La Politica () è un'opera di Aristotele dedicata all'amministrazione della polis. È suddivisa in otto libri, nei quali il filosofo analizza le realtà politiche a partire dall'organizzazione della famiglia, intesa come nucleo base della società, per passare ai diversi tipi di costituzione.
Centrale è il riferimento alla natura: quest'opera contiene la celeberrima definizione dell'uomo quale «animale politico» (), e in quanto tale portato per natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità.Politica I, 2, 1253a Nello stesso passo, Aristotele afferma anche che l'uomo è un animale naturalmente provvisto di logos,Politica, 1253a 9-10 il che ben si accorda con la sua innata socialità, perché è mediante i logoi che gli uomini possono trovare un terreno di confronto.Franco Trabattoni, La filosofia e le (altre) scienze, in La Tigre di Carta, 26 febbraio 2016, ISSN 2421-1214. Diversamente da Antifonte e altri sofisti, secondo i quali la polis limita con le sue leggi la natura dell'uomo, per lo Stagirita lo Stato risponde ai bisogni naturali dell'individuo e, come afferma nelle primissime righe del Libro I, «ogni Stato è una comunità (koinonia) e ogni comunità si costituisce in vista di un bene».Politica I, 1, 1252a Il «bene» perseguito dallo Stato, in quanto comunità più importante che comprende tutte le altre, è da identificare con quello di cui parla lEtica Nicomachea.E. Berti, Il pensiero politico di Aristotele, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 15
È inoltre importante sottolineare che, a differenza di Platone, per Aristotele la politica ha una certa autonomia rispetto alla filosofia: il politico e il legislatore possono svolgere bene il proprio compito grazie alla loro saggezza pratica. La politica è però finalizzata alla filosofia in quanto deve creare le condizioni affinché si possano coltivare la scholè (tempo libero) e le attività teoretiche (tra cui rientrano, oltre alla filosofia, anche la matematica, la fisica, lo studio del cielo).E. Berti, Il pensiero politico di Aristotele, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 97
Struttura e contenuti Elencando gli scritti di Aristotele, Diogene Laerzio indica quest'opera con il titolo di Lezioni di politica,Diogene Laerzio V, 22-27 e di «lezioni» doveva effettivamente trattarsi, considerata la scansione degli argomenti, la loro differente estensione e l'autonomia di alcune parti del testo.R. Laurenti, Introduzione a: Aristotele, Politica, Laterza, Roma-Bari 1993, pp. VII-VIII
Prima di affrontare i vari tipi di costituzione, il filosofo si concentra sulla casa (oikos) e sull'individuo inteso come «uomo libero», elemento fondamentale della comunità, e getta uno sguardo alle proposte politiche dei suoi predecessori. L'organizzazione dei temi all'interno dell'opera è la seguente:R. Laurenti, Introduzione a: Aristotele, Politica, Laterza, Roma-Bari 1993, p. XLibro I: organizzazione della famiglia ed economia domesticaLibro II: analisi critica delle costituzioni in vigore e di quelle proposte dai filosofi precedentiLibro III: definizione di cittadino, classificazione delle costituzioni e analisi del regnoLibri IV-VI: analisi di oligarchia e democraziaLibri VII-VIII: la costituzione migliore
Libro I: l'amministrazione delloikos All'origine della città vi è il rapporto tra uomo e donna, i quali, formando una famiglia, creano la base del villaggio, e la pluralità dei villaggi a sua volta dà vita alla città vera e propria. Per natura infatti il maschio non può esistere separato dalla femmina, e questo, come accade negli altri animali e nelle piante, accade in vista della riproduzione.Politica I, 2, 1252a 25-30 La famiglia viene definita come la comunità che si costituisce per far fronte alle necessità quotidiane, mentre il villaggio è una comunità più grande, il cui scopo è rispondere ai bisogni non quotidiani. Da più villaggi, infine, ha origine lo Stato, che «esiste per rendere possibile la vita felice».Politica I, 2, 1252b 10-30
