Il conflitto arabo-israeliano (, ) è un conflitto politico-militare che vede contrapposti lo Stato di Israele da una parte e lo Stato di Palestina e gli Stati arabi circostanti dall'altra. Le radici del conflitto risiedono nella nascita del sionismo e del nazionalismo palestinese verso la fine del XIX secolo.
Il territorio geografico della Palestina, allora sotto il dominio turco-ottomano, era infatti considerato allo stesso tempo dal movimento sionista come patria storica del popolo ebraico e dal movimento nazionalista palestinese come territorio appartenente ai suoi abitanti arabi palestinesi. Il conflitto tra ebrei e arabi palestinesi nel mandato britannico della Palestina iniziò negli anni venti del Novecento. La fase principale del conflitto su larga scala tra Israele e gli Stati arabi ebbe luogo dal 1948, anno della proclamazione dello Stato di Israele, al 1973, e fu costituita da una serie di guerre arabo-israeliane: la guerra del 1948, la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973.
Accordi di pace sono stati firmati tra Israele ed Egitto nel 1979 e tra Israele e Giordania nel 1994, cosicché il conflitto si è tramutato nel corso degli anni da conflitto arabo-israeliano su larga scala a un più localizzato conflitto israelo-palestinese (anche detto questione palestinese) che ha tuttavia continuato a coinvolgere in maniera diretta anche il confinante Libano. Il conflitto è stato caratterizzato da una serie di attentati in varie aree del mondo e da guerre tra Israele e numerose organizzazioni tra cui l'OLP, Hamas e Hezbollah: la guerra del Libano del 1982, la prima (1987-1993) e la seconda intifada (2000-2005), la guerra del Libano del 2006 e ripetuti scontri nella striscia di Gaza e in Libano culminati nel conflitto Israele-Hezbollah (2023-2024) e nella guerra di Gaza (2023-).
Nonostante gli accordi di Oslo del 1993, che hanno portato al mutuo riconoscimento tra Israele e OLP, alla creazione dell'Autorità Nazionale Palestinese e al riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell'ONU nel 2012, un accordo di pace definitivo tra Israele e Palestina non è stato ancora raggiunto, mentre proseguono ad intermittenza sia le ostilità, sia i negoziati di pace.
Contestualizzazione geopolitica La zona teatro del conflitto arabo-israeliano fu per molti secoli parte integrante dell'Impero ottomano, che si caratterizzava per una politica tendenzialmente sovranazionale, in grado di garantire una discreta autonomia ai diversi gruppi etnici che lo componevano.
La zona assunse grande valore strategico (sia economico sia militare) a partire dal 1869, anno in cui fu aperto il canale di Suez, grande opera ingegneristica che avvicinava l'Oriente all'Occidente. Oltre a questo, nella prima metà del XX secolo, furono scoperti immensi giacimenti petroliferi in tutta l'area e ciò rese ancora più interessante il territorio vicino-orientale per le potenze europee che, bisognose di quell'elemento per la loro crescente industria, approfittarono dei numerosi segni di fragilità dell'Impero ottomano, nonché dell'esito del primo conflitto mondiale per colonizzare l'intera area, imponendo un'occupazione militare di fatto, atta a garantire lo sfruttamento della zona da parte delle società europee.
Pertanto i popoli arabi che vivevano nella zona, già uniti in parte dalla comune religione islamica, svilupparono una forte identità nazionale (spesso nazionalistica) in risposta all'occupazione straniera.
Identificabile come l'area compresa tra il Mar Mediterraneo ed il Mar Morto, l'Egitto e la Siria, essa ospita tra l'altro l'importantissima città di Gerusalemme, sacra per le tre religioni abramitiche, di cui ospita molti luoghi ed edifici sacri.
Come buona parte del Vicino Oriente, anche la Palestina ha testimoniato l'occupazione britannica - formalmente un mandato della Società delle Nazioni ma, in realtà, frutto degli accordi franco-britannici Sykes-Picot, rivelati dal nuovo governo sovietico all'indomani della Rivoluzione - a causa della sua rilevanza economica e strategica derivante dalla vicinanza con l'Egitto e il canale di Suez nonché con l'area siro-libanese assegnata invece in mandato alla Francia.
Le popolazioni che vivono in tale zona erano da secoli a forte maggioranza araba, ma al termine del XIX secolo e, sempre più consistentemente nei primi anni del XX secolo, fu consentito (dapprima dall'Impero ottomano e poi dalle autorità britanniche) l'insediamento di comunità ebraiche, molte delle quali guadagnate alla causa sionista. A partire dagli anni trenta del XX secolo, e ancor più dopo il termine del secondo conflitto mondiale e la tragedia dell'Olocausto, la Palestina vide fortemente alterata la sua composizione demografica, con la minoranza ebraica cresciuta dall'11,1% del totale nel 1922 al 33% nel 1947,. grazie all'acquisto di terreni reso possibile dai fondi concessi ai profughi ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista.
Nel 1948, a seguito di un'apposita risoluzione delle Nazioni Unite, su tali terre fu dichiarato lo Stato di Israele, con un primo esodo arabo-palestinese verso le nazioni limitrofe, fortemente incrementato in seguito alla sconfitta patita nel primo conflitto arabo-israeliano, scatenato l'indomani della dichiarazione d'indipendenza israeliana dagli Stati arabi dell'Egitto, della Siria, del Libano, della Transgiordania e dell'Iraq.
