Il Regno di Sicilia nel periodo compreso tra il 1735 e il 1816 fu governato dalla dinastia borbonica, a seguito dell'incoronazione (col titolo di rex utriusque Siciliae) il 3 luglio 1735 di Carlo di Borbone nella cattedrale di Palermo, capitale del regno. Ancora oggi un monumento commemorativo posto all'ingresso della cattedrale ricorda l'evento. Nel dicembre 1816 il regno fu unito al Regno di Napoli per dare vita al Regno delle Due Sicilie.
Premessa Dalla Guerra dei Vespri, l'antico regno di Sicilia si trovava diviso in due diversi stati: il Regno di Napoli degli Angioini nell'Italia meridionale e il Regno di Trinacria degli Aragona in Sicilia. I due regni, definiti nei trattati "citeriore" (citra Pharum, cioè al di qua del Faro di Messina, rispetto al punto di osservazione del Pontefice) e "ulteriore" (ultra Pharum, cioè al di là del Faro), furono unificati in unione personale da Alfonso V d'Aragona, quando questi conquistò la porzione continentale.
La corona siciliana, in declino nella lunga età dei viceré, nel 1713 andò in mano alla dinastia sabauda (vedi Storia della Sicilia sabauda), a seguito del Trattato di Utrecht, una serie di trattati di pace che avevano, ufficialmente, la funzione di porre fine alla guerra di successione spagnola, ma che di fatto furono un tentativo per limitare l'espansione dei domini borbonici in Europa. Tuttavia, tale espansione venne solo rallentata, in quanto la Spagna di Filippo V iniziava a riarmare il suo esercito e la Quadruplice Alleanza (formata in chiave anti-borbonica da monarchia asburgica, Regno di Gran Bretagna, Regno di Francia e Repubblica delle Sette Province Unite) era in fermento per impedire l'annessione dell'Italia alla corona spagnola e il conseguente ampliamento degli interessi di quest'ultima nel vecchio continente. Sentitosi tra due fuochi, il re di Sicilia Vittorio Amedeo di Savoia cercò alleanze da ambo i lati. Gli Spagnoli erano però intenzionati a conquistare la Sicilia con la forza: il re sabaudo fece appello alle nazioni europee perché fossero garantiti i termini del trattato di Utrecht, dicendosi disposto a cedere la Sicilia agli imperiali in cambio della Sardegna o della Toscana, e del mantenimento del titolo regale. Nel giugno 1719 fu combattuta la battaglia di Francavilla e nel febbraio del 1720 Filippo si arrese. Vittorio Amedeo divenne dunque Re di Sardegna, mentre la corona siciliana passò agli Asburgo d'Austria, che già detenevano il Regno di Napoli.
Gli Austriaci tennero la Sicilia dal 1720 al 1734 (vedi Storia della Sicilia austriaca).
La conquista borbonica Nuove tensioni si produssero in Europa con la guerra di successione polacca (1733), in cui emerse la figura di Carlo di Borbone, primogenito di secondo letto di Filippo V. Carlo, alla guida dell'esercito spagnolo, conquistò i due vicereami asburgici (vedi Conquista borbonica delle Due Sicilie). La risoluzione in Italia avvenne con gli accordi del 1735, che videro l'assegnazione del Granducato di Toscana a Francesco Stefano di Lorena; passarono all'Austria il porto franco di Livorno e, riconosciuta la Pragmatica sanzione del 1713, il Ducato di Parma e Piacenza; il Regno di Sardegna acquisì le Langhe e i territori occidentali del milanese. Don Carlos, già duca di Parma e Piacenza (titolo che, de jure, mantenne fino al 1738) ottenne lo Stato dei Presidi e il Regno di Napoli. Carlo si proclamò sovrano di Sicilia con il numerale "III"In realtà, avrebbe dovuto assumere il nome di Carlo IV o, addirittura, Carlo V, se si considera Carlo I d'Angiò come re di Sicilia.. Carlo di Borbone nel maggio 1734 conseguì una vittoria decisiva a Bitonto contro gli austriaci e fu proclamato re di Napoli il 17 maggio 1734.
