LUnited States Special Operations Command (abbreviato US SOCOM, traducibile in italiano come Comando delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti) è lUnified Combatant Command (comando combattente unificato) incaricato di gestire le varie forze e operazioni speciali condotte dall'esercito, dall'aeronautica, dalla marina o dal Corpo dei Marines degli Stati Uniti; il comando è controllato dal Dipartimento della difesa ed ha sede presso la MacDill Air Force Base di Tampa, Florida.

L'idea di un comando unificato per le operazioni speciali ebbe origine a seguito dell'operazione Eagle Claw, il disastroso tentativo di salvataggio degli ostaggi all'ambasciata statunitense in Iran nel 1980. L'indagine che ne seguì evidenziò la mancanza di "comando e controllo" e "coordinamento interservizi" come fattori principali nel fallimento della missione.

Fin dalla sua attivazione, avvenuta il 16 aprile 1987, l'USSOCOM ha partecipato a molte operazioni, dall'invasione statunitense di Panama del 1989 a quelle in corso nell'ambito della guerra al terrorismo, conducendo numerose missioni segrete, in aree di guerra o meno, antiterrorismo, antidroga, non convenzionali, di controguerriglia, ricognizioni speciali, di guerra psicologica e azioni dirette.

Storia Genesi La fallimentare operazione Eagle Claw del 1980 organizzata per liberare gli ostaggi detenuti nell'ambasciata statunitense a Teheran rese evidente la necessità, all'interno del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, di una riforma delle forze per operazioni speciali (Special Operations Forces – SOF), fino a quel momento gestite in maniera separata da ciascuna forza armata. Il generale Edward C. Meyer, l'allora capo di stato maggiore dell'esercito (United States Army), supportò la ristrutturazione delle forze speciali e,. sebbene non riuscì nell'intento di creare un centro di comando congiunto, nel 1982 diede vita al 1st Special Operations Command (1º comando delle forze speciali), primo passo verso il consolidamento delle SOF dell'esercito.

Nel 1983 stava crescendo nel Congresso la consapevolezza di dover attuare riforme militari. A giugno prese il via un biennio di studi sulla struttura del Dipartimento della difesa, incluse le SOF. Le preoccupazioni del Campidoglio portarono alla creazione, il 1º gennaio del 1984, della Joint Special Operations Agency (agenzia congiunta per le operazioni speciali) che, tuttavia, non aveva autorità né operativa né di comando su qualsiasi voglia SOF.. Il suo contributo fu quindi insufficiente. Oltretutto, in realtà c'erano pochi sostenitori delle riforme delle SOF all'interno del Dipartimento della Difesa: due di questi erano Noel Koch, Principal Deputy Assistant del segretario della difesa per gli affari di sicurezza internazionale, e il suo vice, Lynn Rylander. Stessa cosa al Campidoglio, dove i sostenitori includevano i senatori Sam Nunn e William Cohen, entrambi membri della commissione per i servizi armati, e il rappresentante Dan Daniel, presidente della sottocommissione alla preparazione dei servizi armati della Camera dei rappresentanti. Daniel era convinto che non c'era interesse nellestablishment militare per le operazioni speciali, che invece, a suo parere, erano sottopotenziate e afflitte da un grave problema di struttura di comando. Proprio riguardo al comando, anche il senatore Cohen era convinto che fosse impellente una sua ristrutturazione per adeguarlo ai conflitti a bassa intensità che si stavano prospettando come scenario operativo standard per il futuro.

