Biografia Frequenta il Liceo classico "Antonio Pigafetta" di Vicenza, dove ha come professore Giuseppe Faggin. Nel 1969, sotto la guida di Dino Formaggio, si laurea in filosofia all'Università di Padova, con una tesi sull'estetica tecnologica di Max Bense. Durante gli anni universitari diventa amico di Adone Brandalise, Massimo Cacciari, Umberto Curi, Giuseppe Duso. Per alcuni mesi è professore supplente nel suo stesso liceo vicentino, dove conosce l'ancora giovanissimo Franco Volpi. Collabora attivamente ad alcune importanti riviste di filosofia tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, come Angelus Novus, Contropiano, Il Centauro. Negli anni 1972-1974 è professore incaricato di Letteratura Artistica presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia; dal 1975 insegna Storia della Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova, dove dal 2006 è titolare della cattedra di Estetica. Nel 1993 è stato cofondatore dell'Associazione “Maitreya” di Venezia per lo studio della cultura buddhista. Nel 1996 ha contribuito alla nascita della rivista di filosofia orientale e comparata “Simplègadi”, animata da un gruppo di giovani studenti universitari. Nel 1999, con Adone Brandalise, è stato tra i promotori del Master in Studi Interculturali dell'Università di Padova, presso il quale ha insegnato Filosofia delle Culture. È stato direttore scientifico della Scuola Superiore di Filosofia orientale e comparativa di Rimini dal 2006 al 2009.

Contributo teorico

Nel saggio Dall'estetica tecnologica all'estetica interculturaleG. Pasqualotto, Dall’estetica tecnologica all’estetica interculturale, in Studi di estetica, anno XLII, IV serie, 2014, pp. 241-267., Pasqualotto descrive la sua avventura intellettuale e insieme l'evoluzione del suo pensiero. In una prima fase si è formato all'estetica analitica e alla filosofia analitica del linguaggio, ma ha rilevato il loro limitato significato formale (pp. 241-243). In una seconda fase, si è rivolto al pensiero critico di Adorno e della Scuola di Francoforte, e in questo caso ha valutato che la conclusione alla quale essi giungevano, era la morte per utopia dell’estetica (pp. 243-247). In una terza fase si è rivolto al pensiero di Nietzsche, tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta; Nietzsche nella Nascita della tragedia, considera Apollo e Dioniso come due istinti complementari, tanto da consentire di poter riuscire a «vedere la scienza con l’ottica dell’artista e l’arte con quella della vita»’, e a dare importanza alla saggezza del corpo. Ma quello Nietzscheano gli sembrò solo un tentativo eroico di coniugare filosofia e vita, che alla fine si rivela solo come uno straordinario tentativo di scrittura sulla vita (pp. 247-250).

Un'insoddisfazione di fondo per gli esiti del pensiero occidentale, e la ricerca continua di nuove possibilità per il pensiero, lo hanno portato ad approfondire lo studio – iniziato già in anni giovanili – di tradizioni di pensiero esterne a quella occidentale. Il buddhismo, in particolare, ha costituito un terreno ampio di indagine e di confronto con diversi temi o autori della cultura europea; ma anche il pensiero taoista e l'esperienza della filosofia indiana hanno rappresentato nel corso degli anni un importante ambito di riflessione. Infatti, in un'ulteriore quarta fase del suo viaggio intellettuale, Pasqualotto si è rivolto all’estetica orientale come meditazione, ovvero come cammino comune verso un possibile superamento della scissione tra esperienza e riflessione (pp. 250-259). In una quinta fase, Pasqualotto si è avvicinato all’estetica di Emilio Garroni come uso critico del pensiero, quale comprensione dell’esperienza in genere all’interno dell’esperienza: in un certo senso, quindi, l’estetica andava coincidendo con la filosofia. Valutando la riflessione di Garroni prossima a quella orientale, Pasqualotto arrivò a considerare l'importanza della 'meditazione' e del 'vuoto mentale’, in base ai quali, come l’assenza di pensiero non può essere pensata senza idee, così non si possono pensare idee senza pensiero, come era stato già pensato da Eihei Dōgen (pp. 259-262).

Nella sua sesta ed ultima fase, la riflessione di Pasqualotto ha guardato l’estetica vista con gli occhi della filosofia come comparazione e della filosofia interculturale, quindi come un ampliamento dell’orizzonte particolare dell’estetica verso una riflessione generale sui problemi cruciali dell’esistenza (pp. 262-264). Pasqualotto, infatti, è stato il primo pensatore italiano a elaborare la valenza teoretica di una filosofia come comparazione, teorizzata con rigore in Filosofia come comparazioneG. Pasqualotto, Filosofia come comparazione in Simplègadi. Percorsi del pensiero tra Occidente e Oriente, a cura di G. Pasqualotto, Padova, Esedra 2002, pp. 7-41., distinguendola da un mero esercizio comparativo di pensieri appartenenti ad ambiti geo-filosofici differenti. Il suo pensiero ha trovato echi e possibilità di dialogo con filosofi italiani, come Giuseppe Cacciatore, Giuseppe Cognetti, Giovanni Leghissa, e stranieri come Raul Fornet-Betancourt, Heinz Kimmerle, François Jullien, Ram A. Mall, Ryōsuke Ōhashi, Raimon Panikkar, Georg Stenger, Franz Wimmer.

