Figlio di Panfilo e Carolina Presutti. Dal 1910 al 1913 è studente liceale a Tivoli. Si forma in un ambiente socialisteggiante, ateo ed anticlericale. È allievo dei professori Ragnoli, anarchico militante, e Multineddu, socialista poi comunista.

Durante le pause estive torna spesso a Pratola Peligna. Qui, ricorda, «unico amico era un ex-garibaldino, Onia Ortensi, che aspettavo per la quotidiana passeggiata avanti casa mia. Questo simpaticissimo vecchio demitizzava tutto e tutti a cominciare dal suo Bixio fino al Re. E di me ragazzo fece un ribelle» (R. Santacroce).

Gli anni di guerra

Partecipa con la III Armata come Ufficiale di complemento di fanteria al primo conflitto mondiale. Condivide in questi anni le posizioni espresse dall'interventismo di sinistra, più precisamente quelle del cosiddetto interventismo democratico, di cui erano stati portavoce, tra gli altri, i socialisti Gaetano Salvemini e Leonida Bissolati.

L'interventismo democratico vede nella guerra l'ultima fase del percorso risorgimentale verso l'unificazione completa dell'Italia nonché il decisivo scontro tra la democrazia europea (Francia, Inghilterra) e l'autocrazia oscurantista incarnata negli Imperi centrali. Queste posizioni sviluppano una convergenza tra l'interventismo democratico e l'irredentismo socialisteggiante di Cesare Battisti.

Congedato fa ritorno a Pratola Peligna. Durante gli anni del conflitto era passato, come tanti altri, su posizioni di netto antimilitarismo. «Tornai dalle trincee del Carso nemico dell'esercito, di tutto che sapesse di disciplina livellatrice degli uomini, e pacifista convinto perché sicuro della inutilità di quei macelli ai quali avevo partecipato» (R. Santacroce).

La lotta politica durante il Biennio Rosso

A Pratola Peligna, ricorda, «i contadini erano servi della gleba, ed il valore delle persone si misurava sulla estensione delle terre che avevano in proprietà» (R. Santacroce).

Stabilisce contatti con gli ambienti politici e culturali romani e, nel frattempo, si dedica all'organizzazione dei numerosi reduci. Quella dei reduci è una questione di primo piano e bisogna prenderla seriamente in considerazione per comprendere i mutamenti e le profonde contraddizioni che dilaniano la società italiana del primo dopoguerra. Le loro organizzazioni sono fondamentali, poiché raccolgono le istanze e la rabbia degli smobilitati, che non hanno dimenticato la promessa della ‘terra ai contadini’ fatta solennemente loro dal governo durante le tragiche giornate del Piave. L'esperienza bellica, dunque, attraversa più in generale lo scontro sociale, in quanto i ‘proletari in divisa’ portano nei conflitti di classe, assieme alla risolutezza di una generazione che ha acquisito abitudine alla violenza e all'uso delle armi, l'antagonismo di chi sente di aver patito uno sfruttamento ‘supplementare’ oltre a quello insito nei rapporti di produzione.

Da questo magma di risentimenti, nel 1919 nascono diverse associazioni di ex-combattenti di diverso colore politico:

Lega Proletaria fra mutilati, invalidi, feriti, reduci, orfani e vedove di guerra; massimalista e terzinternazionalista, antipatriottica e classista Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, filoistituzionale ma antibellicista e antinazionalista; Associazione nazionale combattenti, numericamente maggioritaria, erede dell'interventismo democratico; Unione nazionale dei reduci di guerra, d'ispirazione cattolica;

Le seguenti, invece, sono collocabili a destra, e andranno di lì a poco a costituire una sorta di serbatoio per lo squadrismo fascista:

Unione nazionale ufficiali e soldati Associazione nazionale volontari di guerra Associazione nazionale reduci zona operante

A Pratola Peligna, il sindacalista anarchico Luigi Meta fonda e dirige fino al 1922 la Sezione della Lega Proletaria, raccogliendo l'adesione di sindacalisti rivoluzionari, anarchici e comunisti. Rocco Santacroce, da parte sua, fonda e guida una Sezione di ex-combattenti d'impronta democratica, alla quale aderiscono 200 elementi.

Le due organizzazioni partecipano attivamente alla grande stagione di lotte del Biennio rosso, intervenendo concretamente su battaglie in corso quali il caroviveri, il pacifismo e l'antimilitarismo, la campagna contro l'invio dei soldati italiani in Albania, l'emancipazione materiale, culturale e morale del proletariato, le libertà e i diritti sindacali.

L'attività delle due organizzazioni e la loro forte carica conflittuale, inoltre, riesce a vanificare l'attività di una meno nota Fratellanza Militare Peligna, nazionalista ed antidemocratica, che tenta in ogni modo di raccogliere i reduci (per sottrarli all'influenza degli schieramenti in lotta per l'emancipazione delle classi subalterne) e di strumentalizzare la crescente insubordinazione sociale attraverso campagne antisindacali ed antipopolari orchestrate da governo, padronato ed alta finanza.

Durante il 1920 Santacroce aderisce al Partito popolare italiano (PPI); viene eletto segretario politico della Sezione di Pratola Peligna. Abbandona definitivamente questo schieramento politico nel 1924, quando il partito «si svelò monarchico e clericale, nell'ora decisiva» (R. Santacroce).

