I dieci comandamenti (The Ten Commandments) è un film del 1956 diretto da Cecil B. DeMille, remake dell'omonimo film del 1923 dello stesso regista. È un adattamento cinematografico del secondo libro del Pentateuco: il Libro dell'Esodo.

È interpretato da Charlton Heston, Yul Brynner, Anne Baxter, Edward G. Robinson, John Derek, Yvonne De Carlo, Vincent Price, Nina Foch e altre celebrità dell'epoca.

È un colossal che narra la storia di Mosè, il bambino ebreo salvato dalla madre a seguito di un massacro voluto dal faraone, che, adottato dalla sorella di quest'ultimo, divenne principe d'Egitto e, dopo aver scoperto le sue vere origini, decise di abbandonare la sua vita di lussi e agi e, in seguito, dopo aver affrontato il faraone Ramesse II, suo acerrimo nemico sin dalla gioventù, liberò il suo popolo dalla schiavitù. La trama della pellicola è desunta, oltre che dal Libro dell'Esodo, anche dal Midrash, dal Corano e dai testi di Giuseppe Flavio.

Il film fu distribuito nel circuito cinematografico statunitense il 5 ottobre 1956.

Trama Prima parte Egitto, XIII secolo a.C.. Gli ebrei, schiavizzati dagli egiziani, costruiscono monumenti in onore del faraone Ramesse I. Il sovrano è preoccupato perché gli astrologi di corte lo hanno informato della presenza di una nuova stella, ritenuta malefica non tanto perché profetizza l'arrivo di un popolo nemico, come pensa il faraone, ma perché profetizza che un singolo uomo porterà l'Egitto alla distruzione. L'astro maligno annuncia la nascita di un Liberatore, mandato da Dio sulla Terra, per liberare il popolo israelita dalla morsa egiziana. Il comandante degli egizi consiglia al faraone di sterminare gli schiavi, ma questi non lo ascolta, perché gli israeliti sono per lui una fonte di ricchezza. Se il Liberatore è fra i neonati, è meglio uccidere soltanto loro. I piccoli ebrei vengono così sterminati dalle guardie del faraone, sotto gli occhi terrorizzati e addolorati delle povere madri. Yochebed, una schiava ebrea, accompagnata dalla figlia Miriam, si reca presso il fiume Nilo portando con sé un cesto che contiene suo figlio che intende salvare dallo sterminio e abbandona sul fiume, chiedendo alla piccola Miriam di seguirlo per vegliare su di lui e scoprire dove la corrente lo trascinerà.

Intanto, un gruppo di giovani donne gioca sulle rive del fiume, nelle vicinanze di un enorme palazzo. Fra esse spicca la principessa Bithia, figlia di Ramesse I, da poco rimasta vedova del marito e incapace di generare figli perché sterile. Mentre le ragazze vengono rimproverate da Memnet, una schiava di palazzo, Bithia si allontana per andare a nuotare e intravede in lontananza il cesto che galleggia, che apre e vi trova il bambino; credendo che il Nilo abbia voluto così esaudire le sue preghiere, lo porta a riva e lo mostra a Memnet. Bithia decide di adottarlo: anche se Memnet glielo sconsiglia fermamente perché il faraone ha ordinato di sterminare tutti i neonati ebrei, Bithia fa giurare alla schiava che non dirà nulla e dà al bambino il nome di Mosè, colui che è stato "salvato dalle acque".

Il piccolo, diventato adulto, arriva a trionfare sugli etiopi, affiancato da Ramesse, figlio del faraone Seti I, sovrano saggio e illuminato; questi dovrà scegliere come proprio successore il figlio o il nipote (a sua insaputa, figlio adottivo della sorella Bithia), considerato da lui più capace di governare. A inasprire la contesa alla successione si aggiunge la bella e seduttiva Nefertari, una giovane principessa molto cara a Seti e promessa sposa del futuro faraone. Entrambi sono infatuati di lei, ma Nefertari ricambia solo le attenzioni di Mosè, che spera di sposare.

