"Difesa in profondità" è la locuzione usata dall'analista di politica americana Edward Luttwak per descrivere la sua teoria della strategia difensiva messa in atto dall'Impero romano nella tarda antichità (III-IV secolo).

L'opera di Luttwak intitolata La grande strategia dell'Impero romano (1976) sosteneva che nel III e IV secolo la strategia imperiale romana provò a mutare, da "difensiva avanzata" e "di sbarramento" dei secoli I e II (basta ricordare le campagne militari da Augusto a Traiano), a "difensiva in profondità", senza però riuscirvi né in modo definitivo né in modo totale o generalizzato.Luttwak, (1981), p. 177.

Teoria di Luttwak Nel libro La grande strategia dell'Impero romano Luttwak individua tre differenti sistemi, cronologicamente successivi, con cui esso difendeva i propri confini. Durante la dinastia giulio-claudia il Principato si affidava agli “stati clienti”, sia i popoli barbari in Occidente sia i civilizzati regni d’Oriente, il cui maggior onere consisteva appunto nel bloccare infiltrazioni e invasioni esterne, almeno quelle a bassa intensità. Le legioni posizionate nelle province non difendevano i confini, ma avevano soprattutto la funzione di prevenire, tramite la propria presenza intimidatoria, le rivolte interne e degli stati clienti. A tale sistema faranno seguito la difesa avanzata e di sbarramento, tipica del periodo tra gli imperatori Flavi e i Severi, e la difesa in profondità nel periodo successivo (soprattutto con Diocleziano).

"Difesa avanzata" (I-II secolo)

Secondo questo punto di vista, l'esercito romano del Principato, faceva affidamento sul fatto di neutralizzare le possibili incursioni barbariche in modo preventivo, prima che potessero raggiungere i confini imperiali. Ciò comportava il fatto di posizionare le unità militari (legioni ed auxilia) lungo i confini e stabilendo anche dei salienti strategici, al di là degli stessi, come nel caso degli Agri Decumates (in Germania Magna) o della stessa Dacia (nell'ambito del bacino dei Carpazi).

La risposta ad una minaccia esterna avrebbe comportato un attacco preventivo con manovra a tenaglia in territorio barbaro, coinvolgendo sia truppe di fanteria sia grandi forze di cavalleria, che convergessero dalle vicine basi di confine; simultaneamente il nemico sarebbe stato attaccato da dietro da altri reparti di cavalleria romana (alae).Luttwak, (1981), Fig.3.3 di pp. 190-191. Questa organizzazione aveva, ovviamente, la necessità di usufruire di un sistema di spionaggio all'avanguardia per quel periodo, che potesse prevedere i raid dei barbari lungo le linee difensive, grazie sia ad un insieme di fortificazioni e di torri di avvistamento poste nei punti strategici, sia a tutta una serie di continui pattugliamenti da parte di truppe specifiche (exploratores).

Secondo Luttwak, il sistema di difesa preventivo era estremamente vulnerabile quando le forze barbariche erano particolarmente numerose, poiché la distribuzione dell'esercito romano lungo le sue immense frontiere non poteva che modestamente far fronte a tali minacce. Inoltre, la mancanza di qualsiasi "riserva strategica", posta alle spalle dei confini imperiali, determinò che grosse concentrazioni barbariche riuscirono a penetrare in profondità nei territori romani, devastandoli pesantemente, prima che dei rinforzi potessero giungere ad intercettarli in modo soddisfacente.

La prima sfida importante per la "difesa avanzata" fu la grande invasione di Sarmati Iazigi, Quadi e Marcomanni, che vide l'attraversamento del limes danubiano a partire dal 166-167, e che diede inizio alle cosiddette guerre marcomanniche. I barbari riuscirono a penetrare nei territori romani fino ad Aquileia nel nord-est dell'Italia, cacciati solo dopo aspri combattimenti durati alcuni anni. La risposta imperiale non fu di cambiare la strategia di "difesa avanzata", ma di rafforzarla (con la creazione di due nuove legioni sotto Marco Aurelio ed altre 3 sotto Settimio Severo, oltre ad un numero imprecisato di forze ausiliarie).Luttwak, (1981), pp. 194-195. Fu solo dopo la catastrofica crisi militare degli anni 235-286 che il comando romano fu assunto da un imperatore illuminato: Diocleziano.

