La storiografia della guerra civile in Italia è la letteratura storiografica relativa alla lotta fra partigiani e fascisti repubblicani nel periodo 1943-1945, interpretata come una guerra civile interna alla nazione italiana nel quadro della guerra di liberazione italiana.

La guerra civile negli scritti e nei discorsi dei protagonisti La definizione di "guerra civile" era diffusa già nel periodo 1943-1945, sia tra i partigiani che tra i fascisti della Repubblica Sociale Italiana, in riferimento al conflitto intestino che opponeva gli uni agli altri.

A partire dal dopoguerra, l'espressione «guerra civile»sebbene ricorresse nei discorsi e negli scritti di importanti personalità della Resistenzafu progressivamente accantonata (e poi rifiutata) dagli antifascisti. Il Rapporto parla di «fatto – negato per lungo tempo dalle forze antifasciste – che il conflitto aveva assunto anche le forme di una guerra civile»., in particolar modo dai comunisti: «Questa omissione della guerra civile non rimase senza conseguenze. La più vistosa fu quella di negare che da parte, soprattutto, degli antifascisti di sinistra (in primo luogo dei comunisti) ci fosse stato un regolamento di conti sul piano sociale, cioè una guerra di classe. […] In realtà questo esorcismo di Togliatti ebbe il significato di aumentare l'accreditamento del proprio partito come forza nazionale, patriottica, democratica – un'immagine se non proprio levigata, almeno rassicurante. Le cose sono andate diversamente da come le descrive una storiografia apologetica delle intenzioni dei dirigenti. Una guerra civile in Italia è continuata anche dopo il 25 aprile 1945, con un triste elenco di morti, frutto di vendette, esecuzioni sommarie, desideri di farsi giustizia da sé. In secondo luogo, la guerra civile è continuata come una minaccia, un pericolo agitato come uno stato di necessità o un compito inesorabile di un partito rivoluzionario».: «Da parte sua il Pci aveva compiuto un primo passo indietro, circa una della cause all'origine della violenza, quando, subito dopo la liberazione, si spinge a negare il carattere di guerra civile all'interno del quale si era mosso il fronte della Resistenza. È una negazione-esorcizzazione che il partito compie con l'evidente ragione di proporsi come il principale artefice di una guerra nazionale di liberazione. La scelta di rimuovere il riferimento alla guerra civileche pur compare nei documenti precedenti la liberazione –, si presenta anche come primo netto distacco dalla stessa formazione teorica del Pci, si pensi alla concezione leninista della guerra civile come fenomeno conseguente al processo rivoluzionario»., cosicché per molto tempo fu usata quasi in via esclusiva dai reduci della RSI, che ne fecero un uso polemico finalizzato a legittimare la propria causa, accusando il movimento partigiano di aver scatenato una guerra fratricida tra italiani. Conseguentemente, la storiografia italiana inquadrò gli scontri tra connazionali nell'ambito della guerra di liberazione contro l'invasore tedesco, mettendo in risalto il carattere patriottico della lotta partigiana, e negando idealmente ai fascistiche pure definivano «antinazionali» i loro avversarila qualifica di italiani. in quanto collaborazionisti della Germania nazista.

Nel 1985 lo storico Claudio Pavone, ex partigiano, ripropose nel mondo accademico italiano, per la prima volta dopo molti anni, la categoria interpretativa della "guerra civile", suscitando un acceso dibattito, e nel 1991 la pose al centro della sua opera Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. Il dibattito sorto attorno a tale studio segnò l'inizio di una prolifica stagione di ricerca sul tema, tale che la definizione di guerra civile per descrivere lo scontro tra italiani fascisti ed antifascisti negli anni 1943-1945 ha trovato una diffusione vasta presso la storiografia e la divulgazione storica di ogni orientamento, divenendo anche occasione di scontro ideologico nel contesto di un "uso pubblico della storia": in particolare, secondo Pavone, nell'area della destra italiana il termine è stato usato surrettiziamente sia, come detto, in senso negativo e addossando la responsabilità delle violenze del biennio agli antifascisti (e soprattutto ai comunisti), sia nel tentativo di equiparare i due fronti del conflitto; dall'altro lato, chi si è opposto da sinistra alla categoria ha assunto una posizione difensiva eccessivamente appiattita sul piano nominalisticoClaudio Pavone, Prefazione all'edizione 1994 di Una guerra civile, Bollati Boringhieri, Torino, 1994, p. XVI..

