Con l'espressione eccidio del Castello dell'Imperatore (conosciuto anche come "eccidio della Fortezza") si fa riferimento ad una serie di esecuzioni sommarie avvenute nella città toscana di Prato il 7 settembre 1944. La Corte di Assise di Primo Grado del Tribunale di Firenze – con sentenza del 27 marzo 1953 – condannò Marcello Tofani, detto Tantana, per uno di questi omicidi e prosciolse in istruttoria quattro altri partigianiM.D. Sabato - Prato. Dalla guerra alla ricostruzione, p. 462..

L'evento è da mettere in rapporto diretto, se non consequenziale, con le deportazioni e i rastrellamenti per mano nazifascista nel marzo dello stesso anno a Prato, e con l'esecuzione sommaria di 29 giovani partigiani a Figline di Prato il giorno precedente.

Il contesto I prodromi dell'eccidio vanno ricercati in un contesto più generale che nacque con l'occupazione tedesca del nord Italia a seguito del disfacimento dell'apparato fascista dopo l'8 settembre 1943, e delle dure condizioni di vita che gli italiani si trovarono ad affrontare durante la guerra. Tutto ciò venne esacerbato dalla creazione da parte di Benito Mussolini, con l’avallo di Hitler, di un ricostituito partito fascista e di un nuovo stato, la Repubblica Sociale Italiana, la quale cercò in ogni modo di contrastare il fenomeno resistenziale che nel contempo si sviluppò in Italia, mettendo le basi per quella che poi diverrà una guerra civile.

