa rivolta verso la banchina, al lato orientale del Molo Principale del porto di Bengasi, affiancato sulla sinistra al Turbine. Alle 19.30 giunse in porto un convoglio composto dai piroscafi Maria Eugenia e Gloriastella e scortato dalla torpediniera Fratelli Cairoli: tali unità erano state tuttavia avvistate da un ricognitore Short Sunderland il giorno precedente, e, conseguentemente, il comandante della Mediterranean Fleet, ammiraglio Andrew Browne Cunningham, aveva ordinato un'incursione su Bengasi da parte di quindici Fairey Swordfish utilizzati per l'occasione come bombardieri (nove di tali velivoli, infatti, appartenenti all'815th Squadron della Fleet Air Arm, avrebbero portato bombe dirompenti da 227 e 114 kg ed incendiarie da 45 kg, mentre i restanti sei, facenti parte dell'819th Squadron, avrebbero posato mine magnetiche Mk I da 680 kg all'imboccatura del porto).