La rivolta antispagnola di Messina è stato un evento storico verificatosi tra il luglio 1674 e l'aprile 1678 a Messina ed in parte del Val Demone.
Contesto sociale e politico
Nel XVII secolo Messina era una fiorente città portuale, situata in una posizione strategica da un punto di vista geo-politico ed economico. Le sue fortificazioni, volute da Carlo V, dotate di potenti pezzi d'artiglieria, la rendevano una città quasi inespugnabile. Mentre il suo porto naturale a forma di falce, offriva la migliore protezione per i mercanti. La città inoltre era ricca di artigiani: da numerose fonti si evince come le merci provenienti da Messina fossero apprezzate in tutto il mondo occidentale e nel vicino oriente, con particolare riferimento alla seta lavorata. In quel periodo la città era apprezzata anche dai migliori artisti, essendo sede di numerose botteghe pittoriche e scultoree, ed essendo stata secoli prima patria di Antonello da Messina e meta di artisti del calibro di Polidoro Caldara, Montorsoli, Caravaggio e Stomer, che conferirono alla città ulteriore prestigio. Nel 1613 aveva una popolazione di 137 mila unità (compresi i Casali) che la rendevano una delle più popolose città europee per l'epoca.
Tutti questi aspetti resero parte della cittadinanza orgogliosa, ambiziosa e pretenziosa verso la Corona di Spagna. Si trattava in particolar modo di quella parte dei messinesi, definita partito dei "Malvizzi", legata al Senato di Messina, prevalentemente aristocratici, ma non solo, anche mercanti, artigiani e negozianti di vario tipo. Tuttavia era presente anche un'altra fazione politica, fedele agli spagnoli, e composta principalmente da ceti molto umili, poco colti e avversi al progresso, e da qualche famiglia aristocratica impaurita dall'idea di sfidare la Spagna o che aveva tratto guadagno dal legame con essa. Tale fazione, denominata i "Merli", non intendeva condurre lotte per i diritti della città, per evitare rappresaglie da parte della Spagna.
Cause scatenanti La Corona di Spagna, titolare del Trono del Regno di Sicilia, al fine di neutralizzare il nazionalismo siciliano fomentando discordia e divisioni tra le maggiori città dell'Isola, soffiava sul fuoco delle dispute municipalistiche che esistevano tra Palermo e Messina. Era un periodo in cui molti giuristi ed intellettuali auspicavano la necessità di riavere un Sovrano proprio e una corte reale in Sicilia, al fine di risollevare le sorti politiche, economiche e sociali del Regno dopo la crisi della metà del Seicento. In buona sostanza i monarchi spagnoli difendendo ora Messina contro Palermo e ora Palermo contro Messina, non facevano altro che indebolire le due maggiori città del Regno di Sicilia.Massimo Costa. Storia istituzionale e politica della Sicilia. Un compendio. Amazon. Palermo. 2019. Pagg. 216-219 - ISBN 9781091175242
Come appena scritto, i privilegi politico-economici goduti dalla città peloritana erano causa di contrasti con altre città siciliane, soprattutto Palermo; i nobili palermitani, verso il 1610, riuscirono a convincere la Corona a revocare alcuni dei sopraddetti privilegi di Messina, causando le ire dei messinesi. Messina infatti chiedeva di diventare la sede del viceré di Sicilia. In quel periodo furono numerose le spedizioni punitive in ambedue le città, con conseguenti risse e disordini. A Messina fu danneggiata dai palermitani la Statua del Nettuno, ed in tutta risposta i messinesi distrussero alcune statue femminili nella Piazza Pretoria di Palermo.
Giovanni Battista Ferruzza dovette recarsi da Messina a Madrid nell’anno 1643, per conto del Senato messinese, con il compito di difendere gli interessi economici edl'autonomia amministrativa di Messina nei confronti della rivale Palermo, nel rispetto del privilegio concesso da Felipe II nel 1591, che prevedeva l’obbligo, praticamente mai osservato, di residenza in Messina dei viceré siciliani durante la metà del loro triennale mandato di governo. Tra il luglio del 1643 e l’agosto del 1647, il Ferruzza redasse una relazione volta a segnalare i diversi abusi di potere compiuti dai funzionari regi spagnoli.