Tra la fine degli anni Novanta e l'inizio degli anni Duemila ha contribuito all'introduzione in Italia della Filosofia giapponese contemporanea e in particolare allo studio del pensiero di Nishida KitarōCfr. Maraldo, John C., Nishida Kitarō, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2019 Edition), Edward N. Zalta (ed.) e della Scuola di KyotoCfr. Davis, Bret W., The Kyoto School, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Summer 2019 Edition), Edward N. Zalta (ed.), a cominciare dall'importante opera di Nishida L’io e il tuNishida Kitaro, L’io e il tu, a cura di Renato Andolfato, trad. it. Padova, Unipress, 1996 (or. 1932) e G. Pasqualotto, ivi, Nishida: dialettica e Buddhismo, Postfazione, pp. 153-207., e poi con gli altrettanto importanti Uno studio sul beneNishida Kitaro, Uno studio sul bene, a cura di Enrico Fongaro, trad. it. Torino, Boringhieri, 2007 (or. 1911) e G. Pasqualotto, ivi, Introduzione al pensiero di Nishida Kitarō, pp. IX-LXVI. e Problemi fondamentali della filosofiaNishida Kitaro, Problemi fondamentali della filosofia: conferenze per la Società filosofica di Shinano, a cura di Enrico Fongaro, trad. it. Venezia, Marsilio, 2014 (or. 1932-1937) e G. Pasqualotto, ivi, Buddhismo e dialettica. Introduzione al pensiero di Nishida, pp. 7-52., accompagnati sempre da un saggio interpretativo che è rimasto sostanzialmente invariato nel corso degli anni. Parallelamente ad altri autori, si è misurato dai primi anni Duemila con il tentativo di delineare temi e metodi per una filosofia interculturaleG. Pasqualotto (a cura di), Per una filosofia interculturale, Milano, Mimesis, 2008 e G. Pasqualotto, Tra Oriente e Occidente. Interviste sull’intercultura ed il pensiero orientale, a cura di D. De Pretto, Milano, Mimesis, 2010 che costituisce il campo di maggior impegno e interesse della sua ricerca, congiuntamente a una riflessione estetica sulle forme dell'arte dell'Asia orientale.

Riassumendo gli elementi chiave del pensiero di Pasqualotto, potremmo individuare due componenti fondamentali: il concetto di Ermenuetica interminabileG. Pasqualotto, Nietzsche o dell'ermeneutica interminabile, in AA. VV., Crucialità del tempo, Napoli, Liguori 1980, pp. 131-183, poi in Id., Saggi su Nietzsche, Milano, Franco Angeli, 1985 [3. ed. 1998, ultima stampa 2012]. e quello di Dialogo interculturaleG. Pasqualotto, Intercultura e globalizzazione, in Aa. Vv., Incontri di sguardi. Saperi e pratiche dell’intercultura, a cura di A. Miltenburg, Padova, Unipress 2002, pp. 53-76, poi in Id. (a cura di), Per una filosofia interculturale, Milano, Mimesis, 2008; Id., East & West. Identità e dialogo interculturale, Venezia, Marsilio, 2003. Il concetto di Ermenuetica interminabile prevede come elementi: 1. il pensiero come 'comparazione originaria'; 2. il sapere come 'ambito problematico sempre aperto', rispetto al quale non si dà mai una verità stabile, ma sempre problematica, inscritta cioè in un processo inesauribile di ricerca; 3. il concetto di 'impermanenza' (mutuata dal concetto buddhista di 'anatta') come struttura relazionale di tutto ciò che è, in base alla quale tutto ciò che è, è un ‘nodo’ di relazioni in continua trasformazione ed evoluzione processuale. Il concetto di Dialogo interculturale prevede come elementi: 1. la 'meditazione'G. Pasqualotto, Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d'Oriente, Venezia, Marsilio, 1992 [5. ed. 2006]. come ‘vuoto mentale’ e ‘consapevolezza’ - mindfulness - del senso critico del pensiero radicato nel presente; 2. l'apertura - conseguente alla compresenza degli elementi precedenti – dell’orizzonte di una riflessione generale sui problemi cruciali dell’esistenza, orizzonte tipico della filosofia interculturale. Pasqualotto precisa chiaramente la specifica forma di rapporto comparativo che viene attivato nell'orizzonte della filosofia interculturale, rapporto detto 'a tre variabili interdipendenti':

<L’orizzonte di una filosofia interculturale dovrebbe invece tendere a porsi come linea immaginaria di uno spazio illimitato pronto ad ospitare quelle specifiche pratiche interculturali che sono gli esercizi in atto di filosofia in quanto comparazione. Per evitare le conseguenze contraddittorie a cui conducono sia le prospettive multiculturali, sia le utopie universaliste, è necessario precisare la natura e la funzione della specifica forma di rapporto che si viene ad attivare nell’orizzonte della filosofia interculturale. La modalità di tale rapporto può essere definita 'a tre variabili interdipendenti': due sono costituite da pensieri o ambiti di pensieri tra loro diversi, e la terza è costituita da un soggetto (individuale o culturale) che li pone a confronto. L’essenziale di questa modalità di rapporto è che nessuna delle tre variabili sussiste autonomamente, prima, dopo o a parte rispetto alle altre due: in particolare, è importante evidenziare che il soggetto risulta sempre e necessariamente implicato nella pratica della comparazione, al punto che tale pratica lo forma e lo trasforma: il suo sguardo è ‘impuro’ fin dall’inizio, perché fin dall’inizio viene condizionato e prodotto da una serie – virtualmente infinita – di osservazioni comparative.>G. Pasqualotto, Dalla prospettiva della filosofia comparata all’orizzonte della filosofia interculturale, Simplègadi, 26, 2005, pp. 3-27, spec. p. 15.