La strage di Torino fu un eccidio compiuto da alcuni membri del Regio Esercito italiano (principalmente allievi carabinieri) il 21 e il 22 settembre 1864 ai danni di gruppi di manifestanti civili. Gli scontri avvennero durante manifestazioni di protesta popolare contro il trasferimento della capitale del Regno d'Italia dalla città piemontese a Firenze.
Nel pomeriggio del 21 settembre 1864, dopo che in mattinata scontri tra manifestanti e forze dell'ordine avevano avuto luogo in Piazza San Carlo a Torino, una folla di civili armati di bastoni tentò di avvicinarsi alla sede del Ministero dell'interno in Piazza Castello, difesa da un contingente di allievi carabinieri: i carabinieri spararono sui manifestanti causando 15 vittime. La sera seguente, 22 settembre, nuovi tumulti ebbero luogo in Piazza San Carlo coinvolgendo altri allievi carabinieri, che nella confusione spararono indiscriminatamente sulla folla colpendo anche i membri di un battaglione di fanteria che stava attraversando la piazza, i quali aprirono a loro volta il fuoco: nel tiro incrociato rimasero uccise 47 persone tra militari e civiliLudovico Matrone, Ordine pubblico e repressione. I tumulti di Torino per il trasferimento della capitale, in "Studi storici" 1/2022, pp. 101-132, doi: 10.7375/103426..
I fatti provocarono la caduta del governo Minghetti, nonché diverse inchieste ufficiali da parte di commissioni parlamentari; tutti gli arrestati furono tuttavia oggetto di un'amnistia generale nel febbraio 1865.
Antefatto: lo spostamento della capitale
Nel giugno 1864, approfittando di voci sulla salute di papa Pio IX e su possibili sollevazioni nello Stato Pontificio, il presidente del consiglio Marco Minghetti inviò Gioacchino Napoleone Pepoli dall'ambasciatore italiano a Parigi, Costantino Nigra, con disposizioni per contrattare il ritiro delle truppe francesi dai territori della Santa Sede. Per raggiungere l'accordo, l'imperatore Napoleone III richiese una garanzia che mostrasse la rinuncia alla conquista di Roma, indicata fin dal 1861 dal governo italiano come capitale ideale del regno; Pepoli chiese se lo spostamento della capitale italiana da Torino ad altra città, cosa già ipotizzata dal governo, avrebbe potuto fornire adeguata garanzia; l'imperatore confermò che avrebbe certamente firmato l'accordo con quella condizione.. Vittorio Emanuele II fu informato ad agosto, al ritorno di Pepoli.
L'11 settembre 1864 Minghetti comunicò al ministro Menabrea che il re accettava il trattato, spostando la capitale a Firenze per ragioni esclusivamente strategiche..
La convenzione fu quindi firmata ufficialmente il 15 settembre 1864. Su richiesta di Vittorio Emanuele II, venne tenuto separato e segreto il protocollo vincolante per il trasferimento della sede del governo entro sei mesi dalla firma, al fine di evitare che apparisse «risultato della pressione d'un Governo estero»..
Diffusione della notizia a Torino
Nonostante il riserbo ministeriale, i dettagli dell'accordo iniziarono a circolare già dal 26 agosto dello stesso anno.. I giornali di Torino, legati a fazioni politiche, assunsero delle posizioni diverse sull'accordo. Il governo Minghetti poteva contare sulla Gazzetta ufficiale, voce del ministero, e sullOpinione, diretta da Giacomo Dina; era appoggiato inoltre dalla Stampa (giornale diverso dal successivo quotidiano omonimo), diretta da Paulo Fambri e legata a Ubaldino Peruzzi e a Silvio Spaventa, e dalla Gazzetta di Torino, legata a Luigi Menabrea. C'erano poi la Discussione del senatore Carlo Alfieri di Sostegno, la Monarchia nazionale legata a Urbano Rattazzi e al centro-sinistra e il Diritto della sinistra. La Gazzetta del popolo, anticlericale, era diretta da Giovan Battista Bottero..