Nel 1985 la commissione per i servizi armati del Senato pubblicò il risultato degli studi iniziati nel 1983. Il documento, intitolato Defense Organization: The Need For Change e redatto principalmente da James R. Locher III, esaminava l'andamento passato delle operazioni speciali e faceva previsioni sugli scenari operativi futuri, rivelandosi fondamentale per il Goldwater–Nichols Act del 1986 che riorganizzò la difesa statunitense.. Per la primavera dello stesso anno i difensori delle SOF avevano avanzato progetti di riforma in entrambi i rami del Congresso (Senato e Camera dei rappresentanti); in particolare il 15 maggio il senatore Cohen, supportato da altri colleghi tra cui Nunn, propose una riforma che istituisse un'organizzazione comune tra le varie forze armate per le SOF e un ufficio dedicato al Dipartimento della Difesa. La proposta del rappresentante Daniel invece andava oltre, auspicando un'agenzia nazionale per le operazioni speciali guidata da un civile, che avrebbe scavalcato il Joint Chiefs of Staff (stato maggiore congiunto) riportando direttamente al segretario della difesa.

L'opposizione all'interno del Pentagono aveva il suo membro più influente nel capo dello stato maggiore congiunto, ammiraglio William J. Crowe: egli avanzò l'alternativa di istituire un nuovo comando per le SOF guidato da un generale a tre stelle, discostandosi quindi dal Congresso che chiedeva invece, per dare più autorità all'eventuale nuovo istituto, un generale a quattro stelle. Anche alcuni ex militari si schierarono in favore delle riforme. Secondo la maggior parte delle testimonianze, la motivazione più convincente a cambiare arrivò dal maggior generale dell'esercito in pensione Richard Scholtes (che collaborò con i senatori alla stesura delle proposte), nel 1983 a capo della "speciale task force congiunta" durante l'invasione dell'isola di Grenada: nel 1984 egli spiegò che durante l'operazione i comandanti "convenzionali" sul campo abusarono delle forze speciali e delle loro capacità, impedendogli di mettere in pratica tutto il loro, unico, potenziale, il che ebbe la diretta conseguenza di provocare perdite evitabili tra le SOF.

Le due proposte vennero approvate e passarono ad una commissione con l'obiettivo di farne un testo unico. Il compromesso che ne derivò prevedeva uno Unified Combatant Command (comando unificato combattente) per tutte le SOF guidato da un generale a quattro stelle, un assistente segretario per le operazioni speciali e i conflitti a bassa intensità (Assistant Secretary of Defense for Special Operations and Low-Intensity Conflict – ASD (SO/LIC)), un'autorità di coordinamento per i conflitti a bassa intensità all'interno del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d'America e un nuovo Major Force Program (MFP-11) per le SOF (il cosiddetto "SOF checkbook"). Il testo emendò il Goldwater–Nichols Act e venne tramutato in legge nell'ottobre 1986; è talvolta definito anche come Nunn-Cohen Act. La sua messa in pratica spettava ora al Dipartimento della Difesa, per il cui scopo arrivarono dal Congresso altre due aggiunte. Un singolo comando per tutte le SOF avrebbe promosso la cooperazione tra le forze armate, e il generale a quattro stelle messo al suo vertice avrebbe potuto, assieme all'assistente al segretario della difesa, avere una voce nelle riunioni del Dipartimento della Difesa. Una volta messo in pratica, l'MFP-11 avrebbe garantito alle SOF piena autonomia sulle proprie risorse e, quindi, maggiori possibilità di modernizzarsi.

Il Dipartimento della Difesa, comunque, attuò le nuove disposizioni con lentezza e non senza difficoltà. Uno dei primi problemi fu ad esempio la nomina per l'ASD (SO/LIC); il Congresso aumentò anche il numero di "assistenti segretari" del Dipartimento della Difesa da undici a dodici, ma il dipartimento non colmò la posizione vacante. Nel dicembre 1987, in attesa di un nome da approvare al Senato, il Congresso nominò il segretario dell'esercito John Otho Marsh, Jr. ASD (SO/LIC) ad interim. La situazione rimase tale fino al 1989, quando l'ex ambasciatore in Thailandia Charles S. Whitehouse divenne il primo ASD (SO/LIC).