Secondo lo storico Michele Di Sabato, specificatamente nella zona di Prato, per avere un'idea di quella che fu la percezione del regime fascista e della Repubblica Sociale agli occhi della popolazione, si possono analizzare i dati relativi al numero di condanne e arresti avvenuti in città negli anni precedenti. Durante il ventennio c'erano state circa 500 iscrizioni al Casellario politico centrale di persone definite «sovversive» e circa 300 arrestatiMichele Di Sabato, Prato, dalla diffida alla pena di morte, Pentalinea, Prato, 2003. Presso il Comune di Prato vi sono le copie degli iscritti al casellario politico centrale pari ad oltre 500 persone. Non si tratta di elenchi compilati sulla base dell'appartenenza anagrafica al Comune di Prato, le iscrizioni seguono il principio dell'area geografica ove si è espletata la presunta attività sovversiva. Oltre a tutti i comuni dell'attuale provincia, vi si possono trovare anche persone dei comuni limitrofi. Andrea Giaconi in Quaderni di Farestoria, a pag.80 scrive nella nota nº105 che nel periodo 1929-1939 lo spoglio delle schede del sovversivi pratesi nel CPC, registrano la presenza di 228 persone. Secondo Salvagnini nella città di Prato il fascismo attecchi poco o niente, mantenendo sempre questo atteggiamento nei decenni successivi, meritando la fama di città antifascista e senza manifestare alcuna riconoscenza per il governo fascista. Salvagnini non fornisce fonti a supporto di queste considerazioni. Salvagni-Fascisti pratesi, 30 anni di storia e un massacro.. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato comminò oltre 200 anni di carcere e 107 di confino e 19 persone vennero colpite da ammonizioneMichele Di Sabato, Ricerche e documenti sulla Resistenza pratese, p. 142.. Significativa fu la reazione al bando per il lavoro coatto nel febbraio 1944, dove su 784 convocati si presentarono solo 2 idoneiM. Di Sabato, Il sacrificio di Prato sull'ara del Terzo Reich, p. 76. e il rinnovarsi di scioperi tra cui quello generale nel marzo 1944. Come reazione allo sciopero i nazifascisti rastrellarono 360Michele di Sabato, Il Sacrificio di Prato sull'ara del Terzo Reich, Prato, Editrice Nuova Fortezza, 1987. scioperanti o presunti tali, presi anche a casoIl Comando tedesco di Firenze (Militärkommandanturen 1003) criticò le modalità controproducenti con cui i fascisti rastrellarono le persone che poi dovranno essere deportate. I fascisti sembrarono più tesi a far numero che a colpire le persone effettivamente compromesse nello sciopero stesso., furono deportati al campo di concentramento di MauthausenM. Di Sabato, Il sacrificio di Prato sull'ara del Terzo Reich.Per varie circostanze, il numero dei deportati pratesi cresce di altre 19 unità, tra i Marcello Martini, il figlio di 14 anni del comandante dei partigiani pratesi. Marcello risulta essere il più giovane deportato politico italiano sopravvissuto e il secondo più giovane deportato italiano. Di 152 deportati, solo 24 tornarono vivi. La riuscita dello sciopero e la seguente rappresaglia segnarono la città, come testimonia la presenza a Prato di un Museo della deportazione. Palla e autori vari, Storia dell'antifascismo pratese dal 1921 al 1953, p. 318 di C. Brunelli.. Ma nonostante la dura rappresaglia, nella RSI la renitenza alla leva era ormai un fenomeno molto diffusoIl 24 novembre 1943 su 129 pratesi precettati per la leva, si presentarono in nove. A Prato, vennero applicate anche in modo creativo le norme del governo fascista che prevedevano la possibilità di arrestare i familiari dei renitenti. Il 25 novembre 1944 i carabinieri prelevarono alla Briglia Ugo Carmagnini, colpevole di aver un figlio renitente. Venne portato al Castello di Prato, dove venne tenuto per otto giorni senza mangiare. Venne rilasciato con l'impegno che il figlio si sarebbe arruolato, cosa che il figlio non fece, M. Di Sabato, Dalla guerra alla ricostruzione, p. 59.. A questo si aggiunsero tutte quelle angherie piccole e grandi direttamente applicate senza alcun provvedimento formale dalle milizie fasciste alla popolazione, che potevano colpire chi veniva giudicato reo anche di semplici gesti ritenuti «sovversivi», come non togliersi il cappello davanti alle autorità fascisteM. Di Sabato, Prato, dalla diffida alla pena di morte, 2003/« [...] Sta nella memoria storica dei fascisti l'esercizio del monopolio della violenza in regime di monopolio accettato o tollerato dallo stato, così che ancora oggi rimangono stupiti e quasi offesi dal constatare che gli antifasciati dopo l'8 settembre abbiano a loro volta fatto, ricorso alla armi [...]» C. Pavone, Una guerra civile, p. XVI della prefazione.. In qualità di città situata in territorio nemico, Prato subì numerosi bombardamenti aerei da parte degli alleati, il primo di sessanta avvenne il 2 settembre 1943Michele Di Sabato, La guerra nel pratese 1943-1945, p. 110., e le difese cittadine si dimostrarono inadeguate. La città pagò la sua importanza logisticaAd esempio furono obiettivi dei bombardamenti la ferrovia direttissima, la ferrovia verso il Tirreno, l'autostrada verso il Tirreno (oggi declassatae il deposito carburanti alle cascine di Tavola, M. Di Sabato, Dalla guerra alla ricostruzione, p. 148-149. e le industrie che ormai lavoravano solo per i tedeschi. La prassi consolidata dei tedeschi (e non solo la loro) era quella di fare terra bruciata prima del passaggio del fronte per privare chi subentrava delle risorse del posto. L'ideale era azzerare tutte le risorse disponibili, sia come infrastrutture logistiche ed industriali, sia come viveri. Il territorio perso non doveva essere una risorsa per gli Alleati.Lutz Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia 1943-1945. La città dovette inoltre registrare molte demolizioni ad opera degli stessi tedeschiSecondo l'ingegnere Gatti, l'allora tecnico responsabile del Comune di Prato, l'opera di demolizione dei tedeschi comincia il 18 luglio 1944, M. Di Sabato, Prato, dalla guerra alla ricostruzione, p. 205.I tedeschi demolirono tutti i ponti e sottopassi stradali e ferroviari: Ponte Mercatale ed edifici adiacenti, Ponte alla Vittoria, ponti sull'autostrada (oggi declassata), edifici vari, 85 solo nella frazione di Iolo, strade con buche che arrivavano al diametro di 25 metri, alberi abbattuti lungo le strade. Lo stesso accadeva intorno e con riflessi importanti anche su Prato. A Poggio a Caiano, demolirono il Ponte all'Asse e il Ponte del Molino e il Ponte Leopoldo II del 1833, il più vecchio ponte sospeso italiano a mezzo di funi metalliche. A Campi Bisenzio viene distrutto il ponte interrompendo la strada provinciale.