Lex ospedale psichiatrico di Volterra era un'istituzione per il ricovero di malati mentali. Nacque nel 1887, anno in cui il cavaliere Aurelio Caioli divenne presidente della Congregazione di carità di Volterra. La sede dell'Ospedale corrispondeva e corrisponde tuttora alla zona Borgo San Lazzero.
Dal 1978, in seguito alla legge n. 180, l'ospedale è in stato di abbandono.
Storia Nascita dell'ospedale L'ospedale psichiatrico di Volterra nasce in seguito all'istituzione di un ospizio di mendicità per i poveri del comune, riconosciuto ente morale il 5 giugno 1884.
In quel tempo la provincia di Pisa mandava circa 500 malati di mente all'ospedale di San Niccolò di Siena. Per diminuire il numero dei ricoverati, la direzione dell'ospedale di San Niccolò aumentò la retta giornaliera a 1,50 lire. Il prefetto di Pisa Sensales si adoperò per farla ridurre, ma inutilmente; si rivolse quindi agli enti locali di ricovero della provincia, offrendo la retta di una lira.
Aurelio Caioli, divenuto nel 1887 presidente della Congregazione di carità di Volterra, accettò l'offerta e fece una convenzione con la provincia con conseguente trasferimento dei primi trenta malati di mente da Siena a San Girolamo (originaria sede della prima sezione dementi).Lino Delle Piane P., Com'è sorto l'ospedale psichiatrico, 1964
Nel 1889 Caioli trasferì la sezione anziani dal convento di S. Girolamo all'attuale ospizio di Santa Chiara, perché i ricoverati nella sezione dementi aumentavano di anno in anno. Nel 1890 la Congregazione dovette affittare la villa di Papignano, nelle vicinanze del convento, per ospitarli. Nel 1897 la sezione dementi divenne ufficialmente «Asilo Dementi». In quell'anno i ricoverati erano saliti a 75.
Già nel 1896 Caioli aveva incaricato l'ingegner Filippo Allegri di predisporre il progetto per un vero e proprio manicomio, pensando ad un istituto convenzionato non solo con la provincia di Pisa ma anche con quelle limitrofe. Tra il 1896 e il 1897 fece costruire un padiglione capace di oltre 200 posti letto: si tratta del «Krafft-Ebing», successivamente denominato «Scabia». La nuova struttura permise l'aumento della popolazione dell'Asilo Dementi: dai 130 del 1898 ai 282 del 1900. Ma l'anno seguente le presenze diminuirono a 156 a causa del mancato accordo con l'Amministrazione pisana che riteneva inopportuno costruire il manicomio lontano dal capoluogo e dalla sede dell'Università. L'opposizione pisana fu dettata inoltre anche dalla volontà di far nascere un manicomio nella Certosa di Calci, certamente più vicina al capoluogo. Ciò indusse l'allora direttore dell'Asilo Dementi, A. Giannelli, psichiatra romano, a rinunciare all'incarico.
La direzione di Luigi Scabia (aprile 1900 - maggio 1934) Nell'aprile del 1900 la Congregazione di carità decise di affidare l'incarico di psichiatra presso l'Asilo dementi, per internato, a Luigi Scabia, che inoltre fu nominato per concorso, sempre nello stesso mese, Direttore dell'Asilo Dementi di Volterra. Scabia cercò subito di stipulare nuove convenzioni ed avviò trattative con la provincia di Porto Maurizio (oggi Imperia) per trasferire i malati di questa provincia dal manicomio di Como dove erano custoditi a quello di Volterra; l'accordo, grazie alle favorevoli condizioni economiche offerte dall'amministrazione, andò in porto e nel 1902 i malati furono trasferiti da Como a Volterra con un treno speciale.
Scabia strinse contatti con molte Amministrazioni provinciali per ottenere la custodia di ammalati provenienti dalle varie parti d'Italia e questo permise l'ampliamento del complesso ospedaliero. Dal 1902 al 1910 circa il 22% delle ammissioni proveniva da Porto Maurizio. Nel 1931 i malati provenivano dalle province di Pisa, Livorno, La Spezia, Savona, Imperia e dalle province di Viterbo, Nuoro, Rieti e in parte anche dalla provincia di Roma. Le presenze medie giornaliere passarono dalle 150 del 1900 alle 750 del 1910, per arrivare alle 2621 nel 1930 e al loro massimo di 4794 nel 1939.