Gli albori del problema israelo-palestinese
Sul finire del XIX secolo il territorio storico-geografico della Palestina, facente parte dell'Impero ottomano, non costituiva una suddivisione amministrativa ufficiale dell'impero (com'era stato fino all'XI secolo sotto il Califfato abbaside), ma era diviso tra diverse altre suddivisioni amministrative. La macro-regione estesa dal Mar Mediterraneo all'odierno Iraq era nota come Levante o Grande Siria (in arabo, Bilād al-Shām), e la sua porzione meridionale comprendeva il territorio generalmente noto come Palestina. Questo era diviso tra il sangiaccato di Gerusalemme a sud (da Rafah a Giaffa) e la porzione meridionale del vilayet di Beirut a nord (i sangiaccati di Nablus e di Acri). I territori a est del fiume Giordano, talvolta considerati parte della Palestina, erano compresi invece nella porzione meridionale del vilayet di Siria.. Già nel 1887, Gerusalemme aveva ottenuto una forma di autonomia dall'Impero ottomano, a dimostrazione della sua politica sovraetnica e sovraculturale.
Intorno alla metà del secolo si era però messo in moto il progetto sionista mirante a stabilire uno stato nazionale ebraico che riunisse le comunità ebraiche sparse nella diaspora, vittime di innumerevoli persecuzioni. Nella visione sionista il progetto mirava a rifondare la nazione ebraica nella "terra promessa", citata dalla Bibbia, dalla quale il popolo degli Israeliti era fuggito, a seguito della distruzione di Gerusalemme da parte del generale romano (e futuro Imperatore romano) Tito.
Tale progetto venne per la prima volta definito Sionismo nel 1890, dal nome del colle Sion, dove sorgeva la Rocca di David, metafora del nuovo Stato ebraico. Principale esponente e promotore di tale iniziativa fu Theodor Herzl che, allo scopo di creare un "rifugio" per tutti gli ebrei del mondo, avviò un'intensa attività diplomatica al fine di trovare appoggi finanziari e politici a quell'arduo progetto. Inizialmente come possibile sede di tale Stato fu presa in considerazione anche la vasta e spopolata pampa argentina e, più tardi, il Mau Plateau (attuale Kenya), che però non rispondevano al forte desiderio religioso dell'ebraismo di tornare ad avere una propria nazione: per alcuni, questo luogo doveva necessariamente coincidere con i luoghi santi dell'ebraismo, lasciati ormai da diversi secoli (anche i nazisti, seppur per motivi razziali, pensarono inizialmente a un'operazione di trasferimento in una terra lontana: il Madagascar, così come i sovietici avevano creato la remota oblast' autonoma ebraica del Birobidžan per insediarvi i loro concittadini israeliti).
Nell'ambito di questa volontà, parte del movimento sionista (soprattutto il sionismo cristiano), per giustificare l'esistenza di un futuro Stato ebraico in loco, sovente si rifaceva allo slogan A Land Without People for a People Without Land ("Una terra senza popolo per un popolo senza terra"), frase coniata nella metà del XIX secolo da Lord Anthony Ashley Cooper, settimo Conte di Shaftesbury (politico britannico dell'era vittoriana), che venne però spesso interpretata non nell'accezione originale (secondo cui la Palestina, sotto il dominio ottomano, non aveva nessuna popolazione che mostrasse aspirazioni nazionali specifiche), ma come la negazione della presenza di una significativa popolazione preesistente all'arrivo dei primi immigrati ebrei.Adam M. Garfinkle, (ottobre 1991), "On the Origin, Meaning, Use and Abuse of a Phrase", Middle Eastern Studies 27 (4)È da notare che spesso e ancora oggi le fonti filo-israeliane che sostengono questa tesi, nel citare la dichiarazione Balfour, riportano solo la prima parte, relativa al focolare nazionale promesso agli ebrei, ma omettono la seconda, relativa al fatto che dovevano essere tutelati i diritti civili e religiosi della popolazione preesistente, che ovviamente dimostra l'esistenza di quest'ultima.
Grazie all'appoggio dei britannici (che vedevano di buon occhio la possibilità di insediamenti nella zona di popolazioni provenienti dall'Europa) e alla grande disponibilità economica di cui godevano alcuni settori delle comunità ebraiche della diaspora, Herzl organizzò il primo convegno sionista mondiale a Basilea nel 1897 e in esso furono poste le basi per la graduale penetrazione ebraica in Palestina, grazie all'acquisto da parte dell'Agenzia ebraica di terreni da assegnare a coloni ebrei originari dell'Europa e della Russia, per poter poi conseguire la necessaria maggioranza demografica e il sostanziale controllo dell'economia che potessero giustificare la rivendicazione del diritto a dar vita a un'entità statale ebraica.
A partire dall'inizio del Novecento la popolazione arabo-palestinese, sentendosi minacciata dalla crescente immigrazione ebraica, dette vita di conseguenza a movimenti nazionalistici che miravano a stroncare sul nascere quella che era considerata una vera e propria minaccia d'origine straniera.
La situazione si protrasse così, tra momenti di tensione e di distensione tra le due fazioni, fino al primo conflitto mondiale e alla conseguente caduta dell'Impero ottomano.
La prima guerra mondiale e il mandato britannico