Con questione della lingua a Ragusa s'intende l'analisi del repertorio linguistico della Repubblica di Ragusa, con particolare attenzione al parlato. Tale questione assunse particolare importanza fra la metà del XIX e la metà del XX secolo, quando l'allora nascente "risorgimento croato" (hrvatski narodni preporod) si scontrò con le istanze irredentistiche italiane: all'epoca ognuno dei due movimenti riteneva che il carattere nazionale fondamentale della Repubblica di Ragusa fosse alternativamente slavo (croato) o italiano, con conseguente inserimento della storia ragusea esclusivamente - o prevalentemente - in uno dei due alvei. Per tale motivo, è possibile trovare degli studi che deliberatamente deformarono le fonti o omisero di riportare ciò che non si attagliava con le proprie finalità ideologiche. Nei decenni più recenti la questione è finalmente rientrata in un ambito eminentemente scientifico e culturale. I linguisti croati sottolineano - con riferimento a Ragusa - l'intercambiabilità delle espressioni «lingua slava» e «lingua croata».
Dalle fonti risulta chiaramente il passaggio linguistico nel parlato, avvenuto a Ragusa nel corso del tempo: se fino al XV secolo è ipotizzabile ritenere la lingua latina o una lingua neoromanza come prevalente, verso gli inizi del 1500 la situazione è chiaramente mutata, ed in città la lingua slava è la più usata, oltre ad essere oramai considerata lingua naturale del luogo. Il latino prima e l'italiano poi si sono comunque mantenuti per secoli, divenendo lingue di cultura, di commercio e di potere, note quindi molto più agli uomini ed alle classi dominanti piuttosto che alle donne ed al popolo minuto.
Ambito legale pubblico e privato: latino (e italiano) Corrispondenza diplomatica: latino (e italiano) Opere scientifico/filosofiche: latino (e italiano) Opere poetico/letterarie: slavo (e latino e italiano) Corrispondenza personale: italiano (e slavo e latino)
Tale suddivisione - nella particolarissima situazione linguistica di Ragusa, derivante sia dalla sua storia che dalla sua posizione geografica - fu dovuta a motivi di diffusione o di intrinseca tradizione dei generi, laddove il latino era da secoli lingua della cultura in Europa e l'italiano era considerato "lingua classica" al pari del latino. La scelta quindi dell'utilizzo nello scritto del latino, dell'italiano o della lingua slava di Ragusa era dovuta essenzialmente a motivi di "destinazione del prodotto"Queste le conclusioni di Ivano Cavallini, Le Muse in Illiria: l'Accademia dei Concordi a Ragusa (Dubrovnik) e i "Ragionamenti sulla musica" di Nicolò Vito di Gozze e Michele Monaldi, in ..
Inquadramento generale
Fin dal tempo della dominazione romana, il mare Adriatico può essere considerato una via di comunicazione e di unità, piuttosto che di divisione: unità tanto più culturale ed economica che politica, la cui predominante influenza fluì per molti secoli dalla penisola italiana verso oriente.. La presenza di comunità neoromanze lungo la costa della regione a partire dal periodo successivo alla caduta dell'Impero romano d'Occidente è testimoniata da vari testi, anche dopo le migrazioni slave del VI-VII e VIII secolo che occuparono la gran parte del territorioSu ciò si veda come quadro d'insieme .. A Ragusa l'utilizzo della lingua italiana - testimoniato dal fatto che gran parte dei documenti contenuti nell'archivio storico di Ragusa è in italiano. - fu dovuto non solo al mantenimento d'un tradizionale legame col mondo romanoRagusa - secondo la ricostruzione tramandataci da Costantino Porfirogenito - sarebbe stata eretta dai profughi latini della città di Πίταυρα (Epidauro), conquistata dagli slavi. In ., ma ad una comodità: l'italiano era la lingua commerciale dell'intero Mediterraneo. Questo legame divenne nel tempo anche un segno di distinzione: l'educazione della classe dirigente dalmata e ragusea prevedeva non solo la conoscenza del latino e dell'italiano, ma in moltissimi casi un periodo di studio presso le università della penisola, in modo particolare quella di Padova. Negli uffici pubblici ragusei si scriveva regolarmente in latino e in italiano, e le nobili famiglie ragusee non esitarono ad inventarsi in alcuni casi delle fantasiose ascendenze romane, onde collegarsi alle antiche gens dell'epoca antica. Ragusa fu - assieme a gran parte delle città della costa dalmata - un luogo di fioritura artistica di chiara impronta italiana, e decine di famosi scultori, pittori e architetti italiani vennero chiamati a prestare la propria opera nelle località dell'Adriatico orientale, così come tutti i maggiori artisti dalmati andarono a bottega in Italia o viaggiarono nella penisola per affinare le proprie capacità .
