L'ombra è un film del 1923 diretto da Mario Almirante.

Trama La austera e volitiva Berta Trégner, che dopo un malore è rimasta paralizzata dal collo in giù, trascorre la sua vita tra la sopportazione della sua sventura e l'illusione che suo marito Gerardo continui ad amarla. Dopo sei anni però, quasi per miracolo, guarisce e scopre che Gerardo si è creata un'altra famiglia con Elena, la sua migliore amica, e che hanno anche un figlio. Affranta, fugge da casa. Salva la situazione Michele, il padrino di Berta, che riesce a scoprire che Elena ha allacciato nuovamente rapporti col suo ex-marito Alberto, e ne informa Gerardo, il quale, respinta l'indegna Elena, può ritornare da Berta per ritrovare l'amore. Il figlioletto viene nel finale sottratto alla madre fedifraga, trovando in Berta una nuova mamma.

Produzione Sceneggiato dallo stesso Almirante, è l'adattamento dell'omonima opera teatrale del 1915 scritta da Dario Niccodemi e rappresentata per la prima volta al teatro Manzoni di Milano nel 1916 dalla Compagnia Giannina Chiantoni, Irma Gramatica ed Ernesto Sabbatini. Un adattamento è già stato portato sullo schermo (con lo stesso titolo, L'ombra) nel 1917 da Mario Caserini con protagonista Vittoria Lepanto. Nel 1954 un nuovo adattamento realizzato da Giorgio Bianchi: L'ombra. Questa versione muta ottiene il visto censura n. 18494 il 31 luglio 1923 ed è presentata a Torino all'Esposizione Internazionale di Cinematografia dove riceve una medaglia d'oro.. Una versione restaurata di 60 minuti è stata presentata dalla Cineteca di Bologna al festival cinematografico Il cinema ritrovato del 1994. Una nuova versione di 72 minuti è stata restaurata nel 2006 dalla Cinémathèque royale de Belgique.

Critica

Gulliver in La rivista cinematografica del 25 aprile 1924: « Il dramma si svolge intenso e raccolto nell'animo della protagonista. Tutto racchiuso in lei, una lotta titanica fra opposti sentimenti e passioni erompenti, senza tuttavia affrontare problemi ideologici e morali. Se questi scoppiano improvvisi e veementi, senza preparazioni e quasi senza addentellati, è per quello strano giuoco di cui alcune volte si compiace un autore per un senso di acrobatismo e virtuosismo teatrale [...]. L'intrico teatrale che in molte opere si estende dalla prima all'ultima scena con potenzialità progressiva, qui è tenuto in sordina e solo appare nell'evoluzione dell'anima conseguente della donna, nei suoi passaggi, nelle sfumature e diremmo, nel presentimento dell'immanenza oscura del destino [...]. Ouesto aver voluto svolgere un concetto superiore crea evidentemente degli squilibri fra l'idea, astrazione e la realtà, materia: squilibri che permangono nel cinematografo, pur possedendo questi maggiori mezzi di attuazione e maggiori possibilità, sì che la vicenda realistica soffoca il significato simbolico che noi, a differenza di altri scrittori, abbiamo voluto rilevare per una maggiore comprensione e penetrazione dell'opera, anche perché abbiamo seguiti i commenti del pubblico che affollava il Ghersi, commenti impostati sull'esteriorità e sull'impressione. Invece, quanta comprensione sarebbe necessaria e quanta minor leggerezza di giudizio, per una giusta valorizzazione dell'arte. Se il pubblico ci legge, da queste note può trarre un buon profitto ».

Note

Bibliografia Vittorio Martinelli, Il cinema muto italiano - I film degli anni venti / 1923-1931, Edizioni Bianco e Nero, Roma 1981.

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