Difesa in profondità (III-IV secolo)

Fu Diocleziano che cominciò ad attuare la cosiddetta "difesa in profondità": una forma di difesa necessaria ormai per quel periodo, che solo Costantino I e poi Valentiniano I, cercarono di invertire come tendenza, con il ritorno ad una politica militare offensivaLuttwak, (1981), p. 178. (vedi campagne germanico-sarmatiche di Costantino e di Valentiniano I). La verità è che il nuovo sistema militare era diventato semplicemente troppo costoso da mantenere, anche per l'emergere ad Oriente di un Impero più potente ed espansionista come quello dei Sassanidi).

La caratteristica fondamentale della "difesa in profondità", secondo Luttwak, era l'accettazione da parte delle province romane di frontiera, che sarebbero diventate il campo di battaglia in operazioni contro le minacce barbariche, piuttosto che le terre dei barbari stessi oltre il confine (in barbaricum). Nell'ambito di questa strategia, le forze di frontiera non avrebbero pertanto tentato di respingere un'incursione di grandi dimensioni. Si sarebbero invece ritirate in roccaforti fortificate ad attendere che le forze di mobili (comitatenses) arrivassero ad intercettare gli invasori. In sostanza le forze di frontiera furono indebolite (in quantità e qualità) rispetto al precedente sistema di "difesa avanzata", a vantaggio di fortificazioni maggiormente imponenti, atti a meglio resistere a lunghi assedi: da qui l'abbandono del vecchio castrum rettangolare di fortezza romana.

Le nuove fortezze furono progettate a pianta quadrata o circolare, con pareti molto più alte e più spesse, terrapieni-fossati più ampi e profondi lungo l'intero perimetro, torri sporgenti per consentire attacchi incrociati, oltretutto posizionate in cima a colline. Allo stesso tempo, molte fortezze più piccole furono posizionate nelle zone interne, soprattutto lungo le strade, in modo da rallentare la marcia degli invasori. Inoltre, i granai furono fortificati per meglio conservare il vettovagliamento in modo sicuro e impedire che se ne approvvigionassero gli invasori. La popolazione civile della provincia, infine, fu protetta da nuove cinta di mura attorno a molte città, molti villaggi e anche alcune ville (grandi case di campagna); alcune fortificazioni di epoca pre-romana, da tempo abbandonati, furono rioccupate nella forma di nuovi insediamenti romani fortificati.Luttwak, (1981), pp.178-182; Fig.3.2 di pp. 188-189.

La forza d'invasione, in tal modo, avrebbe trovato una regione costellata di fortificazioni romane, dove non sarebbe stato facile ottenere sufficienti approvvigionamenti. E se i barbari invasori avessero ignorato queste roccaforti romane, avanzando in profondità, avrebbero rischiato poi di essere attaccati alle spalle. Se avessero tentato di assediare le fortezze, avrebbero dato alle truppe mobili romane, tempo sufficiente a raggiungerli e combatterli. Nel complesso, l'obiettivo della difesa in profondità era quello di fornire un efficace sistema di difesa ad un costo accettabile, dal momento che questo genere di difesa, richiedeva dispiegamenti di truppe molto più limitati lungo i confini. Per essere più precisi, il costo era così trasferito dal contribuente dell'intero impero, alla sola popolazione delle province di frontiera,Luttwak, (1981), pp. 192-193. in particolare sui contadini, che vedevano i loro familiari trucidati o rapiti, le case distrutte, il bestiame sequestrato, le colture bruciate dai predoni barbari.