La lingua parlata Le prime testimonianze È estremamente difficile cogliere testimonianze inequivocabili sugli usi linguistici a Ragusa prima del XIII secolo. Nelle fonti alcune comunità della costa dalmata sono contraddistinte dall'appellativo Romani (in greco 'Ρωμᾶνοι), per distinguerle dalle altre comunità della zona: i Romei ('Ρωμαῖοι) - e cioè i Greci bizantini - e gli slavi, giunti nella regione fra il VI e l'VIII secolo.. In un passo del De Administrando Imperio (composto fra il 948 e il 952), l'imperatore Costantino Porfirogenito circoscrisse il territorio abitato dai Romani alle città di Ragusa, Spalato, Traù, Zara, Arbe, Veglia e Ossero, cui va aggiunta Cattaro, citata espressamente dal geografo arabo Idrisi due secoli dopo.
Guglielmo di Tiro
Nella sua Cronica dal titolo Historia rerum in partibus transmarinis gestarum, Guglielmo di Tiro (1130 - 1186) così descriveva la Dalmazia all'epoca della prima crociata (1096 - 1099):
Il passaggio più importante ai fini della conoscenza degli usi linguistici a Ragusa è relativo ai pochi che vivono nelle località marittime (paucis qui in oris maritimis habitant), i quali parlano un idioma latino (Latinum habent idioma). È probabile che Guglielmo di Tiro con "idioma latino" intendesse riferirsi ad una lingua romanza autoctona, tipica della costa dalmata: questa potrebbe quindi essere la prima testimonianza storica dell'esistenza del dalmatico..
Giovanni Conversini Fra il 1384 e il 1387 fu cancelliere della Repubblica di Ragusa il ravennate Giovanni Conversini (Johannes quondam magistri Conversini de Fregnano), che in una sua testimonianza scritta si lamentò per il fatto di aver continuamente necessità di ricorrere all'interprete:
Da questo passo la storiografia croata tendeva a dedurre che già all'epoca del Conversini fosse in uso quasi esclusivo la locale lingua slava; in anni più recenti, interpretazioni alternative (quali quelle di Diego Dotto e Bariša Krekić) hanno ipotizzato che il Conversini con l'espressione sermonis (...) barbari (linguaggio barbaro) si sarebbe invece riferito alla lingua romanza autoctona di Ragusa (lingua dalmatica)Così Diego Dotto, op. cit., p. 22, ma alla stessa conclusione era giunto anche lo studioso croato Bariša Krekić. Si veda in merito il suo On the Latino-Slavic Cultural Symbiosis in Late Medieval and Renaissance Dalmatia and Dubrovnik, in Viator, n. 26, 1995, p. 323..
Le scritture notarili e i registri criminali La grande maggioranza degli atti notarili ragusei oggi conservati nei pubblici archivi è scritta in latino e in volgare italiano, ma non mancano strumenti notarili in slavo. Interessanti appaiono gli atti compilati di propria mano senza l'ausilio del notaio, il che può dimostrare il tipo di conoscenza linguistica anche di ragusei non appartenenti alla classe nobiliare, che veniva educata precipuamente in latino e in italiano, anche se a partire dalla seconda metà del XIV secolo a Ragusa s'iniziarono ad assumere anche insegnanti di literae sclavichae.. Di seguito si riportano due fra i molti esempi di testamenti autografi in volgare italiano.