I siciliani non si erano ribellati all'Austria, né, tantomeno, avevano richiesto l'intervento spagnolo. Il 29 agosto due contingenti spagnoli sbarcarono a Termini e Messina. Il 2 settembre 1734 il generale spagnolo José Carrillo de Albornoz, duca di Montemar, prese possesso dell'ufficio del viceré a Palermo, con il mandato di gettare le premesse militari e politiche per la fondazione della nuova monarchia..
Le truppe dell'infante di Spagna avanzarono nell'isola senza incontrare forti resistenze, con le eccezioni di Messina, difesa dal principe Johann Georg Christian von Lobkowitz, Siracusa, dove gli austriaci, guidati dal marchese Egidio Orsini di Roma, resistettero fino al febbraio 1735, e Trapani, dove il generale Giacomo Carrera si arrese solo il 12 luglio 1735.Harold Acton, I Borboni di Napoli (1734-1825) Giunti, 1997, pagina 28 L'isola fu così sottratta alla dominazione asburgica. Il 9 marzo Carlo giunse a Messina, dove soggiornò circa due mesi prima di spostarsi nella capitale del Regno. Il 3 luglio 1735, Carlo fu incoronato sovrano a Palermo.
Storia della Sicilia borbonica
I re Borbone che governarono la Sicilia Il regno di Carlo di Borbone L'incoronazione
La cerimonia dell'incoronazione ebbe luogo nel Duomo di Palermo, dove il sovrano giurò, sui Vangeli, il rispetto e l'osservanza della Costituzione, dei Capitoli del Regno di Sicilia e dei privilegi e delle consuetudini della città di Palermo; a loro volta i nobili e gli ecclesiastici siciliani gli giurarono fedeltà, ma senza manifestare mai nulla di più che un consenso di massima.. Al momento dell'incoronazione, il sovrano scelse di non adoperare alcun numerale, ma di regnare con il nome di Carlo di Borbone, rinunciando all'ordinale "III" assunto al momento della conquista dell'isola.
Sebbene la grande cerimonia venga ricordata per solennità e fasti, circostanze di forza maggiore imposero che i tempi per il suo svolgimento fossero enormemente affrettati. L'incoronazione, infatti, avvenne quando la cittadella di Trapani era ancora sotto il controllo austriaco.. Tale sollecitudine fu dettata dalla necessità di legittimare le pretese di Carlo sui regni siciliani nei confronti dello Stato Pontificio. La Santa Sede, infatti, considerava il Regno di Sicilia citeriore feudo della Chiesa.
Riguardo Napoli, benché le pretese del papato fossero attenuate dai dubbi avanzati dai giuristi del tempo, non si poteva, con assoluta certezza, escludere che la Chinea offerta tutti gli anni al Papa il giorno di SS. Pietro e Paolo costituisse un atto di vassallaggio. Riguardo alla Sicilia, invece, con i privilegi di autonomia dell’apostolica legazia risalenti ai sovrani normanni, l'isola non era un feudo soggetto a servitù: in sostanza il sovrano, agendo, per diritto ereditario, come rappresentante del Santo Padre, non era tenuto a sottoporsi all'investitura papale.
Carlo, per ovviare alle criticità generate dal preteso diritto della Chiesa sul Regno di Napoli, decise di affrettare i tempi dell'incoronazione e con un'abile mossa diplomatica, dettata dall'incertezza di trovarsi dalla parte della ragione, scelse la formula ambigua di Re delle Sicilie.. Il 3 luglio 1735, l'Arcivescovo di Palermo, Matteo BasileO.F.M. † (arcivescovo dal 3 settembre 1731 e deceduto nel 1736)., legittimando di fronte a Roma il nuovo sovrano, lo investì della corona di Sicilia.
Da Palermo a Napoli La scelta di Palermo quale sede per l'incoronazione portò a credere che Carlo volesse fissare la propria dimora nella capitale siciliana, anziché a Napoli. Tali ipotesi, però, tramontò presto: trascorsa una settimana dall'incoronazione, Carlo partì per il continente, fissando la propria capitale nella città partenopea e lasciando a Palermo un Viceré, il capo dell'esercito José Carrillo de Albornoz duca di Montemar (che nel 1737 lasciò l'incarico al principe Bartolomeo Corsini), mentre presidente del regno divenne il marchese Pedro de Castro y Figueroa.