Il 16 settembre, giorno successivo alla firma, lOpinione pubblicò la convenzione, senza indicazioni sul protocollo segreto; il 18 settembre la Gazzetta del popolo riportò la voce errata (diffusasi il giorno precedente) che la condizione imposta da parte francese fosse lo spostamento della capitale a Firenze. La diffusione di notizie frammentarie portò quindi a illazioni e ad accuse contro il governo; si aggiunsero addirittura voci di cessioni di territorio piemontese alla Francia..
Il 20 settembre si svolse una manifestazione per le vie della città con grida contro lo spostamento della capitale (Abbasso il ministero!, Roma o Torino!, Abbasso la convenzione!, Viva Garibaldi!) e con la partecipazione di un gran numero di persone (cinque o seimila secondo alcune fonti). Lo spostamento della capitale era visto da molti come una minaccia allo sviluppo economico della città.
Inoltre, un centinaio di persone si radunò in Piazza Castello per protestare con fischi contro la sede della Gazzetta di Torino, allontanandosi dopo poco senza incidenti.. Il giornale quel giorno aveva pubblicato un articoloL'articolo è riprodotto integralmente in . che, anche se a favore della convenzione, avrebbe dovuto pacificare i torinesi; venne «mandato dalla Corte al giornale per desiderio del re medesimo, il quale si sbagliò affatto intorno all'effetto che avrebbe prodotto, e al quale nessuno dei cortigiani ebbe il buon senso di sconsigliarne la pubblicazione.»Nel 1884 l'articolo venne attribuito al re stesso. Cfr.
«Tristi fatti»
21 settembre Il pomeriggio
Il consiglio comunale straordinario era convocato per le ore 14:00. per discutere dello spostamento della capitale. Sotto le finestre si radunarono varie persone per avere notizie; si verificarono anche delle proteste e vennero bruciate copie della Gazzetta di Torino..
In assenza di notizie dal consiglio comunale in corso le persone si dispersero rapidamente, mentre un gruppetto di giovani si diresse in piazza San Carlo alla tipografia della Gazzetta di Torino con alcune bandiere italiane. Il proprietario andò in questura per sollecitare aiuto, mentre altri impedivano al gruppo di entrare. Dalla questura giunse quindi l'ordine di disperdere gli assembramenti, sequestrare le bandiere e arrestare coloro che le portavano.. Sul posto si precipitarono numerose guardie di pubblica sicurezza (principalmente allievi) che sguainarono le daghe contro l'assembramento di persone, le quali, prese di sorpresa, accennarono una reazione con qualche pietra; le guardie allora inseguirono e percossero le persone anche al di fuori della piazza, colpendo e gettando a terra astanti e passanti e anche chi si occupava della difesa della tipografia..
Ventinove persone vennero condotte in questura, compresi alcuni feriti; iniziò a formarsi un nuovo gruppo di fronte all'edificio e le guardie uscirono nuovamente con le daghe in pugno, ma furono fermate dai superiori. Il gruppo all'esterno, divenuto numeroso, richiese il rilascio degli arrestati considerando spropositata l'azione delle guardie; vennero anche tirate pietre contro le finestre..
La questura era ormai assediata e giunse una delegazione della giunta comunale (Rignon, Pateri Corsi, Moris e Villa) che, non riuscendo a calmare la folla, consigliò al questore il rilascio degli arrestati (venne richiesta anche la restituzione delle bandiere). Si ottenne così una pacificazione della piazza...
La sera
Diversi assembramenti di persone si formarono in città a partire dalle ore 17:00, prima sotto il municipio e poi sotto l'abitazione del sindaco; quest'ultimo in entrambe le occasioni cercò di convincere i manifestanti al rispetto della legge.
In piazza San Carlo si era radunata una folla per protestare contro la Gazzetta di Torino e contro la questura. In piazza si disposero degli allievi carabinieri, armati con fucili carichi, seguiti da numerose truppe (bersaglieri, cavalleria e fanteria) mentre la guardia nazionale percorreva le vie adiacenti; lo scopo era mantenere sgombra la piazza e disperdere gli assembramenti.. Nonostante alcune provocazioni contro i soldati con il lancio di pietre, la folla iniziò a diradarsi..
