I Ventimiglia del Maro sono una ramificazione, molto complessa e tuttora esistente, dei conti di Ventimiglia e della valle del Maro, località, quest'ultima, sita nell'antico comitato di Albenga. Dal 1218, con Enrico I conte di Ventimiglia, i del Maro entrarono nella Compagna del Comune di Albenga e successivamente assunsero la cittadinanza pur della Repubblica di Genova, 'Regina del Tirreno'. Almeno dal 1258 si insediarono nel Regno di Sicilia, con il conte Enrico II fautore del partito di Manfredi di Svevia.
Storia
L'origine In realtà, i signori di Garessio e Ormea, condòmini e stretti parenti dei Ventimiglia del Maro, sono presenti in Sicilia almeno sin dall'anno 1094, affiancando i Normanni – di esiguo numero - nel processo cultural-religioso ed economico di latinizzazione dell'Isola. Nel 1095, inoltre, marchesa di Torino e diretta signora feudale dei Conti di Ventimiglia e del Maro diveniva Costanza di Sicilia - figlia del Gran Conte Ruggero I d'Altavilla - moglie di Corrado di Lorena. Ruggero I d'Altavilla, nel 1087, si sposava con Adelaide del Vasto - figlia di Manfredi, fratello di Bonifacio, marchese di Savona - e due sorelle di Adelaide si accasavano con due figli del gran conte, mentre il fratello Enrico sposava Flandina, altra figlia del sovrano siciliano.
Gli stessi del Vasto sembrano imparentati con i conti di Ventimiglia, per il matrimonio, intorno all'anno 1033 di Otto/Teuto - padre di Bonifacio del Vasto e di Manfredi - con Elena di Ventimiglia. Questi molteplici canali politici e dinastici saldavano sin dall'XI secolo i conti di Ventimiglia con l'ambiente normanno. Ovvero, Elena di Ventimiglia, figlia di Corrado II conte di Ventimiglia, sarebbe bisnonna di Ruggero II re di Sicilia e antenata della successiva discendenza regale normanno-sveva. Gli storici calcolano che dalla Liguria e sud Piemonte, nel Basso Medioevo, si trapiantarono in Sicilia circa duecentomila coloni detti «Lombardi»Vedi le comunità gallo-italiche di Sicilia. Costoro formarono una sorta di énclave franco-latina tra le popolazioni orientali del Messinese – Val Demone a forte impronta greco-bizantina - e la zona occidentale del Palermitano e Val di Mazara, di consistente insediamento berbero-musulmano. L'ampia signoria territoriale dei Ventimiglia del Maro, fra i Nebrodi, le Madonie assorbì pur i centri urbani, in particolare la "capitale" madonita di Polizzi - una popolosa cittadina di 10.000 anime, in buona parte lombarde - e poi gli importanti scali commerciali di Cefalù e Termini, sulla costa tirrenica. I Conti di Ventimiglia e del Maro, ereditarono dunque, sviluppandola, la vocazione antropico-culturale latina delle popolazioni liguri che colonizzarono il territorio e la loro signoria.
I Ventimiglia del Maro, pur avendo spostato il baricentro della loro politica nel Mediterraneo centrale, mantennero nel tardo Duecento importanti interessi economici nella città di Genova, dove gestivano la gabella di una porta cittadina e prelevavano i redditi di una quota delle 'Compere del Sale', ossia del commercio a più alto valore capitalistico nel Medioevo. Nondimeno, nel corso del Trecento, dai porti siciliani in loro possesso i Ventimiglia esportavano annualmente circa 22.000 salme di grano – delle quali 10.000 prodotte nelle loro terre – pari a circa cinquemila tonnellate.Polizzi, p. 25. Il commercio era diretto principalmente verso Genova – che sfruttava particolari secolari privilegi daziari – e rese l'economia siciliana specializzata e 'bloccata' sulla monocoltura granaria all'interno del sistema produttivo mediterraneo. Nel 1300, il conte Enrico II Ventimiglia - come ambasciatore del re di Sicilia Federico III d'Aragona - stipulò con Genova un trattato che prevedeva il pagamento a Genova di mezzo milione di libbre d'oro in dieci anni, un'esenzione decennale dai dazi dei porti siciliani per quarantamila mine di grano, e l'alleanza nella guerra contro Carlo II d'Angiò, escludendo una pace separata sino alla consegna del castello di Monaco a Genova da parte degli Angioini.Liber iurium, 2., col. 415-420. Sempre nel Trecento, i conti Ventimiglia del Maro impiantarono un banco in Porto Maurizio, nel comitato di Albenga, sviluppando il commercio a ampio raggio in tutto il Mediterraneo.
