Gli spettacoli nell'antica Roma erano numerosi, aperti a tutti i cittadini ed in genere gratuiti; alcuni di essi si distinguevano per la grandezza degli allestimenti e per la crudeltà.
I Romani frequentavano di preferenza i combattimenti dei gladiatori, quelli con bestie feroci (venationes), le riproduzioni di battaglie navali (naumachia), le corse di carri, le gare di atletica, gli spettacoli teatrali dei mimi e le pantomime.
Quarant'anni dopo l'invettiva di Giovenale (n. tra il 55 e il 60–m. dopo il 127) che rimpiangeva la sobrietà e la severità repubblicana di un popolo che ormai aspirava solo al panem et circenses, al pane e agli spettacoli, Frontone (100-166), quasi con le stesse parole, descriveva sconsolato la triste realtà:
La classe dirigente romana considerava infatti suo compito primario quello di distribuire alimenti una volta al mese al popolo e di distrarlo e regolare il suo tempo libero con gli spettacoli gratuiti offerti nelle festività religiose o in ricorrenze laiche.
Le feste nel calendario romano
Numerose erano le occasioni per i romani di assistere nelle festività romane a spettacoli in occasione di celebrazioni religiose. Da un calcolo sommario « [...] trascurando certi doppioni per cui due feste coincidevano [nello stesso giorno]...si arriva a questo calcolo matematico: i giorni obbligatoriamente festivi della Roma imperiale occupavano più della metà dell'anno...».
Ma oltre a quelle offerte in Roma dai Cesari vi erano poi quelle che si celebravano in campagna nei borghi contadini, le feste di quartiere in onore dei santuari locali, quelle dei nuovi culti, quelle delle corporazioni (scholae), quelle militari e infine quelle che a sorpresa offriva la munificenza imperiale come i combattimenti di gladiatori che nel II secolo d.C. potevano durare mesi interi. Quindi «si può affermare che [...] non c'era anno romano che non recasse due giorni di festa per un giorno lavorativo.». e che gli spettacoli fossero quindi quasi quotidiani. Svetonio ricorda che l'imperatore romano, Augusto, poiché negli spettacoli regnava la confusione e il disordine, introdusse ordine e disciplina, racconta che Augusto mise ordine nel campo degli spettacoli, dopo aver saputo che un senatore, in occasione di alcuni giochi a Pozzuoli, non venne ricevuto da nessuno con grave sdegno del princeps. oltre a:
Augusto aveva preso anche l'abitudine, nei giorni che precedevano gli spettacoli, nel caso in cui fosse stato portato a Roma qualche animale mai visto prima di allora e degno di essere conosciuto, di presentarlo al popolo in modo straordinario, in un luogo qualsiasi: per esempio un rinoceronte presso i Saepta Iulia, una tigre in una scena teatrale, un serpente di cinquanta cubiti (22 metri circa) davanti alla piazza dei comizi..
Ancora Augusto fece decretare dal Senato che, per tutta la durata degli spettacoli pubblici, in qualunque luogo venissero offerti, la prima fila di panche spettava ai senatori e vietò a Roma che gli ambasciatori delle genti alleate o libere prendessero posto nell'orchestra, perché si era trovato nell'imbarazzo [nel sapere] che in alcune delegazioni vi erano schiavi affrancati.. Separò i soldati dal popolo; assegnò ai plebei sposati proprie gradinate; a chi indossava la pretesta un settore delle gradinate particolare e quello accanto ai loro precettori; vietò a chi era mal vestito di posizionarsi nelle gradinate di mezzo. Non permise alle donne di sedere durante i combattimenti dei gladiatori, che una volta potevano osservare a fianco dei propri uomini, se non nella parte superiore e da sole. Riguardo alle lotte tra atleti, vietò con grande rigore l'ingresso alle donne in teatro, prima della quinta ora.