L'aumento dei ricoverati rese necessaria la costruzione di nuovi padiglioni per accoglierli. I terreni su cui dovevano essere costruiti i padiglioni dovevano rispondere alle esigenze di illuminazione ed aerazione che prevedevano le terapie sostenute da Scabia. La dislocazione degli edifici era dovuta alla necessità di evitare la simmetria, per far apparire tutto come un villaggio; questa soluzione comportò la costruzione anche di strade interne, necessarie per collegare i padiglioni fra loro. Queste strade sono tuttora in uso sebbene non fossero progettate per essere percorse dalle auto. Tra il 1902 e il 1909 Scabia incaricò l'ingegnere Filippo Allegri di redigere un piano di sviluppo edilizio. I padiglioni venivano battezzati con i nomi dei più celebri studiosi e alienisti del tempo e tutt'oggi sono conosciuti con questi nomi: vennero costruiti padiglioni moderni e funzionali (ad esempio Verga, oggi sede del poliambulatorio dell'ospedale civile); vennero ricostruiti alcuni edifici, tra cui la villa Falconcini trasformandola in padiglione Kraepelin; venne ampliato il padiglione Krafft-Ebing, costruito nel 1896, successivamente intitolato a Luigi Scabia; dal 1926 al 1935 vennero portati a termine i padiglioni Charcot e Ferri. Inoltre il Manicomio era dotato di un proprio acquedotto. Nel 1901 venne installato un impianto di illuminazione a gas di benzina, con generatore di gas interno all'istituto, sostituito nel 1910 dall'energia elettrica; si avevano infine fognature, arredi urbani, rotonde, giardinetti.Giani E., Le origini e l'evoluzione nel tempo dell'ospedale psichiatrico di Volterra I risultati ottenuti nei primi dieci anni di lavoro furono descritti dallo stesso Scabia nella pubblicazione Il frenocomio di San Girolamo in Volterra del 1910, la cui prefazione, stesa dall'allora presidente della Congregazione di Carità Avv. Giulio Bianchi, testimonia dello spirito di collaborazione esistente tra la direzione amministrativa e quella sanitaria, premessa indispensabile per lo sviluppo dell'istituto.
Nel maggio 1934, in seguito alla modifica dello statuto interno dell'istituto per abbassare l'età di pensionamento da settanta a sessant'anni, Scabia venne messo d'autorità in pensione e sfrattato dalla villa di S. Lazzero, da sempre residenza del direttore dell'Ospedale Psichiatrico. Dopo pochi mesi, il 20 ottobre 1934 Scabia morì in seguito ad una crisi cardiaca all'interno di una camera dell'albergo Etruria nel centro di Volterra.
L'ergoterapia e il no-restraint Scabia contribuì in modo originale alle pratiche di ergoterapia e no-restraint. L'ergoterapia, ossia terapia del lavoro, prevedeva lo svolgimento di un'attività pratica da parte del malato in vista della guarigione o per lo meno di una stabilizzazione della malattia. La terapia del no-restraint prevedeva la limitazione (non l'abolizione) dei mezzi di contenzione fisica del malato.
Scabia voleva sviluppare il concetto di villaggio autonomo, dove l'ammalato non doveva sentirsi rinchiuso fra quattro mura, ma come in famiglia, libero di girare nei pressi dell'ospedale e nella campagna circostante. Per fare ciò Scabia fece costruire all'interno dell'ospedale una falegnameria, un panificio, una lavanderia, un'officina elettrica, una calzoleria, botteghe di stagni e fabbri, vetrai, addirittura una fornace per la fabbricazione dei mattoni da utilizzare nei padiglioni da costruire.
Vi erano inoltre due colonie agricole gestite da due famiglie di coloni nelle quali lavoravano i malati e che provvedevano a rifornire, anche se non per l'intero fabbisogno, i magazzini dell'Ospedale Psichiatrico; allo stesso scopo servivano gli allevamenti di oche e conigli del manicomio.
