Biografia Nulla di illuminante sulla biografia ricaviamo dalla sphragìs, la «firma» che l'autore stesso ci lascia al v. 26 della IV elegiacantans cantantem Maximianus amat., né dai nomi propri delle tre donne cantate nei carmi. Gli appellativi di Licoride, Candida e Aquilina infatti, non possono essere altro che una semplice rievocazione onomastica della classicità; paradigmatico è il nome di Licoride, la donna cantata e amata da Cornelio Gallo. Sul nome di Massimiano, citiamo comunque la curiosa teoria di Webster, riportata da Prada nell'introduzione al suo studio sul tardo epigono degli elegiaci augustei. Webster ricorda la prassi degli autori latini di servirsi di nomi fittizi al posto del loro nome reale, per due motivi: difficoltà prosodiche oggettive di inserire il nome del poeta all'interno di un verso; affinità fisiche/morali racchiuse già nel nome immaginario del protagonista, come in MarzialeIII 12, 6., dove il nome Maximina equivarrebbe a maxima (natu). Dunque, conclude Webster, «this use, together with our poet's frequent adaptions of Martial, makes it quite conceivable that Maximianus has the same meaning as an English comic paper might say “Mr. Oldster”», ovvero, «Maximianus non è il nome dell'autore delle elegie, ma semplicemente un nome descrittivo, in senso ironico, che serve a meglio designare l'eroe della I elegia, il cui tema sarebbe “vecchiaia in gioventù”; ed in tal caso Maximianus significherebbe “Sig. Vecchio”, usato ironicamente, così come in inglese “Mr. Oldster”».

Più interessanti, invece, gli altri quattro riferimenti: uno nella I elegia, uno nella III e due nella V. L'ovvia premessa è che questi, a cominciare dalla sphragìs di IV, 26, siano realmente, e tutti quanti, autobiografici, piuttosto che elementi scenici di finzione letteraria, inseriti a proprio uso e consumo, nel rispetto dei cànoni elegiaci e delle regole di composizione del genere. Nel dettaglio:

Il primo riferimento che si incontra è al v. 63 della I elegia ed è un richiamo geografico: l'autore descrive informa di un periodo della sua vita in cui avrebbe vissuto stabilmente a Roma. Non solo: nei primi cento versi, Massimiano, o almeno la voce narrante della I elegia (se non si vuole ancora sbilanciarci nell'identificare il protagonista del carme con il suo autore), nel ricordare la sua gagliarda giovinezza, si vanta delle sue prestazioni fisiche, professionali e amatorie. Fu un principe del foro affermato e conosciutoI, 10.; un poeta decorato e acclamatoI, 11-14.; un atleta prestante dal fisico temprato e robusto, che eccelleva nell'esercizio fisico e nelle competizioni sportive (I, 25-27), abituato a sopportare intemperie e privazioniI, 33-40 e 51-54.; ma anche un uomo amante dei piaceri della vita, dal buon bere (I, 41-44), alla caccia (I, 23-24) e all'amore (I, 59-70), al punto da essere corteggiato sia dalle ragazze, sia dalle madri, che vedevano in lui il genero ideale (I, 71-74). Troppo perfetto per essere vero? Può darsi, ma non dimentichiamo che in vecchiaia, età in cui Massimiano dovrebbe aver composto i versi, si tende a mitizzare le imprese giovanili, in contrapposizione ai limiti e ai mali presenti. Probabilmente di origini modeste – come risulta da un accenno in III, 8 (torquebar potius rusticitate meae), dove il poeta parla dell'impaccio e del tormento derivanti dalla sua rozzezza – crebbe e fu educato a Roma, di cui descrive appieno gli usi strategici e la corruzione, acquisì fama come poeta e soprattutto come oratore, raggiungendo una elevata posizione sociale, anche se non si sa se ricoprì mai cariche politiche. Verosimilmente fu anche un maestro nelle scuole di retorica in voga all'epoca.