Il ramo siciliano mantenne i possedimenti liguri sino al XV secolo, quando la famiglia baronale, al suo apogeo economico-politico, assunse la leadership della politica aragonese nel Mediterraneo centrale, in particolare con Giovanni I di Ventimiglia, marchese di Geraci, che ottenne i viceregni di Sicilia, Napoli e Atene e i governi del Despotato di Epiro e del Principato di Durazzo. Un ruolo politico-militare non indifferente dello stesso Giovanni fu disimpegnato come condottiero di ventura, operante da Lugano allo Stato della Chiesa, dal Ducato di Milano alla Repubblica di Venezia.
La contea di Bussana e la Marca di Albenga alle origini della signoria del Maro Nella donazione di Guido Guerra al monastero provenzale di Lérins, risalente molto probabilmente all'anno 1147"Inlustri domino Ludovico", è indicato dal notaio nella sottoscrizione, ossia Luigi VII il Giovane (1137-1180), come è d'uso nei notai liguri di Ponente che datano, in quel periodo storico, secondo il Regno di Francia. Si veda, ad esempio, la donazione dell'abate di Gallinara al conte Raimondo Berengario IV di Barcellona del 1160: Atti del 1. Congresso storico Liguria-Catalogna, p. 149. L'indizione 12. e il giorno 30 marzo (terzo dalle calende di aprile), indicati nella donazione di Guido Guerra, corrispondono, secondo lo Stile notarile dell'Incarnazione, al 30 marzo 1147. La partenza da Genova della flotta per la crociata di Almeria e Tortosa, a cui si appresta Guido Guerra, è del maggio 1147: Caffaro, Storia della presa di Almeria, p. 29., il signore di Ventimiglia nomina – tra gli altri eredi - il terzogentito Rolando/Robaldo “futuro conte in Bussana e nei monti di Caravonica” (in Lusana/Susana et montibus Carfanbanae, come si legge nell'orribile trascrizione che sino a oggi ha provocato negli storiografi gravi equivoci e incomprensioni).Cais di Pierlas, I conti di Ventimiglia, p. 99-100. L'interpretazione dell'atto, falsamente datato all'anno 954, ha dato stura alle teorie più astruse. Il conte Guido Guerra si definisce pure “marchese di Albenga e Marittima”, come il cugino Anfosso/Alfonso “marchese di Albenga” - forse figlio dello zio Anfosso già defunto - nonché “preside/presidio dell'honor imperiale nel Piemonte” (il trascrittore inventa l'inesistente titolo di marchio Alpium Maritimae/marchese delle Alpi Marittime). Albenga, per antica tradizione – con Sezzadio e Savona - erano tre delle 28 corti “piemontesi/pedemontane” appartenenti alla mensa imperiale, e questo potrebbe spiegare la diretta relazione dei conti di Ventimiglia con gli honores imperiali della Marittima, anche per il matrimonio di Guido Guerra con Ferraria, dama molto probabilmente da identificare con l'omonima unica erede dei marchesi di Sezzadio e Albisola.