Inoltre, tra il 1646 ed il 1656 si verificarono nel messinese, in Sicilia e anche nel Regno di Napoli, alcune carestie e pestilenze che peggiorarono le condizioni di vita del popolo, a ciò si aggiunse il rancore dovuto al fallimento delle rivolte antispagnole del 1647/1648 scoppiate proprio a causa del peggioramento delle condizioni socio-economiche. Il medico Giovanni Alfonso Borelli, illustre studioso presente a Messina, si occupò di studiare il morbo che si diffuse in quel periodo, e constatò che esso colpiva i giovani adulti indebolendo l'economia. Ciò contribuì a seminare ulteriore malcontento.
Intorno al 1660 Messina è attraversata da una profonda crisi politica, sociale ed economica. La monarchia spagnola, conoscendo bene il potenziale economico e militare di Messina e temendo disordini, fa affluire soldati e navi in città con il pretesto della minaccia turca, mentre prende forma un gruppo filo-spagolo, i Merli, contrapposto al partito filosenatorio (cioè rivoluzionario) dei Malvizzi, che promuoveva maggiore autonomia.
Parallelamente, Messina avvia un riavvicinamento politico e simbolico con le altre principali città siciliane, in particolare Palermo e Catania. Si costruisce l’idea di una “lega sacra” tra Messina, Palermo e Catania, fondata sulla concordia, sulla giustizia e sulla difesa reciproca delle libertà cittadine. Si cercò quindi di promuovere una sorta di nazionalismo isolano. Questo fragile equilibrio, basato su simboli religiosi e consenso popolare, rimane però instabile. Le sommosse che scoppiano contemporaneamente in altre città siciliane e l’inserimento della Sicilia nel più ampio scenario geopolitico europeo della Guerra d’Olanda finiranno per travolgere il progetto di unità, aprendo la strada alla grande rivolta messinese del 1674 e al successivo conflitto della città con la Spagna.
Nel 1671-72 si verifica un'altra carestia, unita a un’epidemia che colpisce soprattutto i ceti popolari facendo aumentare il malcontento. Il nuovo stratigoto Luis del Hoyo sfrutta abilmente la crisi per alimentare il conflitto tra popolo e Senato, accusando quest’ultimo di cattiva gestione del Peculio Frumentario. In questo modo alimenta la fazione filo-spagnola dei Merli mettendola contro quella filo-senatoria dei Malvizzi.
Il 13 aprile 1672 il Senato, riunito in Consiglio nel palazzo senatorio, proclamò il governatore don Luis Del Hoyo nemico della città e lo accusò pubblicamente. Appresa la notizia, i sostenitori dello Stratigoto, guidati dalla famiglia messinese dei Cirino, imbracciarono le armi e, sotto la guida dello stesso Del Hoyo, attaccarono una dopo l’altra le case dei fautori dei Giurati, che vennero dichiarati «ribelli». Fu inoltre emanato un bando che prometteva una ricompensa di 400 once a chi fosse riuscito a catturarli, vivi o morti.
Nel primo semestre del 1672 la tensione esplode: i ceti più poveri saccheggiano e incendiano le case dei senatori, assalta le prigioni e chiede un cambiamento radicale degli equilibri di potere. Del Hoyo riesce a imporsi, destituendo i senatori e svuotando progressivamente il Senato delle sue principali funzioni politiche e amministrative. Vengono introdotte riforme che riducono l’autonomia cittadina: rappresentanza paritetica tra nobili e ceti medio-bassi, controllo esterno sulla gestione del grano e maggiore ingerenza del potere imperiale spagnolo. Di contro, il Senato Messinese stava iniziando ad armare i propri uomini e a studiare le manovre di controllo di alcuni bastioni.L'obiettivo di Dell'Hoyo era utilizzare tutto il suo potere per sfruttare i ceti meno colti e più manipolabili per mantenere il controllo dell'Impero Spagnolo su Messina. Il Senato di Messina invece, stava cercando di fare di Messina una sorta di città-stato commerciale, similmente alle Repubbliche Marinare come Genova e Venezia, con l'obiettivo di renderla più ricca di quanto fosse già. Del resto al XVI secolo ed al XVII secolo risalgono molte opere scultoree, pittoriche e architettoniche volute proprio dal Senato (ad oggi in parte distrutte dai terremoti) e che resero Messina una delle più apprezzate città dell'epoca.