Durante il conflitto Durante il conflitto entrambe le fazioni in lotta definivano guerra civile lo scontro che combattevano contro il proprio nemico interno; nonché ; sempre Aurelio Lepre con Claudia Petraccone, Storia d'Italia dall'unità ad oggi, Bologna, Il Mulino, 2008, p. 267, rileva come «la definizione di guerra civile» fosse «accettata in quegli anni anche dai comunisti».. Generalmente il termine guerra civile era adoperato nel suo significato tragico di lotta fratricida, cosicché i fascisti e gli antifascisti si incolpavano reciprocamente di aver scatenato la guerra civile e di alimentarlaErmanno Gorrieri, La Repubblica di Montefiorino. Per una storia della Resistenza in Emilia, Bologna, Il Mulino, 1966, p. 176, cita un manifesto del CLN in cui si attribuisce ai fascisti la responsabilità di aver scatenato la guerra civile., mentre da parte centrista e monarchica la medesima accusa era rivolta a entrambi gli schieramentiNel discorso trasmesso da Radio Bari il 24 settembre 1943, il re Vittorio Emanuele III fu uno dei primi a parlare di guerra civile accusando coloro che, «gli uni tradendo il giuramento prestato, gli altri dimenticando le ripetute assicurazioni di fedeltà a me personalmente date, fomentano la guerra civile incitando gli italiani a combattere i propri fratelli». Citato in ..

Non mancavano tuttavia incitamenti a combattere senza tregua e fino in fondo la guerra civile, ritenuta un compito storico ineluttabile per la salvezza del Paese. Nell'ottobre 1943 l'edizione di Roma de l'Unità indicò i tre compiti che il popolo italiano doveva affrontare: «guerra contro l'aggressore nazista; guerra civile contro i fascisti suoi alleati; lotta politica contro le forze reazionarie» Citato in .. Nello stesso mese, il primo numero della rivista comunista La nostra lotta proclamò: «È l'ora del fuoco, l'ora della guerra dei partigiani, l'ora della guerra civile. L'ora della guerra attivamente combattuta contro i tedeschi e contro i fascisti» Citato in ..

In dicembre Fortunato Pintor, in una lettera a Giovanni Gentile, commentando la situazione italiana scrisse: «si sono aggiunte rovine a rovine, sino allo sciagurato armistizio e allo smembramento dell'Italia. Ed ora siamo alla guerra civile»Giovanni Gentile, Fortunato Pintor, Carteggio (1895-1944), a cura di Emilia Campochiaro, Firenze, Le Lettere, 1993, lettera del 5 dicembre 1943, p. 431.. Lo stesso Gentile nel gennaio 1944 scrisse dell'«orrore della guerra civile, tra Italiani e Italiani; ossia dell'Italiano contro se stesso; e la coscienza rimane perplessa, incerta di quello che sia il dovere presente del cittadino italiano»Giovanni Gentile, Questione morale, in Italia e Civiltà, 8 gennaio 1944, poi in Politica e cultura, a cura di Hervé A. Cavallera, Firenze, Le Lettere, 1991, vol. II, p. 213..

Il termine è largamente ricorrente nella corrispondenza intercorsa tra Giorgio Agosti e Dante Livio Bianco, comandanti delle Brigate Giustizia e Libertà in Piemonte, tra il gennaio 1944 e il marzo 1945Giorgio Agosti, Dante Livio Bianco, Un'amicizia partigiana. Lettere 1943-1945, a cura di Giovanni De Luna, Torino, Albert Meynier, 1990..

Lo storico Adolfo Omodeo, in una lettera inviata da Napoli al figlio Pietro il 12 aprile 1944, nel contrapporre il torpore dell'Italia meridionale liberata alla gravità della situazione nel nord, riferì: «Molti non si persuadono che siamo nella tragica atmosfera della guerra civile»Adolfo Omodeo, Lettere 1910-1946, Torino, Einaudi, 1963, p. 727..