Un certo Clime di Tomasino inizia il proprio testamento (15 febbraio 1348) come segue:
Così invece Alamançe, figlio di Andrea Alamano (11 luglio 1363):
Un registro criminale della fine del XIII secolo risulta fra i documenti più importanti: le trascrizioni delle deposizioni - dovute tutte alla mano del cancelliere Tomasino de Savere di Reggio Emilia - in tre casi annotano la lingua usata per uno dei discorsi riportati dai testimoniTutte le testimonianze sottoriportate - tratte dallo stesso registro - si trovano in Diego Dotto, op. cit., pp. 24 ss..
Un certo Michele di Gerdusia fra l'11 e il 12 settembre 1284 così dichiara:
Il 3 aprile 1285 si ritrova una testimonianza ancora più importante per due motivi: il dichiarante - un certo Adamus trivisanus de Castro Franco (Adamo trevigiano di Castelfranco) - è un famiglio del conte veneziano e non un autoctono, e l'annotazione della lingua usata è in originale e non in traduzione latina, come la testimonianza precedente:
Podhi s Bogo significa Va' con DioIn croato moderno si usa l'espressione Podji s Bogom.. Il fatto che a riportarla sia un nativo di Castelfranco Veneto sta a indicare che il testimone doveva aver acquisito - nel periodo passato a Ragusa - almeno una competenza passiva nella lingua sclavonica, così come lo stesso cancelliere, che in modo del tutto eccezionale rispetto ai registri criminali ragusei del XIII e XIV secolo riporta una locuzione slava nella sua forma originale.
Nella stessa lite testimonia anche il nobile Mathias de Mençe:
Da questa dichiarazione si ricava espressamente che i servi del Mençe - essendo slavi - non conoscevano la lingua latina volgareIn tale contesto con l'espressione que nesciunt latinum s'intende riferirsi volgare e non il latino. Così conclude Diego Dotto, op. cit., p. 26., e di converso che alla servitù della casa ci si dovesse rivolgere unicamente in lingua sclavonica, conosciuta sicuramente da Mathias de Mençe anche per il fatto che nella testimonianza riesce chiaramente a riportare ciò che i servi si erano detti. Nella storia di Ragusa, questo è uno dei primi esempi di chiara indicazione di compresenza e di utilizzo di più registri linguistici parlati all'interno della stessa famiglia.
Singolare risulta - in tutt'altro contesto - la testimonianza del 14 luglio 1284 di Mattia di Marco de Mençe, il quale ricordando una questione legata alla vendemmia illegale compiuta ai danni delle sue vigne nel contado extraurbano di Belen, riferische che:
Da questo passaggio si denota l'utilizzo nell'area ragusea anche di altri registri linguistici come la lingua albanesca, oltre alla competenza almeno passiva di un nobile raguseo di fronte a questa lingua.
I bandi pubblici L'uso di proclamare gli avvisi importanti per il tramite di un bando pubblico è frequentissimo nella storia ragusea: centinaia e centinaia sono le registrazioni dei bandi tuttora contenute negli archivi della città: ma l'indicazione della lingua utilizzata in tali bandi è estremamente rara. Nella prima metà del XIV secolo risultano solo sei casi, che presentano due caratteristiche precipue: la registrazione dell'uso obbligatorio della lingua sclavonica e l'attinenza con questioni che chiamavano in causa proprio gli slavi. In un solo caso il bando è monolingue - e cioè solo nella lingua sclavonica - mentre nei rimanenti cinque casi è bilingue, utilizzando formule quali tam in lingua latina quam in sclavonesca, laddove con lingua latina s'intende il volgareTutte le considerazioni e i testi dei bandi sono ritrovabili in Diego Dotto, op. cit., pp. 26 ss..
Un esempio di tali bandi bilingui è il seguente:
Su ordine del conte di Ragusa il banditore del Comune deve proclamare che chiunque voglia venire a Ragusa per la festa di San Biagio lo possa fare ad eccezione di coloro che sono banditi per fatti de sanguine.