Vive e lavora a Parigi, ha studiato alla Rijksakademie di Amsterdam e all'Accademia di Belle Arti di Roma. Mounir Fatmi lavora su materiali obsoleti, datati, ormai in disuso e sul loro futuro incerto. Attraverso le sue ricerche, critica i meccanismi illusori che ci legano alla tecnologia, alle ideologie religiose e politiche e alle loro influenze in una società in crisi come quella di oggi. Nel 2006, ha vinto il premio Uriöt, Amsterdam, il gran premio della Biennale di Dakar e il Premio della Biennale del Cairo nel 2010.
Biografia Infanzia e Ricerca mounir fatmi è nato a Tangeri, in Marocco, nel 1970. Ha trascorso la sua infanzia nel distretto di Casabarata, una delle zone più povere della città, giocando nel mercatino delle pulci del quartiere dove sua madre vendeva vestiti per bambini. Qui viene a contatto con un ambiente ricco di oggetti di consumo ormai in disuso che trovano finalmente un nuovo utilizzo, un luogo in cui immagini e suoni si fondono in un universo chiassoso, quasi soffocante. L'artista vede la sua infanzia a Casabarata come la sua prima vera formazione artistica e torna spesso a confrontare il mercato delle pulci in cui è cresciuto con un museo in rovina, pieno di oggetti obsoleti, trascurati e abbandonati. Questa sua visione può essere interpretata come una metafora ed è l’essenza del suo lavoro. L’artista, consapevole di vivere in un’era di consumismo, di sovrapproduzione, di grande accelerazione, dove i nuovi media e i beni di consumo dopo un breve momento di entusiastica accoglienza cadono rapidamente in disgrazia, decide di utilizzare nel suo lavoro materiali appunto ormai in disuso, quali cavi d'antenne, vecchie macchine da scrivere, fotocopiatrici xerografiche, libri religiosi o VHS. Riflettendo su questi materiali abbandonati, sul loro futuro incerto, sull'idea della morte programmata degli oggetti e sul collasso della società dei consumi, considera le sue opere come dei grandi archivi mediatici e storici. La sua ricerca artistica si sviluppa intorno al concetto di "Ready Dead Media", ovvero, sull'idea di lavorare su un'archeologia sperimentale che raccoglie i fossili dei mezzi di comunicazione culturali. Mettere in discussione la capacità intrinseca dei media tecnologici ha assicurato il trasferimento di conoscenze da un'epoca all'altra, da una civiltà all'altra. Da notare una predilezione per l’espressione "dead media", presa in prestito dallo scrittore di fantascienza Bruce Sterling, molto amato dall'artista, che indica la storia della tecnologia e la sua influenza sul nostro sviluppo e sulla nostra cultura popolare. Tra archeologia e archivio, il biografico e il sociale, le opere di mounir fatmi, giocano con i codici e i precetti della nostra società sotto il prisma di tre temi principali: linguaggio, architettura e macchina.
Educazione e Primi incontri Nel 1987, decide di lasciare la sua città natale, Tangeri, e il suo ambiente familiare, per fuggire dal conservatorismo dell'istituzione marocchina e si trasferisce in Italia dove si iscrive alla scuola libera del nudo e dell’incisione all'Accademia di Belle Arti di Roma. Entra in contatto con la cultura europea e comincia a interrogarsi sulla questione dell'identità individuale. La consapevolezza della separazione dal proprio ambiente familiare, il peso della propria identità e il continuo bisogno di spostarsi, lo spingono a esaminare in modo più approfondito la sensazione di estraneità nei confronti del proprio contesto culturale e a riflettere sul ruolo dell'artista in una società in crisi. Nel 1989, si iscrive alla scuola di belle arti di Casablanca che decide di lasciare dopo appena tre mesi. Torna a Tangeri, dove trova un ambiente sociale limitato, sul piano materiale e culturale, e matura in lui un sentimento di rivolta. Qui, si interessa all'architettura della sua casa d'infanzia e ad alcuni elementi decorativi che lo marcheranno visibilmente: una fotografia del re Mohammed V, una calligrafia araba e una copia del Corano che da piccolo gli era proibito toccare. Entra in contatto con lo scrittore marocchino Mohamed Choukri che lo presenta all'americano Paul Bowles, il quale gli racconta del lavoro calligrafico di Brion Gysin, dei romanzi di Augusten Burroughs, Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Jean Genet. La scoperta della letteratura della Beat Generation è una grande fonte di ispirazione artistica e intellettuale ed è ciò che apre le porte al desiderio di viaggiare, di sperimentare e di correre il rischio di opporsi alla maggioranza.