Il significato religioso degli spettacoli In origine ad ogni festa era accomunato un culto religioso.A. Piganiol, Recherches sur le jeux romains, Paris Strasbourg, 1923 Ad esempio: la gara di pesca che si svolgeva l'8 giugno alla presenza del pretore e che si concludeva con una mangiata di pesce fritto, in origine, testimonia Festo, era un sacrificio di sostituzione in onore del dio Vulcano che accettava il cambio di pisciculi (pesciolini) pro animis humanis (al posto di anime umane).J. Carcopino, Virgile et les origines de Ostie, Paris 1919, pp. 119-120
Il significato religioso sacrificale, che i romani avevano ormai dimenticato, era presente ancora nella corsa di cavalli che si effettuava al Foro il 13 ottobre. Il cavallo vincitore veniva immolato, il suo sangue versato per le lustrazioni, la testa contesa duramente tra gli abitanti della Via Sacra e quelli della Suburra che si contendevano l'onore di mostrare il cimelio del "cavallo d'ottobre". Questa festa era il ricordo della corsa di cavalli che i latini dell'antica Roma celebravano al termine dell'annuale spedizione di guerra che iniziava in primavera e terminava in autunno. In quei tempi passati il sangue del cavallo vincitore sacrificato serviva a purificare la città.
Il carattere sacrale era presente anche in età repubblicana quando nel 105 a.C. furono istituiti dallo Stato i combattimenti tra gladiatori, nati in origine come un culto reso dai privati sulla tomba dei genitori. Il carattere religioso fu conservato nel termine munus (ufficio pubblico) che designava questi combattimenti cruenti che avevano il compito di placare gli dei. Ancora nel II secolo d.C. Festo li chiama «oblazioni offerte per motivi ufficiali», Tertulliano, «onoranze obbligatorie ai Mani» e Ausonio, «sangue sparso sulla terra per placare il dio armato di falce»
In epoca imperiale il pubblico romano aveva del tutto dimenticato questi richiami religiosi anche se una certa etichetta rituale era stata stabilita sin dal tempo di Augusto: gli spettatori, ad esempio, dovevano indossare la toga di gala:..
E, se non volevano essere allontanati, dovevano tenere un atteggiamento educato: non potevano, infine, né mangiare né bere durante gli spettacoli.Quintiliano, VI, 3, 63 Anche se ci si doveva alzare in piedi durante la processione inaugurale con le statue dei divi imperiali assieme a quelle delle divinità, lo si faceva come segno di rispetto e di riconoscenza alla dinastia imperiale che offriva loro spettacoli così grandiosi.
L'antica impronta religiosa dei giochi per i romani dell'età imperiale era ormai ridotta a formalità che non avevano più nessun rapporto con i riti di una religione ormai dimenticata e che era stata sostituita dalla simbologia astrologica raffigurata nell'arena, che rappresentava la terra, e nel fossato che circondava la pista, il mare; l'obelisco (spina) simboleggiava il sole alla sommità del cielo; i sette giri di pista della corsa dei carri riproducevano l'orbita dei sette pianeti e il susseguirsi dei sette giorni della settimana, le dodici porte delle rimesse dei carri che si affacciavano sul circo figuravano i luoghi dello zodiaco.
Il rapporto tra il principe e la folla
Quando l'imperatore appariva nel circo, nell'anfiteatro o nel teatro, la folla lo salutava levandosi in piedi e agitando fazzoletti bianchi, omaggiandolo e manifestandogli la propria presenza e la compartecipazione emotiva, quasi religiosa, al suo assistere allo stesso spettacolo che si svolgeva alla vista comune.
Di questa folla di spettatori che avevano la fortuna «di vedere il principe in persona in mezzo al suo popolo»Plinio il Giovane, Pan., 51 l'imperatore ne faceva anche uno strumento di potere politico forgiando, con il suo rapporto diretto con la folla negli spettacoli, quell'opinione pubblica che, in assenza degli antichi Comizi e dell'autonomia del Senato, non aveva più modo di esprimersi.