Il secondo riferimento contenuto nella raccolta compare al v. 48 della III elegia ed è la presenza di un personaggio storico. Come accennato sopra, Massimiano è alle prese con un dilemma amoroso: indeciso, perché inesperto, se cedere alle lusinghe di Aquilina e abbandonarsi ai piaceri, oppure resistere, dando prova di virtù e di temperanza, chiede aiuto al filosofo Boezio, che consiglia al giovane di seguire l'istinto passionale. Ma l'amore fra i due giovani è osteggiato dalle rispettive famiglie e Aquilina stessa paga con le percosse gli incontri clandestini. È lo stesso Boezio a intercedere, con doni, presso i genitori della ragazza perché non ostacolino l'amore. Ma quando Massimiano e Aquilina sono finalmente liberi di amarsi, l'amore, non più clandestino, toglie al poeta ogni entusiasmo. La vicenda si chiude con la fine della relazione e l'elogio di Boezio al ragazzo che ha saputo anteporre la virtù alla passione.

Immenso è il ventaglio di ipotesi e di discussioni che apre la presenza di questo ‘pesante’ nome proprio all'interno dell'elegia. Si può partire dal chiedersi banalmente se il Boezio citato sia il celebre filosofo o semplicemente un omonimo. Parimenti, dando per scontata l'identificazione del personaggio citato con il filosofo messo a morte da Teodorico nel 524, si può fissare nella linea cronologica un fondamentale paletto quale terminus post quem per la datazione della biografia massimianea. Ma quest'incontro sarebbe avvenuto realmente o si tratterebbe di una finzione letteraria? E poi: Massimiano e Boezio si conoscevano veramente, erano amici, semplici conoscenti o il nostro autore ritiene di citare la personalità culturale più eminente dell'epoca per un semplice – ma riverente – segno di rispetto e di ammirazione?

Si arriva, così, alla chiave di lettura da dare al componimento, bivio fondamentale per l'interpretazione dell'opera: la III elegia ha un intento parodistico? L'epiteto con cui viene presentato Boezio (magnarum scrutator maxime rerum) è manifestazione di stima o ironica presa in giro? Il tirare in ballo l'illustre filosofo per una mera questione amorosa tra due giovani nasconde l'intenzione di denigrare la personalità di Boezio oppure vuol dare maggior autorevolezza al consiglio che lo stesso elargisce in risposta? E ancora: la particolare collocazione del distico epifanico (III, 47-48), a metà dell'elegia centrale della raccolta, ha un significato simbolico o è pura casualità?

Questi sono i principali ostacoli da affrontare e da superare per poter scavare nella vita e nell'opera di Massimiano. Gli studiosi si sono interrogati sulla presenza e sul senso del nome di Boezio nell'elegia, assumendo posizioni che abbracciano le ipotesi più disparate che riassumiamo brevemente.

Per Strazzulla, dell'amicizia fra Massimiano e Boezio «non si ha nulla a dubitare» e il fatto che Massimiano riprenda nelle sue elegie «delle idee cavate dalla Consolatio Philosophiae [...] prova un certo riguardo speciale per quell'illustre filosofo».

Non dello stesso avviso Prada, che ritiene pregiudizievole considerare a priori le elegie scritte dopo la morte di Boezio e, di conseguenza, ritrovare in esse versi derivati per imitazione dall'opera boeziana. Invece, continua Prada, «per ragioni politiche, a cui non solo Massimiano, ma tutti gl'italiani dell'epoca, e soprattutto i nobili e i senatori, fra i quali dobbiamo porre anche il nostro autore, dovettero sottostare, le nostre elegie, che facevano il nome di Boezio e dimostravano apertamente una relazione d'amicizia fra i due scrittori, dovettero essere scritte prima della sua morte». Infatti, se il tono e il contesto dell'elegia sono indice di una familiarità piena di rispetto e di devozione verso il filosofo, come passare sotto silenzio qualsiasi accenno d'affettuoso accoramento, di rimpianto doveroso per lo scomparso in circostanze così tragiche? Dunque, conclude Prada, appurato il riconoscimento sincero e senza adulazione al valore dell'uomo, «la mancanza di qualsivoglia aggettivo che ricordi la triste fine di Boezio, [...] l'intonazione piuttosto allegra di tutto il carme e il fare confidenziale e vivo del dialogo, quasi attuale, personale, ci devono persuadere che la scena fu descritta, mentre il filosofo era ancora vivente e potente».

Agli antipodi si colloca invece Alfonsi, per il quale tutta la raccolta sottende un tono scherzoso e sbarazzino, e proprio nella III elegia si raggiunge «il colmo di questa irrisione e di cinismo ironico». Assolutamente da scartare, per lo studioso, qualsiasi fine pseudo-sapienziale più o meno nascosto nella presunta imitazione della Consolatio, e, d'altra parte, neppure lontanamente immaginabile che realmente Boezio si sia prestato a vestire gli equivoci panni del praeceptor amoris così come ci viene descritto nell'elegia. Già la perifrasi introduttiva di presentazione del filosofo (magnarum scrutator maxime rerum), "ridicola", e la leggerezza dell'argomento (gli scrupoli morali del poeta) sarebbero un chiaro indice dell'intento parodistico con cui Massimiano intende denigrare la speculazione boeziana: «qui Massimiano – che in fondo abbiamo visto essere unicamente uno spirito cinico ed indifferente – prende in giro le idee di filosofica ascesi proprie di Boezio e, di fronte all'alto ideale teoretico che quello colle sue opere [...] andava divulgando, pone il suo ideale di vita, libertino e gaudente».

Sulla stessa linea di Prada si pone anche Merone che tende, per ragioni però esclusivamente artistiche («passo così pieno di vivacità») a escludere il carattere fittizio del dialogo fra Boezio e Massimiano. Lo stesso Merone informa poi sulla lettura ‘politica’ di Rosario Anastasi, secondo il quale la III elegia racchiuderebbe l'intento programmatico e deliberato, da parte di Massimiano, autorevole esponente del partito gotico anti-romano, di mettere alla berlina Boezio, campione della romanità.

Già dal titolo dell'articolo di Joseph Szövérffy – Maximianus a satirist? –, si intuisce la piena concordanza dello studioso ungherese con la tesi di Anastasi: «I must agree with the final analysis of this elegy by Anastasi, who regards it as a satire and a carefully formulated attack on Boethius». Inizialmente potrebbe apparire lusinghiera la solenne presentazione, tanto da accendere il ragionevole dubbio che «the passage in question is designed to enhance the reputation of Boethius», ma il ruolo attributogli nella vicenda – chiaramente discutibile, anzi, «derogatory and insulting» – e, l'appartenenza di Massimiano alla fazione pro-gotica (desunta dalla totale assenza di riferimenti all'attualità politica dell'epoca), portano alla conclusione che «its satirical contents can hardly be seriously doubted».

Le posizioni degli studiosi sull'argomento sembrano alternarsi con precisa cadenza temporale: così per Niccoli, il colloquio fra Massimiano e Boezio, storicamente fissabile intorno al 510, potrebbe essere «realmente esistito, come è reale l'amore del poeta per Aquilina».

È Agozzino a indicare una possibile via d'uscita da questa querelle, presentandola sotto una prospettiva diversa: analizzare il problema della relazione fra Boezio e Massimiano non sul piano della biografia, abbastanza trascurabile, ma sul piano letterario. Così la III elegia, centro della raccolta, e l'episodio della curatio malorum boeziana diventa la «“chiave” di tutto litinerarium del poeta […] e la repetibilità infinita di una esperienza sapienziale, che è la vera ragione del centone, vi è esplicitamente dichiarata.[…] Boezio impone la prova. Da essa nasce l'autentica saggezza, di cui si avrà ricordo ed esperita certezza». A un ruolo serio del filosofo, con annessa curatio per i mali dell'anima, crede anche Tandoi, per il quale le precedenti ventilate letture in chiave satirico-parodistico sono da rigettare come «velleitarie, inaccettabili».