Tra le reazioni all'uccisione di Giovanni Gentile, avvenuta per mano di partigiani comunisti il 15 aprile 1944 a Firenze, si rinvengono molteplici riferimenti alla guerra civile. Benedetto Croce, secondo il genero Raimondo Craveri, «pre[se] coscienza di una guerra civile ormai in corso e non soltanto di una animosa resistenza militare contro i Tedeschi»Raimondo Craveri, La campagna d'Italia e i servizi segreti. La storia dell'ORI (1943-1945), Milano, La Pietra, 1980, pp. 57-58.. Umberto Zanotti Bianco scrisse nel suo diario di non poter pensare alla morte di Gentile «senza un senso di rivolta verso la guerra civile che va dilagando in tutte le città d'Italia». Il diario di Piero Calamandrei, tra i commenti alla stessa notizia, riporta: «Leggevo ieri, sulla bella Letteratura di Marchesi, le vicende della vita di Cicerone; è quello che viviamo oggi: la guerra civile, gli esili, le fughe, gli assassinii politici, le liste di proscrizione. Risiamo al periodo tra Silla e Augusto»Piero Calamandrei, Diario. II. 1942-1945, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2015, p. 427 (17 aprile 1944)..

Nel 1944 il pittore socialista Aligi Sassu chiamò La guerra civile un dipinto raffigurante i corpi dei partigiani trucidati nella strage di Piazzale Loreto, avvenuta a Milano nell'agosto di quell'annoAligi Sassu, La guerra civile (Piazzale Loreto) , 1944..

Giovanni Dolfin, segretario personale di Mussolini, conclude l'introduzione al suo diario scrivendo che «la tragica esperienza della guerra civile ci ha insegnato molte cose». Dolfin sostiene inoltre che Mussolini usò diverse volte l'espressione "guerra civile" nel commentare la situazione italiana: ad esempio, in seguito alla notizia dell'uccisione del federale di Milano Aldo Resega affermò che i servizi segreti di Mosca, Washington e Londra collaboravano per fomentare la guerra civile in Italia e che, essendo gli italiani disposti a trucidarsi in famiglia, con tali uccisioni la guerra civile sarebbe entrata facilmente in una fase più acutaGiovanni Dolfin, Con Mussolini nella tragedia. Diario del capo della segreteria particolare del Duce, 1943-1944, Milano, Garzanti, 1949, p. 158..

Nel novembre 1944, l'edizione romana de l'Unità attaccò il generale Roberto Bencivenga, già comandante del Fronte militare clandestino durante l'occupazione tedesca della capitale, per aver invocato una pacificazione tra fascisti e antifascisti che potesse «colmare il fosso» che divideva i due schieramenti e porre fine alla guerra civile. L'organo di stampa comunista, diretto da Velio Spano, accusò Bencivenga di mirare «a colmare il fosso e a spegnere la guerra civile onde non sia spento il fascismo. Ma il popolo italiano, per fortuna, è di parere contrario. [...] Il popolo italiano non vuol colmare il fosso, vuole colmare le fosse. Le fosse dei responsabili della catastrofe nazionale che debbono essere soppressi nel corso di questa santissima guerra civile, affinché viva l'Italia».

Nel dopoguerra Nel dopoguerra diversi esponenti dell'antifascismo definivano guerra civile il conflitto appena terminato: Emilio Sereni parlò ripetutamente di «due anni di guerra civile» il 6 agosto 1945 al congresso dei CLN milanesi; Carlo Galante Garrone nel 1947 dichiarò che era stata combattuta una «sanguinosa guerra civile»; Leo Valiani definì l'«inferocimento degli animi» come «il pericolo più recondito e insieme più profondo che ogni guerra civile (e nella lotta contro i fascisti si trattava ben di questo) porta seco»; Luigi Meneghello usò correntemente il termine; Francesco Scotti affermò che la Resistenza fu «anche guerra civile contro il fascismo e per la creazione di uno Stato completamente nuovo, socialmente più avanzato»; mentre Paolo Spriano nei suoi scritti alterna l'uso delle espressioni «guerra civile» e «guerra di liberazione»..