Vervio (Vèrv in dialetto valtellinese) è un comune italiano di abitanti della provincia di Sondrio in Lombardia. Il comune si trova tra Tirano e Bormio, lungo il fiume Adda e ai piedi del monte Masuccio (2.816 m s.l.m.). È un piccolo borgo rurale della Valtellina, caratterizzato da un paesaggio alpino di grande fascino.

Storia Mentre le origini di Vervio sono generalmente fatte risalire all'anno Mille, è importante notare che l'area era già abitata in epoca preistorica. Le incisioni rupestri, che si trovano nei dintorni di Grosio e Grosotto, confermano la frequentazione della zona in tempi antichissimi.

Il paese fu alle dipendenze feudali della famiglia di origine tirolese von Matsch o de Mazia, successivamente chiamati Venosta in quanto provenienti dalla valle omonima (val di Mazia) in alta Val Venosta, che si insediarono a Mazzo intorno al XI secolo presidiando la pieve con diverse fortificazioni: i castelli degli Amidei (Omodei) a Sernio, di S. Maria a Lovero, di Nova a Vervio, di Bellaguarda a Tovo, di Pedenale a Mazzo, la torre di Vione, i castelli di San Faustino e Castrum Novum (Castello Nuovo) a Grosio. All'inizio del XII secolo, la famiglia Venosta aveva Incrementato i suoi possedimenti, che si estendevano dalle sorgenti dell'Adda alle rive dell'Inn fino alle pendici atesine, un vasto dominio testimoniato dalla divisione dei beni di Gabardo ai figli Gabardino, Egano e Corrado del 1226, nella quale troviamo anche testimonianza della presenza delle fortificazioni nel testo: in primis turris de Pedenale et turris de Sparso et turris de Nova, que tres turris dant annuatim modios 51 blave annuatim ficti.

In una pergamena datata 1447, custodita nell’archivio del comune di Tovo, viene citato per la prima volta il comune di Vervio: i due territori confinanti, divisi dal fiume Adda, hanno negli anni raggiunto accordi, collaborazioni, ma sono stati anche protagonisti di inevitabili dispute.

In un'epoca in cui il potere ecclesiastico si intrecciava con quello feudale, il vescovo di Como, nel 1453 e con conferme fino al 1475, concesse ai comuni di Tovo e Vervio l'investitura feudale di una vasta gamma di beni: dai pascoli alpini alle rendite ecclesiastiche, dalle risorse ittiche ai proventi dei boschi, in cambio del pagamento della somma di cento ducati d'oro.

All’inizio del XVII secolo il territorio comunale, situato interamente nel versante retico della valle, era costituito dal paese di Vervio e dai villaggi di San Sebastiano, alla Scala e al Fals.

Giovanni Guler (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), nella sua famosa opera Rhaetia, descrive: «Circa mezz'ora a valle di Grossotto, non lungi dall'Adda, sta il paese di Vervio il quale, con tre villaggi situati sul monte, costituisce pure un comune: essi sono S. Sebastiano, Alla Scala, e al Fals, insieme con altri casolari, sparsi qua e là. Il signor Giacomo Venosta coi figli e coi generi possiede dovunque in questo territorio laute rendite.»

Giacomo Rinaldi, in Breve storia di Rogorbello nota introduttiva dell’archivio parrocchiale, riporta: «Il comune di Vervio, costituitosi verso la prima metà del XIV secolo, era diviso nelle due quadre del Monte (Rogorbello in alcuni documenti “Roverbello e Rovorbello”, nel significato di “rovere bello, località abbellita dalle piante di rovere”) e del Piano. Ogni quadra era costituita da contrade o nuclei abitativi che variano nel tempo e come numero e come nome. Dagli stati d’anime del 1617 risulta che le due quadre erano costituite da 16 contrade, da 124 famiglie, di cui 55 per complessive 270 persone nella quadra del Monte e 69 per complessive 336 persone nella quadra del Piano. Ma in genere le contrade sono per lo più indicate in numero di 14; nel 1671 vi sono “in quadra plani”: Oppido Vervi o Plata, Torchio, Monchiechi, Gagietti, Falsi, Nova e Sassi, mentre “in quadra montis”: Bertoli, Cà Giacomelli, Isepoli, Colda, Boscha, Martinelli e Scalota. Fra le due quadre risulta una intensa contesa per una reciproca autonomia, sia sul piano civile sia sul piano religioso.»

Don Giovanni Tuana, nel suo De rebus Vallistellinae scritto nel XVII secolo ci informa che: «La comunità di Vervio consta di centoventi famiglie, distribuite tra cinque frazioni montane e il paese che si adagia ai piedi della montagna. Tutta la località abbonda di vino, l'agricoltura è discreta, e così pure il castagneto, né i monti sono spogli di erbe e di piante; il piano è esiguo ma coltivatissimo. Ha una chiesa parrocchiale dedicata a S. Ilario, ampia e abbastanza curata in rapporto al luogo; un'altra è visibile tra le frazioni montane che sono a occidente, posta su un pendio coltivato a cereale, vasto e, per quanto la montagna lo consente, ampio e bellissimo da vedere. La zona di Vervio è chiusa da un doppio torrente, il quale scende dalle altissime giogaie che per le chiuse di Schiazzera conducono in quel di Poschiavo: e cioè il Carogna, che scorre a Vione, frazione di Mazzo, e il Saiento, che separa [Vervio] e la parte occidentale di Lovero con molteplici strapiombi di acque.»