Critica alla teoria Il lavoro di Luttwak, se da un lato è stato elogiato per la sua lucida analisi dei suoi approfondimenti, riguardo alle questioni inerenti alla strategia imperiale romana, grazie alla quale ha stimolato grandemente il dibattito accademico su questi temi,Isaac (1992) p. 377 dall'altro ha suscitato in buona parte degli addetti ai lavori, una forte critica, trovando soprattutto in B.Isaac il più tenace oppositore, autore del fondamentale studio sull'esercito romano in Oriente del 1992.Mann (1979); F. Miller (1982); Isaac (1992) pp. 372-418 Le obiezioni mosse alla teoria di Luttwak sono state principalmente: L'Impero romano non disponeva di un sistema di servizi segreti con la capacità di sostenere una Grande Strategia e, in ogni caso, non era difensivista nella sua ideologia o politica.Isaac (1992) p. 416 La "difesa in profondità" non è riscontrabile in linea di massima, né nella letteratura del periodo, né nelle evidenze archeologiche.Mann (1979) pp. 180-1

Piano strategico

La teoria di Luttwak sulla "Grande strategia imperiale" si fondava su una serie ben precisa di ipotesi: il sistema imperiale romano era sostanzialmente difensivo; l'espansionismo romano e la scelta delle frontiere erano da sempre state realizzate in modo sistematico e razionale, con l'obiettivo principale di garantire dei confini difendibili; la principale preoccupazione del governo romano era di garantire la sicurezza dei sudditi provinciali. Ma Isaac ha dimostrato che queste ipotesi sono probabilmente false e il risultato di un'applicazione inadeguata dei moderni concetti di relazioni internazionali alla strategia militare del mondo antico.Isaac (1992) pp. 373 e 377. Al contrario Isaac suggerisce che l'Impero utilizzasse ancora una politica e strategia militare fondamentalmente aggressiva, fino al IV secolo. Ciò sarebbe dimostrato dalle continue operazioni militari e dal posizionamento di alcune fortificazioni ben oltre i confini imperiali.Isaac (1992) pp. 387-93. L'espansione imperiale era dovuta soprattutto alle ambizioni dei singoli imperatori, e che la scelta delle frontiere era più che altro dettata da considerazioni logistiche che di reale difendibilità. Infine, il potere imperiale era probabilmente molto meno interessato alla sicurezza dei suoi sudditi, rispetto a ciò che avviene oggi con un governo attuale.Isaac (1992) pp. 393-4. E sempre Isaac mostra che l'Impero non aveva ancora sviluppato una pianificazione centralizzata militare, o una cartografia sufficientemente accurata, necessaria per sostenere una "Grande strategia". Roma non aveva sviluppato l'equivalente del sistema generale tedesco di un esercito moderno (e neppure un dipartimento di studi strategici istituti come quelle frequentato da Luttwak). Gli Imperatori dipendevano dai loro comandanti militari dislocati nelle zone ad alto rischio (dai governatori provinciali, ai magistri militum, fino ai duces) e dai servizi segreti militari.Isaac (1992) pp. 378, 383, 401-6.

Evidenze archeologiche Ci sarebbero poi poche ed inequivocabili evidenze archeologiche e letterarie, a supporto della teoria di "difesa in profondità". Le teorie di questa teoria di Luttwak sembrano contare su due fattori fondamentali: profonde zone di confine fortificato, dove si era reso necessario costruire fortezze in grado di sostenere lunghi assedi, localizzate anche in profondità, al fine di proteggere le linee di comunicazione interne. In sostanza, ad una sottile e puntuale linea difensiva lungo il perimetro dei territori imperiali, si sostituivano ampie fasce interne di controllo militare.Luttwak, (1981), pp. 210-211. La precedente e "sottile linea" di forti ausiliari e fortezze legionarie fu gradualmente rimpiazzata da un sistema di difesa costituito da piccole e sparse postazioni, altamente fortificate, di limitanei.Luttwak, (1981), pp. 226 ss. Questa teoria si basa quindi sulla creazione di fortificazioni più verso l'interno delle province di confine, che una serie di postazioni lungo la linea di confine.