Carriera professionale Primi anni Nel 1990 lavora come direttore artistico in un'agenzia pubblicitaria a Casablanca. Promuovendo prodotti di consumo, sperimenta il potere retorico della pubblicità e l'influenza delle immagini sul pubblico di consumatori. Tutto il tempo passato nella pubblicità lo fa soffrire "di una vera e propria overdose di immagini e concetti stereotipati", che lo porta a sviluppare una consapevolezza critica nei confronti delle strategie estetiche della comunicazione e del flusso di informazioni. Accanto all'esperienza nella pubblicità, continua la sua attività artistica come forma di resistenza e nel 1995 realizza la sua prima serie fotografica Le Lien / The Link, dove mostra la casa di famiglia e segue il corso di un cavo d'antenna che attraversa la terrazza, il balcone e finalmente arriva alla televisione nel cuore della casa. Nel 1993 riceve il primo premio alla 3ª Biennale di pittura giovane marocchina, per la serie Fragile / Communication e in quest’occasione incontra Catherine David, presidente della giuria. Alla fine dello stesso anno, dichiara simbolicamente la sua morte artistica in un'intervista al quotidiano marocchino "L'opinion", e cancella la serie Fragile / Communication che diventa Effacement / Mémorisation. Nel 1995 diventa noto al di fuori del Marocco grazie al suo lavoro con i video. Viene selezionato all’international videokunstpreis allo ZKM3https://zkm.de/en a Karlsruhe, e riceve diverse nomination e premi per i suoi video in Francia, in Croazia e in Spagna. Il video Survival Signs, che interroga le funzioni della comunicazione e ripercorre poeticamente la storia del linguaggio attraverso epoche e culture, vince il premio per il miglior video al Festival Internazionale di Video delle Isole Canarie.
Metà anni '90 - anni 2000 Nel 1997, Mounir Fatmi riscontra reazioni violente da parte della comunità artistica marocchina a causa del suo progetto Effacement / Mémorisation che invita il pubblico ad andare a vedere le opere dipinte prima di essere cancellate e scomparire definitivamente. Un'azione percepita dal mondo dell'arte marocchino come un vero e proprio suicidio artistico. Nel 1999 incontra il curatore Jean-Louis Froment e partecipa alla mostra “L’objet désorienté” al Museo di Arti Decorative di Parigi, dove realizza la scultura Les liaisons in omaggio a Jackson Pollock utilizzando oltre cinquecento metri di cavi di antenna su pareti e pavimento. Scopre i filosofi francesi del XX secolo che avranno un'influenza duratura sul suo lavoro: Michel Foucault, Guy Debord, Claude Lévi-Strauss, Gilles Deleuze, Jacques Derrida a cui rende omaggio nel 2007 esponendo l'installazione "J'aime l'Amérique" all’interno dei giardini delle Tuileries a Parigi, lavoro di decostruzione dove si sforza di smantellare i concetti di identità e nazione. Nel 2006 riceve la borsa di studio della Rijksakademie di Amsterdam ed espone l'installazione "Sortir de l'histoire" usando gli archivi delle Black Panthers e i documenti dell'FBI. Nel 2012, l'installazione cinetica Technologia, ispirata a Marcel Duchamp e alla calligrafia araba, diventa rapidamente oggetto di controversie sulle questioni della blasfemia e della libertà di espressione, attirando l’attenzione pubblica dopo che le autorità intervengono per censurare il lavoro dell’artista. Lo stesso anno, il video Sleep - Al Naim, in cui viene rappresentato tramite un lavoro di computer grafica lo scrittore Salman Rushdie che dorme, viene censurato in diversi paesi arabi, in Europa e nel Maghreb. Giudicato materiale troppo sensibile, subisce una grave censura anche in Francia, da parte dell'istituto del mondo arabo e dal centro d'arte Villa Tamaris. Nel 2015, per rispondere agli attacchi di censura subiti, mounir fatmi collabora alla stesura del libro "Ceci n'est pas un blasphème" in collaborazione con il filosofo Ariel Kyrou.