Nonostante l’arrivo del viceré don Claude Lamoral, principe di Ligne nel maggio 1672, con truppe e grano per calmare la situazione, le tensioni non si esauriscono. Il viceré adotta una linea relativamente moderata, cacciando Luis Dell'Hoyo, ma colpisce anche i capi dei Malvizzi, che vengono processati ed emarginati politicamente. Tuttavia, il consenso popolare verso il fronte filogovernativo inizia a incrinarsi, e parte del ceto popolare inizia a rendersi conto che le responsabilità delle carestie non sono del Senato di Messina, dunque torna a guardare con favore i Malvizzi. Dunque l'intervento del Viceré non bastò: i messinesi erano ormai decisi a rendersi il più possibile indipendenti dal Regno di Sicilia e dalla Corona spagnola ed a fare di Messina una sorta di città-stato commerciale, similmente alle Repubbliche Marinare come Genova e Venezia, che all'epoca insieme a Napoli ed alla stessa Messina si spartivano il commercio del centro mediterraneo.
Nel frattempo in città arriva un nuovo governatore, il napoletano don Diego de Soria, Marchese di Crespano, che riscontra una situazione tutt'altro che calma. Egli fece armare i bastioni ed aumentò il controllo sulle piazze cittadine, causando ulteriore malcontento da parte della fazione dei Malvizzi, che bramavano la libertà.
Il 2 giugno 1674, giorno della festa patronale della Madonna della Lettera, un nuovo scontro tra il governatore e il Senato scoppiò in seguito all’arresto di un sarto, accusato di aver esposto nella propria bottega un manifesto ingiurioso contro il re e il suo governatore e di aver così turbato l’ordine pubblico. Poiché l’uomo apparteneva al partito dei Marvizzi, l’arresto assunse immediatamente una dimensione politica e fu ritenuto come un affronto, dando luogo a proteste di cittadini che gridavano contro il marchese di Crespano. Anche il governatore era consapevole della gravità della situazione che coinvolgeva l’intera città. In quei giorni, infatti, si muoveva per le strade non solo con la sua guardia del corpo, ma anche seguito a distanza da gruppi di armati legati alla fazione dei Merli.
La rivolta La situazione si fece in breve tempo incandescente: nel luglio del 1674, il senato cittadino, diventò nel tempo sempre più antispagnolo a causa della crescente ostinazione delle autorità a non concedere privilegi alla città ed a non mantenere quelli già concessi. A contribuire al malcontento fu anche l'eccissiva presenza di soldati stranieri, che causavano disordini in città.
Il 7 luglio scoppiò lo scontro aperto tra il Senato di Messina e lo Stratigoto (marchese di Crespano). Dopo un fallito tentativo di mediazione e il rifiuto di liberare i rivoltosi arrestati precedentemente, i Senatori convocarono un’assemblea pubblica accusando governatore e Viceré di voler privare Messina dei suoi antichi diritti e dichiarando traditori i cittadini loro sostenitori, ovvero il partito dei Merli. Seguiti da una folla armata, i senatori marciarono verso il Palazzo Reale dove trovarono lo Stratigoto con soldati spagnoli: ne nacque una battaglia con moschetti e cannoni. Le forze spagnole furono costrette a rifugiarsi nel palazzo, che venne assediato, mentre le fortezze iniziarono a bombardare la città.
Nei giorni successivi la tensione crebbe: il Viceré ad interim Bayona tentò di intervenire offrendo un’amnistia, ma fu respinto a cannonate, segnando la rottura definitiva con il potere spagnolo. La rivolta divenne una vera ribellione.