Lo stato sociale italiano (o del welfare o del benessere) è l’insieme delle politiche pubbliche che proteggono i cittadini nei confronti di bisogni e rischi quali la nascita, la malattia, la vecchiaia, gli infortuni, la disabilità, la disoccupazione, ovvero l’insieme delle politiche sociali.

Il ruolo dello stato nel sociale in realtà è cambiato nel corso della storia ed il concetto di stato sociale è emerso nel XX secolo. Partendo dalle prime politiche sociali di ispirazione caritatevole (Opera pia), a partire dagli anni 1920 lo stato ha acquisito un ruolo sempre più centrale nel gestire le tutele pubbliche, attraverso servizi di assistenza, assicurazioni e misure di sicurezza sociale. Il perimetro delle politiche sociali è mutato nel corso dei decenni in conseguenza di cambiamenti economici e sociali, della crescita di attesa di tutele pubbliche, di una definizione sempre più allargata dei diritti sociali, e di cambiamenti dell'uso delle risorse finanziarie pubbliche e della contribuzione finanziaria dei cittadini.

Storia Lo stato sociale italiano è stato fondato tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. La sua crescita ed evoluzione è stata grossomodo parallela a quella avvenuta in altri paesi europei, sebbene i paesi abbiano mostrato importanti differenze riguardo ai modelli adottati e alla velocità di diffusione delle tutele sociali. Si possono distinguere indicativamente cinque fasi storiche: (I) la fondazione (dall'unità d’Italia all'avvento del fascismo); (II) la consolidazione durante l’epoca fascista; (III) la fase di espansione, dal dopoguerra fino alla metà degli anni 1970; (IV) la fase di crisi insorta tra gli anni 1970-1980; (V) la ricerca di sostenibilità fiscale e aggiustamento a partire dagli anni 1990..

Fondazione (1861-1921)

Il Regno d’Italia cominciò a sviluppare politiche sociali dagli anni 1880: esse furono stimolate da crescenti attese di apertura politica, sviluppo economico e protezione sociale; dalla crescita dei movimenti operai; e dalla crisi economica di fine secolo. Nel 1883 furono introdotte le prime assicurazioni sociali volontarie contro gli infortuni; nel 1898 divennero obbligatorie. Nel 1890 un'importante riforma cominciò a estendere il controllo statale sulle strutture di assistenza sociale (Opere Pie)..

La Prima guerra mondiale scatenò forti tensioni sociali. Nel primo dopoguerra si lanciarono riforme importanti: nel 1919 venne istituito il sistema della pensione statale con la costituzione della Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali e venne pure fondata l‘assicurazione pubblica contro la disoccupazione.

Le riforme furono innovatrici ma frammentarie. L’efficacia delle politiche rimase limitata dalla conflittualità politica, dalle ridotte risorse finanziarie e dalla debolezza della classe politica nello sviluppare una visione sociale adeguata alle profonde fratture e tensioni di quegli anni.

Consolidamento (1922-1943)

Il regime fascista sviluppò ulteriormente il sistema di leggi e le istituzioni delle politiche sociali introdotte nei decenni precedenti: globalmente estese l'intervento sociale dello stato, ampliò un numero di tutele pubbliche e riorganizzò e rafforzò le istituzioni statali chiamate ad operarle. Diede un forte indirizzo statalista e centralista alle politiche sociali, attraverso i grandi enti gestori: l’Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, e Istituto Nazionale Fascista per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro. Si introdussero gli assegni familiari. Al contrario degli altri settori previdenziali, il settore sanitario rimase fortemente frammentato.

Le politiche sociali furono uno strumento di controllo sociale: fornivano benefici il cui accesso era largamente controllato dal partito unico. Il rafforzamento dello stato sociale fu anche una strategia economica fondamentale dello stato totalitario fascista: esso voleva assorbire tutti gli aspetti della vita individuale e sociale nel sistema statale e dittatoriale, per produrre unità nazionale e crescita economica, strumenti della più ampia politica di grandezza e di conquista. Le riforme consolidarono anche il carattere fondamentalmente occupazionale della sicurezza sociale italiana (cioè il fatto che le tutele non erano legate al riconoscimento di diritti universali, ma alle attività lavorative); la sua frammentazione in numerose categorie; e la diffusione di pratiche clientelari...

Espansione (1944-1975) Sin dal 1944 si tentò di trasformare il sistema di tutele in direzione universalista. L'elaborazione dei diritti sociali eventualmente sanciti nella Carta Costituzionale si accompagnò ai lavori della Commissione D'Aragona sulle riforme sociali. Tuttavia, la riforma non si affermò e non si superò l’impianto basato sulle mutue. La priorità politica era allargare i benefici delle pensioni, poiché le pensioni di vecchiaia prodotte dal sistema precedente erano bassissime; e mitigare l’impatto della dilagante disoccupazione: vennero usate a questo scopo l’allargamento degli assegni familiari e delle pensioni di invalidità..

Negli anni 1950 si ampliarono le categorie soggette alla assicurazione di vecchiaia obbligatoria, all'assicurazione sanitaria e a quella anti-infortunistica.. Negli anni 1960 si mancò nuovamente una riforma organica delle tutele, ma continuò l’estensione delle coperture assicurative pubbliche e dell’assistenza sanitaria a nuove categorie occupazionali; si diede impulso all’ edilizia sociale; e fu fondata la pensione sociale..