All'interno della famiglia vengono individuati tre tipi di rapporti, che corrispondono ad altrettante parti dell'amministrazione domestica.Padronale, tra padrone e schiavi: lo schiavo è uno «strumento animato» la cui funzione è utilizzare gli «strumenti inanimati»,Politica, I, 4, 1253b 25-35 ed è di proprietà del padrone. Aristotele giustifica l'esistenza della schiavitù affermando che per natura certi esseri nascono per comandare e altri per essere comandati.Politica I, 5, 1253a 20-25 Il rapporto tra lo schiavo e il padrone è paragonato a quello tra corpo e anima, nel quale la seconda esercita un comando di tipo dispotico, oppure al governo che l'uomo esercita sugli animali domestici: vi sono uomini che non sanno governarsi da sé, ma sono in grado di comprendere gli ordini e obbedire. Esiste poi il caso di individui che sono schiavi per legge, e non sempre costoro sono schiavi anche per natura.Berti in questa affermazione aristotelica legge una possibile contestazione dell'ordine esistente nella società. Cfr. E. Berti, Il pensiero politico di Aristotele, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 37 Infine, gli schiavi sono necessari per svolgere attività pesanti e consentire agli uomini liberi di dedicarsi alla politica e alla filosofia.E. Berti, Il pensiero politico di Aristotele, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 38Matrimoniale, tra marito e moglie: nei rapporti tra maschio e femmina è l'uomo a esercitare il comando, e anche questo accade secondo natura. La donna è un essere libero al pari del marito, ma non avendo l'indole del comando deve mantenere un ruolo subalterno.Politica I, 12Paterno, tra padre e figli: l'autorità del padre sui figli è simile a quella del re sui sudditi. Anche i figli come la madre sono individui liberi, ma essendo giovani è necessario che siano comandati da chi è più maturo, cioè il padre.
Gran parte del Libro I è dedicata alla crematistica, l'amministrazione delle ricchezze (da chrèmata, «cose, sostanze»). Aristotele precisa che l'unica forma di crematistica che rientra nell'economia domestica è quella «naturale», che procaccia i beni necessari per vivere bene. Diversamente dai suoi contemporanei e da Solone, che sosteneva l'illimitatezza della ricchezza, il filosofo sottolinea come in realtà questa abbia un limite, e perciò può essere considerata moralmente legittima. Vi è poi un secondo tipo di crematistica, che mira ad acquisire ricchezze illimitate e quindi non fa parte dell'economia: essa soddisfa bisogni secondari ed è artificiale in quanto frutto di una scienza.E. Berti, Il pensiero politico di Aristotele, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 40-42
Aristotele inoltre introduce la distinzione tra «valore d'uso» e «valore di scambio»: una scarpa per esempio può essere usata sia come calzatura (valore d'uso) sia come oggetto di scambio.Politica I 9, 1257a 7-15 Lo scambio deriva dal fatto che gli individui dispongono di beni in quantità maggiore rispetto ai bisogni, e possono quindi barattarli con altri di cui necessitano. A questa prima forma di scambio segue una seconda, che vede l'introduzione della moneta e la nascita di un nuovo tipo di crematistica: il commercio al minuto. Anche qui vi sono due forme: l'uso del denaro come mezzo tramite il quale entrare in possesso di merci necessarie, e l'uso del denaro per comprare beni al solo scopo di rivenderli per profitto. Mentre la prima è una forma logica e quindi naturale, la seconda è innaturale perché ha il denaro come principio e fine, e può proseguire all'infinito, perché sempre aperta a uno scambio ulteriore. Ancora peggiore è l'usura, in cui il guadagno avviene dallo scambio del denaro in sé.E. Berti, Il pensiero politico di Aristotele, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 42-44
Libro II: le costituzioni precedenti
Terminata l'indagine sull'''oikos, Aristotele passa alle costituzioni politiche proposte dai filosofi che lo hanno preceduto, a cominciare da Platone. Del maestro viene anzitutto criticata la comunanza dei beni e delle donne formulata nella Repubblica. All'interno di una comunità politica la comunanza è necessaria per la definizione stessa di comunità, ma bisogna anche prevedere dei limiti, senza i quali la città crollerebbe.