Esposizioni e Premi A partire dal 2000, diversi curatori si interessano al suo lavoro. Tra i vari, si ricordano le collaborazioni con Simon Njami, Jean-Martin Huber, Okwui Enwezor, David Alliott, Fumio Nanjo, Jean de Loisy, Hou Hanru, Christian Bernard, Naomi Beckwith, Paul Ardenne, Pierre-Olivier Rollin. Dal 2003, i suoi lavori vengono esposti in numerose esposizioni personali al Mamco di Ginevra, al Museo Migros di Zurigo, al Museo Picasso a Vallauris, al FRAC Alsazia a Sélestat, presso la Fondazione Collegio San Carlo a Modena, alla AK Bank Foundation ad Istanbul, al Museum Kunstpalast di Düsseldorf, al MMP + di Marrakech e al Göteborgs Konsthall in Svezia. Partecipa a numerose mostre collettive al Centre Georges Pompidou di Parigi, al Brooklyn Museum di New York, al Palais de Tokyo a Parigi, al MAXXI di Roma, al Mori Art Museum di Tokyo, al Museo di Gerusalemme, presso il Museo d'Arte Moderna di Mosca, al Mathaf a Doha, al Victoria & Albert Museum di Londra, al Van Abbemuseum a Eindhoven, al ZKM a Karlsruhe e al Nasher Museum of Art a Durham.
Ha preso parte a diverse biennali, tra cui la 52 ° e la 57 ° Biennale di Venezia, l'8 ° Biennale di Sharjah, la 5 ° e 7 ° Biennale di Dakar, la 2 ° Biennale di Siviglia, la 10 ° Biennale di Lione, la 5 ° Triennale di Auckland, alle edizioni 5, 10 e 11 degli Incontri di fotografia a Bamako e la 7 ° Biennale di Shenzhen. Nel 2018, per la Triennale giapponese Echigo-Tsumari, ha ricostruito la sua casa d'infanzia nel quartiere di Casabarata. Ha ricevuto diversi premi tra cui il premio per la Biennale del Cairo nel 2010, l'Uriot Prize di Amsterdam e il Senghor Prize alla 7 ° Biennale di Dakar nel 2006. Nel 2013 è stato selezionato per il Jameel Prize del Victoria & Albert Museum di Londra.
Esposizioni personali (selezione) 2021 The Observer Effect, ADN Galeria, Barcellona
2019 The White Matter, Galerie Ceysson & Bénétière, Parigi The Process, Wilde Gallery, Ginevra Keeping Faith - Keeping Drawing, Analix Forever, Ginevra
2018 The Human Factor, Tokio Metropolitan Teien Art Museum, Tokyo The Day of the Awakening, CDAN Museum - Centro de Arte Y Naturaleza, Huesca 180° Behind Me, Göteborgs Konsthall, Göteborg
2017 Transition State, Officine dell'Immagine, Milano Peripheral Vision, Art Front Gallery, Tokyo Ghosting, Galerie De Multiples, Parigi (IM)possible Union, Analix Forever Gallery, Ginevra Survival Signs, Jane Lombard Gallery, New York Le Pavillon de l’exil, Galerie Delacroix, Tangeri Fragmented Memory, Goodman Gallery, Johannesburg Inside the Fire Circle, Lawrie Shabibi , Dubai Darkening Process, Analix Forever Gallery, Ginevra Under the Skin, Maisons des Arts du Grütli, Ginevra
2016 The Index and The marchine, ADN Platform, San Cugat del Vallès A Savage Mind, Keitelman Gallery, Bruxelles Depth of Field, Labanque, Béthune Darkening Process, The Marrakech Museum for Photography and Visual Arts, Marrakech, Marocco
2015 Permanent Exiles, MAMCO, Ginevra History is not mine, Metavilla, Bordeaux Art et Patrimoine: C'est encore la nuit, Prison Qara - Institut Français de Meknès, Marocco Modern Times, Miami Beach Urban Studios Gallery - Florida International University, Miami Beach Constructing Illusion, Analix Forever, Ginevra
Esposizioni collettive (selezione) 2020 Our world is burning, Palais de Tokyo, Parigi The Pope, MOCAK, Cracovia The Light House, Boghossian Foundation - Villa Empain, Bruxelles Traces du vivant, Musée des confluences, Lione Rock me Baby, CACY, Yverdon-les-Bains La sombra de Goya en el arte contemporáneo, La Lonja, Saragozza