Un modo veloce per porre le basi a un nuovo comando unificato era quello di abolirne un altro e prenderne le strutture. Il 23 gennaio 1987 il Joint Chiefs of Staff raccomandò al segretario della difesa di sciogliere il Readiness Command, dallo scopo confuso e poco utile nell'era post Goldwater-Nichols, e passarne le strutture al futuro comando unificato delle forze speciali, di cui il presidente Ronald Reagan approvò ufficialmente la creazione il 13 aprile seguente. Tre giorni dopo, il 16 aprile, il Dipartimento della Difesa attivò l'United States Special Operations Command (USSOCOM), indicandone il capo nella figura del generale James J. Lindsay, comandante dell'ormai disciolto Readiness Command. Il Senato approvò senza riserve.

Earnest Will: la prima operazione dell'USSOCOM

La prima operazione tattica in cui fu coinvolto l'USSOCOM fu l'operazione Earnest Will nel Golfo Persico, iniziata nel luglio 1987 per proteggere le petroliere neutrali durante la guerra Iran-Iraq. L'USSOCOM entrò in gioco in settembre con unità Navy SEAL (le forze speciali della marina), Special Boat Team (SBT) e con il 160th Special Operations Aviation Regiment (soprannominato "Night Stalkers"). Il Kuwait, danneggiato dagli attacchi iraniani condotti con piccole imbarcazioni, nel dicembre 1986 chiese agli USA di registrare come proprie undici petroliere kuwaitiane, in modo tale da avere un motivo legale per proteggere le navi stesse. Il 10 marzo 1987 il presidente Reagan accettò, nella speranza di interrompere gli attacchi iraniani, cosa che tuttavia non avvenne. Verso la fine di luglio il contrammiraglio Harold J. Bernsen, comandante della Middle East Force, richiese l'intervento dell'USSOCOM, che in agosto inviò due polotoni di SEAL e sei pattugliatori degli SBT. A supporto delle operazioni la marina convertì due petroliere in basi marine mobili, che in seguito si rivelarono molto utili nel respingere o prevenire le azioni iraniane nel Golfo Persico settentrionale.

Il 21 settembre gli elicotteri MH-60 e MH-6 Little Bird decollarono dalla fregata per rintracciare una nave iraniana chiamata Iran Ajr. I "Night Stalkers" osservarono l'imbarcazione spegnere le luci di bordo e rilasciare mine navali, fermandola con razzi e mitragliatrici dopo aver ricevuto il permesso di agire. L'equipaggio dell'Iran Ajr continuò però a rilasciare le mine dalle fiancate, obbligando gli elicotteri statunitensi a riaprire il fuoco fino a quando tutto l'equipaggio non abbandonò la nave. Alle prime luci dell'alba alcuni SEAL abbordarono il natante iraniano scovando sul ponte nove mine ancora intatte e un diario in cui erano contrassegnate le acque internazionali già minate.

In pochi giorni le forze speciali erano riuscite a stabilire il modus operandi iraniano, che consisteva nell'attendere di giorno nelle acque iraniane, presso le piattaforme petrolifere, e uscire di notte in direzione di un'importante boa di riferimento per la navigazione nel Golfo. Subito vennero allertati due pattugliatori e tre Little Bird, arrivati per primi alla boa, dove vennero fatti oggetti di colpi d'arma da fuoco da tre barche iraniane, tutte affondate dopo un breve ma intenso scontro a fuoco. La risposta iraniana non si fece attendere: tre giorni dopo l'accaduto, verso la metà di ottobre, un missile antinave HY-2 Haiying colpì la petroliera Sea Isle City vicino ad una piattaforma petrolifera al largo di Madinat al-Kuwait, causando diciotto feriti tra l'equipaggio statunitense. Per tutta risposta gli USA mobilitarono quattro cacciatorpediniere che cannoneggiarono due piattaforme petrolifere iraniane (operazione Nimble Archer). Una di queste piattaforme venne poi minata e fatta saltare da un plotone di SEAL e da un'unità addetta alle demolizioni; i SEAL assaltarono anche una terza piattaforma dove prelevarono documenti e radio.