Seti lamenta tuttavia di non avere una città dove poter conservare i beni ricevuti dagli etiopi, dato che Ramesse non è riuscito a costruirla. Il principe cerca di giustificarsi dando la colpa agli schiavi ebrei, fiduciosi nell'arrivo del Liberatore previsto dalle sacre scritture. Seti decide allora di dare l'incarico della costruzione a Mosè, mentre a Ramesse ordina di scovare il vagheggiato Liberatore.

A Gessen gli schiavi lavorano incessantemente, senza avere nemmeno il tempo di bere un sorso d'acqua. Dall'alto di un'impalcatura il giovane e forzuto Giosuè, lo spaccapietre, scolpisce l'effigie del faraone e quando si accorge della presenza della sua amata Lilia, la graziosa e gentile portatrice d'acqua, corre velocemente ad abbracciarla. Appare intanto un losco figuro, Dathan, il caposorvegliante: è un ebreo rinnegato, ora al servizio del faraone, temuto da tutti, specialmente da Lilia, che si sente da lui osservata troppo maliziosamente. Dathan si dirige quindi verso Ramesse e accetta il suo compito di trovare il Liberatore degli ebrei, con la promessa di grandi doni.

Mentre gli schiavi stanno spostando un enorme blocco di pietra per incastrarlo con un altro, tra le donne più anziane, che ungono il terreno con del grasso per rendere più scivolosa la pavimentazione e accelerare i lavori, vi è Yochebed, madre di Mosè, che rimane incastrata con la cintura al blocco di pietra e rischia così di venir schiacciata fra i due massi. Giosuè, richiamato da Lilia, corre in soccorso della vecchia, ma viene fermato dai sorveglianti, a cui Lilia sfugge e corre verso Mosè per chiedere il suo aiuto, conoscendone la magnanimità. Questi decide di aiutarla e si reca sul posto dove rimprovera i sorveglianti per il loro comportamento, e libera la vecchia dalla cintura che la teneva legata al macigno, ignaro che in realtà si tratta di sua madre. Giosuè, benché trattenuto dalle guardie, non esita a lamentarsi davanti al principe per la mancanza di cibo. Mosè accoglie la causa degli ebrei e, guidandoli personalmente, assalta i granai del tempio, donando loro il grano riservato agli dei e ottenendo così il favore e l'appoggio degli ebrei, che lo elogiano per la sua magnanimità.

Tutto questo però suscita le lamentele di Jannes, il gran sacerdote, che si reca dal faraone per raccontargli l'accaduto. Presto si celebrerà il giubileo del faraone, durante il quale verrà scelto il successore di Seti: Jannes consiglia il sovrano di eleggere Ramesse come suo erede, ma il faraone lo rimprovera perché apprezza Mosè per le sue capacità. Ramesse, grazie all'aiuto di Jannes, inculca nel padre il dubbio di un possibile tradimento di Mosè.

Nel frattempo, Mosè è intento a erigere un enorme obelisco in onore del faraone, il quale viene innalzato perfettamente nonostante le tante paure. Mosè viene raggiunto da Seti, recatosi da lui per chiarire la questione accompagnato da Ramesse, e che gli chiede se le accuse mosse contro di lui siano vere o false. Mosè risponde di sì, ma si giustifica mostrando il risultato del suo lavoro: una città bellissima e maestosa, degna di Seti. Il faraone, in visibilio, ordina di scolpire sul marmo, insieme al suo nome, anche quello di Mosè, rimproverando aspramente il figlio Ramesse per aver calunniato il cugino. Ramesse, infuriato per l'umiliazione subìta a causa di Mosè, è determinato e deciso più che mai a togliersi il cugino dai piedi per prendere la corona che gli spetta di diritto e avere una volta per tutte la bella principessa Nefertari tutta per sé.