Nel 1933 venne addirittura istituita una moneta ad uso esclusivo dei ricoverati lavoratori per gli acquisti presso l'Ospedale psichiatrico; 70.988 esemplari incisi da Marinelli furono coniati dalla Casa di B.Cellini in Firenze. Per un certo periodo funzionò anche un autonomo ufficio postale.
Gli ammalati venivano impiegati nei lavori edili, nei lavori agricoli, nelle officine, nella lavanderia, nella cucina, negli scavi in terreno archeologico. Secondo Scabia, anche la ricreazione aveva una funzione importante: egli organizzava quindi quello che alcuni giornalisti italiani e stranieri chiamavano il «Carnevale dei pazzi», che consisteva in feste da ballo e recite a cui prendevano parte malati, infermieri e personale sanitario, così che il malato potesse scaricare in attività estroverse le sue anomalie psichiche.
L'ergoterapia aveva alimentato un'attività di notevole consistenza sul piano economico e produttivo. Questo però non era privo di ambiguità: rischiava di tradursi in uno sfruttamento sistematico della forza lavoro fornita dai ricoverati. Non a caso una delle critiche spesso rivolte a Scabia era la spregiudicatezza e una sorta di imprenditorialità dell'assistenza psichiatrica.
È lo stesso Scabia, in uno scritto del 1933La terapia del lavoro nello Spedale Psichiatrico di Volterra, 1933, a descriverci le linee-guida della terapia del lavoro e i suoi risultati. Per Scabia «…se il lavoro è elevazione morale, questa è tanto maggiore quando il malato può venire incontro alla società che lo salvaguarda e lo cura». Scabia spiega l'obiettivo dell'ergoterapia: il raggiungimento della dignità di un uomo da parte del malato, raggiungimento possibile solo con l'elevazione morale data dal lavoro. Sempre Scabia dice: «…solo per l'applicazione costante di un così vasto metodo di utilizzazione del malato di mente, in ogni ramo del lavoro, ha potuto sorgere l'istituto che dirigo». Infatti grazie al lavoro dei ricoverati si poté applicare una politica di alleanze basata sul mantenimento di una retta giornaliera inferiore a quella degli altri istituti del tempo: in un certo senso i malati si autofinanziavano.
L'obiettivo inoltre era quello di preparare il malato al reinserimento, quando possibile, nella società. Questo portò allo sviluppo del cosiddetto manicomio aperto, teorizzato dalla dottrina dell'open door, inteso come sistema dove il malato non era costretto all'interno con la forza. Infatti, il manicomio di Volterra non ha mai avuto una recinzione per segnare il distacco tra “l'interno” e “l'esterno”: il cancello di entrata era spesso aperto, le strade comunali e provinciali attraversavano l'istituto e non mancavano i contatti tra i malati e il mondo esterno. Si concedeva ai malati di andare al cinema in città, di andare al caffè, di fare piccole compere nei negozi esterni all'Ospedale; inoltre vi erano malati-maestri che andavano nei poderi limitrofi all'istituto per insegnare a leggere e a scrivere ai figli dei contadini.
Alcuni malati erano impiegati negli uffici tecnici del manicomio o nella contabilità. In pratica ai malati venivano assegnate mansioni in base alle loro capacità. L'ergoterapia quindi non prevedeva solo lavori di fatica nei campi e nei cantieri, ma anche lavori intellettuali. Scabia inoltre spiega che la prevalenza del lavoro nei campi è dovuta al fatto che la maggior parte dei ricoverati provenivano dal mondo contadino.
È proprio per lo svolgimento di questo particolare tipo di terapia che, per la costruzione dei padiglioni dell'Ospedale, si scelse un luogo appena fuori le mura cittadine, a circa un chilometro dal centro. Scabia afferma che questo tipo di terapia non poteva svolgersi in città, in quanto si sarebbe rimarcata la diversità del malato con un conseguente annullamento dell'efficacia della terapia.
Inoltre, sempre nello stesso scritto del 1933, Scabia risponde alle critiche che lo accusano di imprenditorialità affermando che l'organizzazione del lavoro ha uno scopo strettamente medico e solo il medico psichiatra è capace di organizzare il lavoro e di deciderne gli orari. Il lavoro produttivo dei malati era retribuito e i malati disponevano di un proprio conto corrente che potevano utilizzare due volte a settimana per il prelievo, per spendere i soldi guadagnati nei negozi cittadini.