Nel contesto del nascente Regno d'Italia, il comune di Vervio, con una popolazione di 545 anime, fu integrato nel III cantone di Tirano. Successivamente, nel 1807, la comunità di Vervio, cresciuta fino a 555 abitanti, si articolava in un mosaico di frazioni: il nucleo principale di Vervio, con la frazione di Nova (200 abitanti), e i borghi di Monciecco e Fassi (115 abitanti), Martinelli (70 abitanti), Roncale (125 abitanti) e Della Bosca (45 abitanti), testimoniando una realtà territoriale vivace e diversificata. Tuttavia, questo assetto fu temporaneo, poiché dal 1809 al 1816 Vervio fu annesso al comune di Mazzo, per poi riacquistare la sua autonomia dopo le decisioni del Congresso di Vienna.

Il territorio di Vervio è un vero e proprio scrigno di antiche contrade: nella mappa del Catasto Lombardo Veneto del 1810 troviamo indicate: Bertoli, Bosca (Della Bosca), Ca Colda (Colda), Ca Giacomelli, Ca Giacomo (Casa Giacomo), Ca Gianin (Cagianino), Ca Torchio (Casa Torchio), Falsi, Martinelli, Moncecco, Nova (Nuova), Rogorbello (Montagna di Vervio), Roncale, Scalotti, Zepoli.

Ercole Bassi, nella sua guida La Valtellina – Guida turistica illustrata stampata nel 1908 riporta: «Dall’altra parte della valle, congiunto con Tovo da una rotabile, si trova Vervio (ab. 1003 – dista da Tirano km 9 – latteria turnaria - società di assicurazione del bestiame – latteria sociale) patria del pittore sordo-muto Felice Carbonera, che fiorì nella seconda metà del XIX secolo.»

Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio del 1945, la frazione di Rogorbello fu teatro di un tragico evento, ricordato come "l'eccidio di Vervio". Sei persone, cinque partigiani della Brigata Gufi ed un civile, furono sorprese nel sonno e catturate dai fascisti delle Brigate Nere della legione "Tagliamento" a seguito di un'operazione di rastrellamento.

Così descrive l'accaduto don Felice Cantoni, stimato parroco di Rogorbello all'epoca, nel suo Chronicon della parrocchia di Rogorbello: «Le Bande Nere della Tagliamento distribuite a Mazzo e Tirano pensarono ad un’azione di rastrellamento e salirono a Rogorbello all’alba del 3 febbraio chiedendo di entrare nella casa del partigiano Quadrio Innocente, in contrada Bertoli. Casualmente, il nominato partigiano, dormiva in casa, mentre nella stalla dormivano altri suoi compagni. Fu arrestato con altri 4; dal campanile alcuni militi spararono all’impazzata con azione intimidatoria, altri diedero il fuoco casa per casa a tutta la contrada Bertoli, non permettendo neppure che si mettesse in salvo alcuna cosa. I 5 prigionieri furono frattanto chiusi in sacrestia, con le corde delle campane. Furono così messe del tutto o quasi, sulla strada, 16 famiglie. Terminata la rappresaglia locale, i militi trascinarono a Vervio i 5 prigionieri e li fucilarono, tre dietro la chiesa e due al cimitero.»

Il sesto partigiano, a causa della sua giovane età, fu trasferito a Brescia, condannato a morte e destinato a un campo di sterminio in Germania, ma riuscì a fuggire durante il trasferimento.

A destra della facciata della chiesa di Rogorbello, una lapide commemorativa rende omaggio al Senatore Ezio Vanoni, definendolo “grande convalligiano”. Grazie al suo fondamentale contributo, fu possibile realizzare, a partire dagli anni ’50, una nuova strada che permise di superare le difficoltà di accesso alla contrada, migliorando sensibilmente la vita dei suoi abitanti: questa strada lungo tempo sognata fonte essenziale di benessere e civiltà.

Successivamente, intorno agli anni '70 durante il mandato del sindaco Visini Guido, l'opera fu ulteriormente ampliata, con la prosecuzione della strada fino ai pascoli di Susen, facilitando l'accesso a questo suggestivo angolo di montagna.

Nelle ombre dei monti che separano l'Italia dalla Svizzera, tra i borghi di Vervio e Baruffini, si snoda un racconto fatto di sentieri impervi, rischi e necessità: quello del contrabbando. Un'attività che, lungi dall'essere una semplice trasgressione, ha plasmato il tessuto sociale ed economico della Valtellina per decenni.

Le radici del contrabbando affondano in tempi lontani, ma è nel XX secolo, fino agli anni '60, che il fenomeno raggiunge la sua massima espressione. La Seconda Guerra Mondiale, con la sua scia di privazioni, trasforma il contrabbando da attività illecita a necessità di sopravvivenza. Le ragioni che spingevano gli uomini e le donne di queste terre a sfidare la legge erano molteplici: la povertà, la necessità di integrare i magri guadagni dell'agricoltura, la speranza di un profitto nel mercato nero. Caffè e tabacco, beni di lusso in tempi di ristrettezze, erano tra le merci più ambite, ma durante la guerra anche generi alimentari come riso, farina e burro trovavano la via del contrabbando.

Baruffini e Roncaiola con la loro posizione di confine, erano un crocevia di traffici illeciti. I sentieri di montagna, che si snodano tra Vervio e la Svizzera, erano le vie di transito, percorse alle prime luci dell’alba, con carichi pesanti portati a spalla o con l'aiuto di animali. Il "Sentiero del Contrabbando e alla Memoria", un percorso escursionistico che ripercorre queste antiche vie, offre oggi ai visitatori uno spaccato di questa storia. Il contrabbando non era solo un'attività illegale, ma un fenomeno sociale complesso, con implicazioni economiche e culturali profonde. Fonte di sostentamento per molte famiglie, comportava rischi e pericoli, ma anche solidarietà e legami di comunità.

Simboli

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose

La chiesa di Sant'Ilario