Nondimeno, che Guido Guerra abbia ricevuto il titolo imperiale di margravio sembra confermato da un diploma autentico di Federico I Barbarossa, che gli storiografi, sino a oggi, non son riusciti a spiegare. L'atto del 23 aprile 1167Die Urkunden Friedrichs I, doc. 531, p. 473-474. Guido marchese di Romagnano è ancor vivo nel 1167 - a differenza di Guido I di Ventimiglia - riceve inoltre la marca insieme ai fratelli - non singolarmente - vivi anch'essi nel 1171, e i loro beni non risultano successivamente in possesso dei marchesi di Ponzone, dunque è da escludere un riferimento alla loro marca, decentrata rispetto agli interessi di Enrico e Ugolino di Ponzone. consiste nell'investitura ai marchesi Enrico e Ugolino di Ponzone, due aleramici acerrimi nemici dei conti di Ventimiglia, della “Marca del fu Guido marchese... e di tutte le cose che allo stesso marchese furono da noi investite, con ogni diritto, honor e utilità...,ovvero con castelli, borghi, villaggi e luoghi, e con tutte le pertinenze colte e incolte, vie e passaggi, monti e pianure, boschi, prati, pascoli, vigneti, cacce, pesche, placiti, distretti e con le altre utilità...”. Negli anni a seguire è confermato il possesso di Albisola e Sezzadio da parte dei marchesi di Ponzone; cosa che fa intuire che queste signorie costituissero la cosiddetta 'Marca di Guido'. Ma nessun marchese aleramico porta in quegli anni il nome di Guido, per cui è lecito concludere che il privilegio imperiale faccia riferimento a Guido Guerra di Ventimiglia, marito di Ferraria marchesa di Albisola nel Savonese.
Questa conclusione, che aprirebbe uno scenario in gran parte ignorato dalla storiografia, è confermata da Otto III, conte di Ventimiglia, fratello molto più giovane del fu Guido, che al 5 settembre 1177 cede l'alta sovranità di Bussana e Dolceacqua a Genova, ricevendone in cambio l'investitura feudale, impegnandosi inoltre a fornire l'ausilio militare alla Repubblica “in tutta la Marittima, da Albenga a Nizza”, città quest'ultima di cui i Ventimiglia erano consignori per un quarto. Un altro atto che indica il ressort feudale dei conti è l'alleanza con Genova dello stesso Otto, anche a nome dei figli Guglielmo e Enrico I, risalente al 4 marzo 1193, in cui i conti di Ventimiglia si impegnano a fornir oste e cavalcata da “Albisola a Monaco, a nostre spese per tutta la nostra Terra, ovvero oltre [la nostra Terra] a spese del Comune [di Genova]...”.Liber Iurium, 1., doc. 315-316, col. 304-305; Saige, Labande, p. 9-11. Un'altra testimonianza, ancor più cogente, è l'accordo tra Genova e i marchesi aleramici del 1140 – allo scopo di eliminare la signoria dei conti di Ventimigia ormai troppo potente - in cui è descritta la medesima situazione del documento di Guido del 1147. I Genovesi si spartiscono con i marchesi le future sperate conquiste “da Arma in giù, e ciò che è pertinente al comitato di Bussana...concediamo ai marchesi la proprietà dei conti, in pace e concordia, quello che hanno da Arma fino a Finale e dal giogo al mare, eccetto Bussana come è sopra scritto, e della proprietà di Anfosso, che è da Arma a Finale e dal giogo al mare, concediamo metà ai marchesi e metà a Giovanni Barca”. Essendo quest'ultimo il genero genovese di Anfosso, conte e marchese di Ventimiglia e Albenga, poiché Arma e Finale segnavano i limiti occidentale e orientale dell'intera Marca d'Albenga.Codice diplomatico della Repubblica di Genova, doc. 106, p. 126-127; Pavoni, La frammentazione politica, p. 111: "In realtà i possessi dei conti di Ventimiglia nella Marca d'Albenga sono già esistenti nel 1140...Nell'agosto del 1146 Daniele di Prelà compare tra i vassalli del conte Oberto di Ventimiglia; nel 1170 il castello di Prelà era conteso tra il conte Ottone e i marchesi Guglielmo e Bonifacio". Gli storici intuiscono l'esistenza di un'investitura imperiale ai conti di Ventimiglia, ma senza individuarne l'oggetto:
Nel documento del 1131, infatti, si pone precisa e chiara distinzione tra la contea di Ventimiglia e il feudo imperiale di Anfosso - tra Arma e Finale ossia la Marca di Albenga -. L'investitura sarebbe risalita al nonno di Anfosso, probabilmente a Corrado III conte di Ventimiglia, vissuto all'epoca di Enrico III imperatore (1039-1056), figlio di Agnese di Svevia - cugina dei conti di Ventimiglia? - e di Corrado II il Salico.
Filippo I e l'insediamento di Enrico II in Sicilia