In piazza Castello vennero disposti due squadroni (uno di allievi carabinieri) che dispersero un primo gruppo diretto contro la sede del ministero dell'interno. Un altro gruppo di manifestanti, armati con bastoni, entrò nella piazza e si diresse al ministero verso gli allievi carabinieri; dopo un breve tumulto, furono uditi due colpi di arma da fuoco, seguito da un fuoco di fila rivolto contro la popolazione. Dopo un primo momento di sorpresa, la piazza si svuotò lasciando solo morti e feriti.
Iniziarono i soccorsi; si formò anche un assembramento che lanciò pietre contro i carabinieri, che si ritirarono quindi verso la sede del Ministero..
Nella notte i bersaglieri arrestarono otto persone che avevano sottratto armi dal negozio di un armaiolo..
22 settembre Reazioni ai fatti della sera precedente Uno scambio di comunicazioni intercorse tra Vittorio Emanuele II e Marco Minghetti la mattina successiva alla prima strage.
Nella giornata si registrò qualche dimostrazione contro la tipografia della Gazzetta di Torino, ma che fu facilmente dispersa..
La sera
In serata si formarono vari assembramenti per la città che, insultando carabinieri e ufficiali di pubblica sicurezza presenti per le strade, raggiunsero piazza San Carlo.. In piazza, a difesa della questura, erano presenti carabinieri, fanteria e agenti di pubblica sicurezza senza però un coordinamento tra le diverse compagnie.. La piazza era comunque affollata e gli omnibus passavano regolarmente. La presenza dei carabinieri era causa di insulti, visto che erano accusati di aver fatto fuoco il giorno prima su inermi cittadini; la proposta dei comandanti di ritirare i carabinieri dalla piazza per evitare incidenti non fu approvata dal questore..
Un vasto assembramento schiamazzante, descritto come composto in buona parte da «avvinazzati», giunse in piazza e iniziò a imprecare contro i carabinieri presenti e a lanciare pietre contro la questura.. Il questore ordinò allora l'uscita di altre truppe, compresi allievi carabinieri, per allontanare i presenti. Mentre si procedeva alle intimazioni per far disperdere la folla, si udirono colpi d'arma da fuoco e i carabinieri fecero fuoco verso il centro della piazza, colpendo un battaglione di fanteria che la stava attraversando; agenti di pubblica sicurezza spararono a loro volta dalla porta della questura. Nella confusione successiva furono sparati numerosi colpi da varie direzioni dai militari presenti; quando infine si riuscì a far cessare il fuoco, rimasero a terra nella piazza numerosi morti e feriti..
Nella piazza, ai piedi del monumento a Emanuele Filiberto di Savoia, sono ancora oggi visibili dei segni dovuti alle pallottole.
Le vittime
I dati sui morti e feriti nei due giorni vennero raccolti dal dottor Giuseppe Rizzetti; la sua relazione fu poi pubblicata in almeno tre diverse versioni (la prima conteneva dati aggiornati al 10 ottobre,Relazione in . la seconda al 13 dello stesso meseRelazione pubblicata dalla stamperia della Gazzetta del Popolo. e la terza aggiornata a novembre.).
Nella terza versione erano indicati rispettivamente 15 morti per gli eventi del 21 settembre in piazza Castello e 47 morti per gli eventi del 22 settembre in piazza San Carlo. In totale erano indicati 138 feriti ma si stima che il numero reale fosse superiore, dato che alcuni feriti avrebbero potuto scegliere di curarsi «senza l'intervento del medico per non incorrere in sanzioni penali o per tutelare la famiglia da possibili ritorsioni»..
Tra i morti del 22 settembre sono inclusi quattro militari; ci furono feriti tra i militari in entrambe le giornate.
Le vittime vennero sepolte nel Cimitero monumentale di Torino «in un distinto quadrato di terra a tramontana».
Morti di piazza Castello
Ceresito Ernesto (anni 18), di Acqui, commesso negoziante, celibe Constantin Giovanni (23), di Prarostino (Pinerolo), negoziante, morto il 7 ottobre Dalla Lana Giulio (17), di Trento, tipografo, celibe Gandiglio Vittorio (17), di Torino, commesso di banca, celibe Gauthier Vincenzo (50), di Vercelli, segretario privato, coniugato