Intanto Nefertari aspetta impaziente il ritorno dell'amato Mosè. Sopraggiunge Memnet, la schiava di palazzo, l'unica, insieme a Bithia, a conoscere il segreto sulla nascita di Mosè. La schiava, non tollerando che un ebreo prenda il posto di Ramesse come futuro faraone, confessa alla principessa la verità sulle origini di Mosè. Nefertari non ci crede almeno fino a quando Memnet non le mostra la coperta levitica che teneva il piccolo quando venne trovato sul fiume Nilo, chiara testimonianza della sua origine ebraica. Nefertari allora teme che se Ramesse ne venisse a conoscenza sarebbe la fine per Mosè, e decisa a salvarlo ad ogni costo, la principessa non esita a chiudere per sempre la bocca di Memnet, gettandola dal balcone, mentre il panno ebraico rimane per terra. Accoglie poi Mosè tra le sue braccia, ma poi scaccia via malamente una schiava che la avvisa della morte di Memnet. Mosè chiede il perché di tale comportamento e rimane stupito quando scorge il panno ebraico. Nefertari cerca di giustificarsi, ma alla fine è costretta a confessare tutto. Mosè, confuso, vuole andare fino in fondo e si reca da Bithia per chiedere spiegazioni, senza però rimediare delle prove convincenti. Mosè allora decide di raggiungere Gessen per incontrare Yochebed, l'unico nome rivelato da Memnet. Bithia riesce a precederlo e ordina alla schiava e ai suoi due figli maggiori, Miriam e Aronne, fratelli di sangue di Mosè, di abbandonare l'Egitto: ma Mosè, senza essere visto, assiste alla scena, avendo così conferma di essere un ebreo e non un egiziano, quindi figlio di poveri schiavi e non di principi, e decide di non rinnegare le sue umili origini e di unirsi alla sua gente, benché commosso dal sincero pianto di Yochebed.

Vestito come uno schiavo, Mosè, lavora come un qualunque ebreo e tocca con mano le sofferenze, i maltrattamenti e la pesante fatica del suo popolo, assistendo a scene orribili. Lilia, la portatrice d'acqua, si avvicina a lui per porgergli un bicchiere: sta quasi per riconoscerlo quando viene interrotta dalla voce di Baka, il capocostruttore, il quale ordina che la fanciulla sia portata nella sua casa per farla diventare sua concubina, nonostante la giovane tenti di opporvisi. Un vecchio schiavo, vista la scena, prega Dio di maledirlo, ma viene colpito da una delle guardie con la sferza e poi, non volendo cedere, colpito a morte da un'accetta, morendo tra le braccia di Mosè, che ne prende il posto.

Nefertari, riconosciutolo, ordina ai sorveglianti di portarlo nella sua nave, avendo bisogno di un rematore. Mosè spiega a Nefertari che non tornerà sui suoi passi perché ha deciso di stare insieme alla sua gente, ma sa che se rimane schiavo, lei dovrà sposare Ramesse, che diventerà così il nuovo faraone. La principessa facendo leva sui sentimenti di Mosè per lei lo convince, dicendogli che se invece diventerà lui l'erede di Seti, potrà liberare gli schiavi una volta salito al trono. Mosè accetta, ma decide di andare prima a salvare la giovane Lilia dalle grinfie di Baka.

Nei pressi della dimora di quest'ultimo, Giosuè appicca il fuoco a un carretto. Le guardie escono per spegnerlo, lasciando Baka da solo con Lilia: Giosuè ne approfitta per entrare nel palazzo e liberare l'amata, colpendo con un pugno il nobile egiziano. Lilia riesce a fuggire, ma Giosuè viene catturato dalle guardie, legato fra due colonne e colpito a sferze dal capocostruttore, resistendo in silenzio. Baka viene però fermato da Mosè, il quale lo uccide e libera Giosuè ma è costretto a scappare precipitosamente perché, se scoperto, sarà condannato a morte. Giosuè crede che Mosè sia il Liberatore e ringrazia Dio, mentre in lontananza si intravede la sagoma di Dathan che ha osservato tutta la scena.

Il giorno dopo, Ramesse e le guardie di palazzo cercano l'assassino. Dathan si presenta al principe e gli rivela tutto in cambio del posto di governatore di Gessen. Ramesse accetta la proposta e scopre con sgomento che il Liberatore è proprio Mosè, il tanto odiato cugino. Lilia diventa infine di sua proprietà, ed è costretta a concedersi a lui in cambio della vita dell'amato Giosuè.