La partenza di Carlo da Palermo fu vissuta come un affronto, in specie dalla nobiltà isolana, e generò un clima di profonda delusione, nel quale si rafforzò l'antico dualismo tra Napoli e Palermo che, negli anni seguenti, avrebbe avuto risvolti drammatici..
Le riforme
Una volta salito al trono, al re fu subito evidente che la nuova monarchia non avrebbe potuto fare pieno affidamento sull'apparato politico ed amministrativo ricevuto in eredità dai sovrani precedenti.. Infatti, molti dei poteri che normalmente costituivano attributi specifici della sovranità risultavano, invece, appannaggio dei baroni, del clero, delle comunità territoriali o degli stessi organi amministrativi e giudiziari. Inoltre, questi ultimi, seppure formalmente dipendenti dal Re, venivano ad essere, nella sostanza, portatori degli interessi di ceti e gruppi particolari. Per rifondare tale apparato politico-amministrativo, era necessario, dunque, che la corona si riappropriasse di quei poteri che, nel corso dei secoli, aveva perduto e che erano divenuti, per consuetudine, privilegio di forze ad essa esterne.
Cosciente di ciò, nel 1738, quando ormai i suoi diritti su entrambi i regni siciliani erano stati legittimati anche dal trattato di Vienna e dall'investitura papale, Carlo III diede avvio ad un piano di riforme, ufficialmente tendente al buon governo e al miglioramento del Regio erario, ma che aveva anche l'obiettivo di restituire al sovrano attribuzioni e funzioni perdute, sottraendole al baronaggio, nell'ottica di una vera e propria strategia volta a rafforzare il potere regio. Il piano riformistico, la cui direzione politica fu affidata a José Joaquín Guzmán de Montealegre, si fondava su uno studio sull'amministrazione della giustizia realizzato ad un gruppo di giuristi e di alti funzionari.
Le proposte in esso contenute contemplavano interventi tendenti a limitare sia il potere ecclesiastico, sia il potere baronale, riducendo il numero di chierici e religiosi, proibendo alla Chiesa l'acquisto di nuovi beni immobili (al fine di ridurre la consistenza del patrimonio ecclesiastico), sottraendo ai baroni giurisdizione e competenze non acquisite per legge. Allo stesso tempo, tale studio suggeriva interventi volti a favorire l'attività commerciale concedendo diversi vantaggi ai commercianti, l'attuazione di misure di austerità volte a moderare il lusso e provvedimenti in materia di fiscalità tendenti ad una più equa ripartizione del peso fiscale tra i sudditi.
Il piano di riforme non riguardò solo il regno isolano, ma anche quello continentale. Gli interventi per la sua attuazione, però, seguirono uno sviluppo separato, articolato e differenziato nei tempi. Da un lato, quindi, alcune riforme furono attuate in entrambi gli stati, ma con tempi diversi, dall'altro lato, altre riforme videro la loro attuazione esclusivamente nell'uno o nell'altro regno. Tale strategia aveva sia il fine di rispondere alle peculiari esigenze amministrative dei due territori, sia lo scopo di evitare che si verificassero, allo stesso tempo e in entrambi gli stati, opposizioni da parte dei ceti elitari che potessero bloccare il piano riformistico..
In Sicilia, la volontà del sovrano di perseguire l'obiettivo delle riforme acquisendo un certo consenso trovò nella scelta del principe Bartolomeo Corsini come viceré dell'isola un punto di forza. La politica di Corsini, infatti, non fu orientata in senso assolutista, ma ebbe un'impronta di tipo "costituzionale", cosa assai insolita per quel tempo. Questo atteggiamento lo rese ben visto negli ambienti politici della capitale siciliana e gli permise di fungere da mediatore tra le direttive governative e le obiezioni della classe dirigente isolana.
Nonostante ciò, il ceto nobiliare e l'ambiente ecclesiastico opposero una strenua resistenza al riformismo di Carlo di Borbone. In particolare, quando il sovrano prospettò di avvalersi della collaborazione di personale ebraico con l'intento di sviluppare le attività commerciali e finanziarie dei suoi regni, il clero, facendo perno su pregiudizio e credenze popolari, infuocò un generale malcontento che costrinse il governo a rinunciare a quel progetto..