Gli spettacoli quindi rafforzavano il potere politico del principe e insieme salvaguardavano ciò che rimaneva della religione tradizionale. Gli spettacoli, in una popolazione dove 150.000 vivevano senza lavorare a spese dello Stato e dove quelli che avevano un'occupazione avevano metà della giornata libera da impegni, anche, forzatamente, da quelli politici, servivano a occupare il tempo libero e a distrarre e incanalare le passioni, gli istinti, la violenza.
Svetonio riferisce che Augusto, quando assisteva ai giochi, si sedeva solitamente nella stanza da pranzo di uno dei suoi amici o dei suoi liberti, qualche volta sedeva nella sua tribuna, insieme con la moglie e i figli. Si assentava dagli spettacoli a volte per diverse ore, altre volte per giorni, chiedendo scusa e raccomandando al popolo i magistrati che dovevano sostituirlo in sua assenza. Quando vi assisteva, era molto attento e partecipe per evitare malcontenti, poiché il popolo in passato si era lamentato del padre adottivo, Gaio Giulio Cesare, il quale soleva dedicarsi durante i giochi alla lettura di lettere e petizioni. Augusto provava sommo piacere nell'assistervi, cosa di cui non fece mai mistero..
Capitava, poi, che offrisse frequentemente anche a sue spese, spettacoli gladiatorii e giochi organizzati da altri, con corone e ricchi premi. Non assistette a nessun concorso di rappresentazioni di origine e ambientazione greca senza onorare ciascuno dei partecipanti in base al proprio merito. Ebbe particolare interesse per gli incontri di pugilato, soprattutto per quelli latini, che spesso confrontava con quelli greci, e non solo tra professionisti, ma anche tra i popolani che si battevano agli angoli delle strade, senza particolare tecnica pugilistica. Agli atleti conservò i loro privilegi, anzi li aumentò, e proibì di far combattere i gladiatori senza un'adeguata ricompensa; quanto agli istrioni, limitò al periodo dei giochi e al teatro il potere coercitivo dei magistrati, che in precedenza una legge aveva esteso ovunque e a qualsiasi periodo. Pretese sempre una rigorosa disciplina nelle competizioni tra gli atleti o nei combattimenti dei gladiatori. Represse, infine, alcuni comportamenti giudicati moralmente disordinati degli istrioni, e quando venne a sapere che un certo Stefanio, autore di commedie togate, si faceva servire a tavola da una donna con i capelli tagliati alla maschietto, lo bandì e lo fece battere con le verghe in tre teatri.
Gli spettacoli Agoni I principali sport nell'antica Roma erano: il pancrazio, la lotta, il pugilato, la corsa, il lancio del giavellotto, il lancio del disco, il lancio del peso, che erano stati presi a modello dall'Antica Grecia. La concezione dello sport nell'antica Roma però non rifletteva la predilezione della cultura greca per le attività atletiche non professionali, per gli agoni (ἀγῶνες), gare incruente riguardanti non solo lo sport ma anche diversi campi delle attività umane, dove il vincitore riceveva un premio per aver dimostrato, secondo la mentalità greca, le sue superiori doti fisiche e morali. Quarant'anni prima della conquista della Grecia, prima ancora che la sua civiltà influisse su quella romana, i certamina graeca, come quelli istituiti da Marco Fulvio Nobiliore nel 186 a.C., erano considerati dalla società romana esibizioni immorali prive di quelle finalità pratiche che davano senso all'addestramento ginnico militare per l'esercizio della guerra. Scriveva l'intellettuale Tacito che temeva, come quella parte della società romana più legata alle tradizioni, che le raffinatezze greche potessero invalidare gli antichi valori:
Nello stesso senso va considerata l'avversione della classe senatoria per quegli imperatori infatuati dalla civiltà greca come Caligola o lo stesso Nerone che suscitava scandalo dilettandosi di partecipare personalmente ai giochi.
Corse dei carri