Il boom economico, trasformazioni e contestazioni sociali posero le tutele sociali sempre più al centro dell’attenzione pubblica e della politica. Le attese si allargarono a nuovi diritti sociali, che toccavano la famiglia, il divorzio, l’aborto. Tra la fine degli anni 1960 e i primi anni 1970 furono introdotte importanti riforme, anche se le forze politiche e quelle sociali faticarono a produrre una riforma organica che affrontasse gli squilibri emergenti. Nel 1968 una legge di riordino del sistema ospedaliero superò definitivamente il sistema delle Opere Pie e assegnò agli ospedali funzioni di prevenzione e riabilitazione oltre alla classica funzione curativa. Furono introdotti gli ammortizzatori sociali. Venne varata una riforma delle pensioni in direzione universalista e successivamente ne vennero aumentate le prestazioni, stabilendo un processo che avrebbe generato forti squilibri finanziari con l’andare del tempo. Nel 1970 nacquero le Regioni, a cui vennero trasferite responsabilità nell'amministrazione sanitaria e nella formazione professionale..

Crisi (1975-1990)

All'inizio degli anni 1970 insorse un periodo di stagnazione economica ed inflazione. La spesa pubblica, e in particolar modo quella per il welfare, era molto cresciuta nel periodo precedente. Si rafforzarono cambiamenti sociali quali l’invecchiamento della popolazione, l’attesa di nuovi diritti sociali e l’aumento del settore terziario. Questi fattori misero in crisi le politiche ed idee precedenti sullo stato sociale. Le riforme sociali inclusero riforme del diritto della famiglia (il referendum sul divorzio, la parità tra i coniugi); la legge sui consultori familiari (che sostituirono l’Opera nazionale per la maternità e infanzia); la creazione di assistenza per le tossicodipendenze; la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza; l’inserimento scolastico dei portatori di handicap; la riforma del trattamento sanitario delle malattie mentali..

Nel 1978 fu fondato il Servizio Sanitario Nazionale: lo stato mantenne funzioni di indirizzo e controllo e delegò cura e prevenzione alle Unità Sanitarie Locali. Questa riforma in chiave fortemente universalista superò l’impianto ereditato dall'epoca liberale e fascista basato su casse mutua ed assicurazioni.

Mentre le tutele crescevano e l’amministrazione sanitaria veniva decentralizzata, le condizioni economiche imposero un restringimento dei benefici. Tra la fine degli anni 1970 e gli anni 1980 furono introdotti limiti all'indicizzazione delle pensioni e le prime restrizioni sulle pensioni anticipate; il blocco del turn over del personale della sanità e dell’istruzione; il co-pagamento delle spese farmaceutiche; e restrizioni sugli assegni familiari e le pensioni di invalidità. Riforme più organiche toccarono la gestione delle USL, ma non riuscirono a razionalizzare il complesso delle tutele sociali. Nel 1990 la spesa sociale ammontava a quasi un quarto del PIL..

Riforma (dagli anni 1990 ad oggi) Dal 1990 si sono rafforzati cambiamenti sociali quali l’invecchiamento della popolazione, il maggiore impiego delle donne, e la diminuzione della natalità. L’economia si è profondamente trasformata a causa della globalizzazione e di cambiamenti economici e strutturali: il settore terziario è diventato centrale, molti lavori si sono precarizzati e molti settori produttivi sono diventati più sofisticati ed integrati. La crescita economica si è ridotta e il debito pubblico è aumentato vertiginosamente. Queste trasformazioni hanno modificato la domanda di servizi e tutele sociali, adattati a nuove sacche di fragilità sociale, una disoccupazione persistente, e nuove esigenze familiari..

Lo stato sociale italiano ha fatto particolarmente fatica ad adattarsi, perché è fortemente sbilanciato verso il rischio di vecchiaia e irrigidito da meccanismi di spesa di lenta e difficile modificazione. I differenti settori dello stato sociale sono stati oggetto di numerose riforme per razionalizzare gli squilibri delle tutele di fronte alle nuove esigenze e per assicurare la sostenibilità finanziaria. Le riforme hanno cercato da un lato di ridurre la spesa pensionistica e dall'altro di espandere le politiche di assistenza sociale.

Politiche sociali attuali

Finanziamento e gestione della sicurezza sociale Lo stato sociale italiano è finanziato sia dal fisco sia dai contributi di lavoratori e datori di lavoro. EnteAssicurati e finanziamentoServizio Sanitario Nazionale (SSN)Tassazione dei residenti in Italia e pagamento dei ticket per farmaci e prestazioni sanitarie tramite le Regioni attraverso le Aziende Sanitarie Locali (ASL).Istituto Nazionale della Previdenza SocialeContribuzione per gli schemi assicurativi di

dipendenti del settore privato iscritti al Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti (FPLD), compresi dipendenti agricoli, i soci di cooperativa e gli apprendisti; dipendenti pubblici; lavoratori autonomi (commercianti, artigiani, mezzadri, coltivatori diretti e coloni) iscritti alle relative gestioni speciali; lavoratori parasubordinati (collaboratori coordinati e continuativi, collaboratori occasionali, venditori porta a porta, professionisti senza cassa, lavoratori autonomi occasionali) iscritti alla gestione separata. fondi e gestioni speciali per clero, personale di volo dell’aviazione civile, minatori.Casse di previdenza di diritto privatoSchemi assicurativi ed assistenziali di categoria dei liberi professionistiIstituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL)Contribuzione dei datori di lavoro, per i rischi di infortuni, morte sul lavoro, e malattie professionali.

Ambiti di intervento e tutele Politiche pensionistiche