Mentre per Platone la famiglia e la proprietà privata devono essere abolite così da garantire l'unità della polis, Aristotele mostra come questo vada contro la natura dell'uomo e neghi la pluralità che invece è insita nello Stato.In realtà, diversamente da quello che dice Aristotele, nella Repubblica la rinuncia alla proprietà privata riguarda solo i governanti e non tutti i cittadini. Lo Stagirita potrebbe aver interpretato questo aspetto alla luce del passo delle Leggi in cui si parla di proprietà collettiva delle terre. Cfr. M. Vegetti, «Un paradigma in cielo», Roma 2009, p. 28 Questo infatti «non consiste solo d'una massa di uomini, bensì di uomini specificamente diversi» per quanto riguarda capacità e funzioni, cosa che garantisce l'autosufficienza alla polis.Politica II, 2, 1261a 23-25 Ignorare le diversità e il fatto che ognuno sia portato a preoccuparsi anzitutto per i propri averi, significa condannare la città alla distruzione, perché le si vorrebbe attribuire una unità che invece è propria della famiglia e dell'individuo. Inoltre, suddividendo la popolazione in tre ceti dei quali solo uno è dotato di potere, si finirebbe per generare conflitti interni tra chi amministra e chi invece è comandato.Politica I, 5, 1264a
Secondo Aristotele la città platonica non solo non è attuabile, ma nemmeno desiderabile. Le persone hanno scarso interesse per tutto ciò che è di proprietà comune, e l'abolizione della famiglia avrebbe conseguenze negative, poiché il fatto di non conoscere i legami di parentela porterebbe a compiere inconsapevolmente incesti e parricidi. Afferma quindi il filosofo:
Nel capitolo 6 Aristotele si sofferma anche sull'altro grande dialogo politico di Platone, le Leggi, del quale critica la limitazione del numero delle famiglie e dei terreni di loro proprietà, e l'eccessiva vicinanza della costituzione al modello oligarchico.
Vengono prese in considerazione anche le teorie di Falea di Calcedonia e Ippodamo di Mileto. Al primo, secondo cui le proprietà dei cittadini dovessero essere uguali, Aristotele obietta che anche la brama di onori induce ad atti malvagi, e che quindi bisogna agire sui desideri, non sulle ricchezze, insegnando a evitare gli eccessi.Politica II, 7 Più complessa la proposta di Ippodamo: influenzato dal pitagorismo immaginava una città di 10.000 abitanti suddivisi in tre classi (artigiani, agricoltori, difensori), il cui territorio era diviso in tre parti (sacro, pubblico, privato) e le cui leggi, a seconda della causa, erano di tre tipi (oltraggio, danno, omicidio). Aristotele sostiene che la divisione in classi porterebbe all'ascesa politica del ceto militare a scapito degli altri due, con conseguenti crisi sociali. Vengono inoltre criticati il ruolo degli agricoltori (che coltivando già i terreni di loro proprietà non potranno lavorare quelli delle altre classi) e il fatto che i giudici siano ridotti ad arbitri delle dispute.Politica II, 8
Il Libro II si conclude con lo studio dei pregi e dei difetti delle costituzioni in vigore, con particolare attenzione per quelle di Sparta, Creta e Cartagine.
La costituzione di Sparta è criticata in quanto esempio di ginecocrazia (Arist. Pol. 1269b).
Libro III: il cittadino, le costituzioni, la monarchia Con il Libro III si entra nella parte centrale dell'opera: si dà una definizione di «cittadino» (capp. 1–5), vengono classificati i diversi tipi di costituzione (capp. 6–13) e vengono analizzati per primi il regno e l'aristocrazia (capp. 14–18).