Nel 1923 è con Igino Giordani alla redazione de «Il Popolo», quotidiano del PPI fondato lo stesso anno da Giuseppe Donati. Vi rimane fino all'assassinio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), quando «il Vaticano fece intendere a Sturzo ch'era meglio avviarsi all'esilio, mentre il famoso Egilberto Martire allestiva il clerical-fascismo» (R. Santacroce).

Deplorando la partecipazione dei popolari al primo ministero Mussolini, Santacroce si avvicina alle posizioni del Partito Socialista Unitario di Giacomo Matteotti e Filippo Turati.

Antifascismo, clandestinità, lotta armata, Resistenza

In questi anni, la parola d'ordine di tutti gli schieramenti antifascisti è quella di reggere a tutti i costi, nella convinzione generale che Mussolini non durerà a lungo. L'assassinio del segretario dei socialisti unitari Giacomo Matteotti provoca un'indignazione veramente enorme. Sulla scia delle esperienze acquisite durante la prima resistenza armata al fascismo, quella degli Arditi del Popolo (1921) e dell'associazionismo ardito-popolare, cioè di battaglioni di lavoratori militarmente inquadrati in lotta contro le squadre fasciste al soldo del ceto industriale e agrario, torna viva l'ipotesi di una possibile insurrezione armata:

«Dopo il delitto Matteotti, la minoranza parlamentare abbandonò nauseata Montecitorio e si ritirò sull'Aventino. Qualcuno era per l'insurrezione» (L. Meta).

Con la linea aventiniana, però, gli schieramenti politici antifascisti impediscono di mettere in gioco il movimento dei lavoratori, fatto gravissimo per i partiti popolari che nei lavoratori hanno gli unici alleati. Questi sono ormai prostrati da dieci anni passati tra guerra, conati rivoluzionari e guerra civile. La loro solidarietà antifascista è ben visibile ma non sono nelle condizioni per fare l'enorme sforzo di sollevarsi ancora una volta e contribuire al ristabilirsi di quel regime liberalmonarchico che, tra l'altro, li aveva trattati come carne da cannone prima e come nemici poi, facendoli massacrare prima dalla Guardia Regia e poi dagli squadristi.

Nella Valle Peligna, Santacroce contribuisce alla costituzione di un gruppo armato antifascista aderente al movimento clandestino Italia Libera di Angelo Camerini. Il gruppo passa presto ad azioni di guerriglia. Si ha testimonianza di un vittorioso conflitto a fuoco contro una squadraccia fascista a Prezza:

«Nel luglio 1924, attorno all'Italia Libera di Angelo Camerini si formò il gruppo antifascista. La fondazione della Sezione combattenti di Prezza fu l'occasione. Di tutti i partiti ci unimmo. E quella giornata restò memorabile per Frattaroli G. il capitano degli Arditi, Presutti Davide, per gli Inni di Mameli e di Garibaldi che chiusero la notturna battaglia per quelle stradelle. Poi vennero l'Avv. Tedeschi, Pizzoferrato e Meta e fummo subito fraternamente uniti al di là delle ideologie, per la difesa democratica» (R. Santacroce).

Nel 1924 Santacroce ha già conosciuto già per due volte il carcere. È tra i firmatari del noto Appello ai Meridionali, pubblicato il 2 dicembre 1924 sulle colonne di «La Rivoluzione liberale» di Piero Gobetti, in cui si esorta la popolazione a «eccitare la formazione della nuova classe dirigente ed educarla al disprezzo della vittoria nascente dal compromesso ed alla dolorosa passione della lotta anche se non vittoriosa. Combattere, oggi e sempre, le deviazioni dei partiti storici, svelarne i sottintesi e gli equivoci, incanalare le idee verso correnti la cui serietà non sia discutibile, provocare, se occorre, anche la formazione di nuovi partiti, fino a quando le oligarchie non siano battute …».

Negli anni 1924-1925 è con Alberto Cianca alla redazione de «Il Mondo», periodico vicino alle posizioni di Francesco Saverio Nitti e Giovanni Amendola. Il giornale (soppresso dal regime nel 1926) pubblica il 1º maggio 1925 il noto Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile.

Nel 1925 Santacroce ospita Piero Gobetti a Pratola Peligna, fuggito da Roma per non incorrere in una spedizione punitiva organizzata contro di lui.

Continua la sua attiva opposizione al fascismo e alla monarchia. Al suo fianco ci sono anche l'anarchico Panfilo Di Cioccio, Giovanni Di Loreto, Antonio De Marinis, il comunista Francesco Pizzoferrato. Passa al movimento di Piero Gobetti, che lo nomina responsabile del gruppo abruzzese di Rivoluzione Liberale. In questa fase si uniscono a lui anche l'on. Serafino Speranza, Manlio D'Eramo, il prof. De Michele.

Col fascismo ormai dispiegatosi a pieno regime, Santacroce è sottoposto a sorveglianza speciale. Viene schedato quale «pericoloso irriducibile» e subisce ben cinque processi politici: «in dieci anni, dal 22 al 32, quanti processi attentamente vigilati dalla P.S. e quanti magistrati ad intendere al di là delle parole dette, per arrivare ad una giustizia non soltanto formale! (R. Santacroce).

Passa successivamente a militare nel movimento clandestino Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli. Con Francesco Pizzoferrato e Luigi Meta fonda ed organizza il gruppo locale: