Om è un album discografico di John Coltrane registrato nel 1965 ma pubblicato postumo nel gennaio 1968 dalla Impulse! Records.Billboard Feb 3, 1968Porter, Lewis. Blue Trane - La vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 2006, pag. 390
Il disco, che vede la presenza del quartetto classico di Coltrane con l'aggiunta di tre elementi, consiste in una singola traccia, della durata di 29 minuti circa, di free jazz d'avanguardia rumoristico, cacofonico e dissonante. Il brano fu diviso in due parti nella versione originale in LP.
Descrizione Nell'ottobre 1965, Coltrane registrò il brano Om riferendosi alla sillaba sacra nella religione Indù, che simbolizza l'infinito e l'intero universo, e che corrisponde al nome mistico di Dio, oltre che indicare l'essenza della spiritualità stessa. Coltrane descrisse Om come "la prima sillaba, la parola essenziale, il verbo della forza". I 29 minuti della registrazione contengono canti del Bhagavadgītā, un poema epico indù. Sebbene svariate fonti indichino erroneamente la data di incisione in studio (1º ottobre 1965) come data di pubblicazione dell'album, il disco venne pubblicato postumo nel gennaio 1968 dopo la morte di Coltrane. Coltrane e Pharoah Sanders presero spunto da un testo buddista, il Libro tibetano dei morti, prendendo in esame un brano che descrive la verbalizzazione primordiale "om" come un comune denominatore cosmico e spirituale di tutte le cose.
L'album non fu accolto favorevolmente da critica e pubblico. Parte della critica lo reputò il peggior album di Coltrane, e si è spesso creduto che il disco fosse il risultato di un viaggio sotto l'effetto di LSD, essendo stato registrato sotto l'influsso di tale droga, ma altre fonti sostengono invece che ciò sia soltanto una diceria.
Origine Nel periodo dal 14 al 26 settembre 1965, il John Coltrane Quartet suonò in un ingaggio al Jazz Workshop di San Francisco. Il sassofonista Pharoah Sanders, che scriveva musica che Coltrane ammirava, e che aveva già registrato con Coltrane in Ascension, andò ad ascoltare il gruppo e fu invitato a partecipare. Secondo Sanders: «[Egli] disse allora che stava pensando di cambiare il gruppo e cambiare la musica, per ottenere suoni diversi. Mi chiese di suonare con lui». Nello stesso periodo, anche al polistrumentista Donald Garrett, che aveva suonato con il gruppo di Coltrane nel 1961 come secondo contrabbassista, fu chiesto di unirsi alla band. Al termine dell'ingaggio di due settimane, sia Sanders sia Garrett furono inseriti nel gruppo, già dal prossimo impegno, fissato dal 27 settembre al 2 ottobre, al The Penthouse di Seattle.
Durante la permanenza a Seattle, Coltrane decise di documentare a proprie spese il gruppo appena allargato, ingaggiando l'ingegnere del suono Jan Kurtis per il concerto del 30 settembre. Il materiale registrato fu pubblicato nel 1971 in Live in Seattle, con tracce aggiuntive pubblicate nel 2011 in The Unissued Seattle Broadcast. Il giorno dopo, l'intera band, con l'aggiunta di Joe Brazil, si recò presso lo studio di Kurtis, i Camelot Sound Studios di Lynnwood, per incidere Om. Il giorno seguente, la band concluse il proprio impegno a Seattle al The Penthouse con un'esecuzione di A Love Supreme, una registrazione pubblicata nel 2021 nel disco A Love Supreme: Live in Seattle, per poi dirigersi a Los Angeles per un ingaggio di undici giorni all'It Club, durante il quale registrarono i brani Kulu Sé Mama (Juno Sé Mama) e Selflessness, entrambi presenti nella versione CD dell'album Kulu Sé Mama.
Musica
Il titolo dell'album si riferisce alla sillaba sacra nella religione Indù. Coltrane descrisse Om come "la prima vibrazione - quel suono, quello spirito, che ha dato vita a tutto il resto. È la Parola da cui provengono tutti gli uomini e tutto il resto, compresi tutti i possibili suoni che l'uomo può emettere vocalmente. È la prima sillaba, la parola primordiale, la parola di potere."
Nel brano Om, oltre a suoni non tipicamente jazz, rumoristici, cacofonici, e dissonanti, Coltrane e Sanders recitano un brano tratto dal poema indù Bhagavadgītā all'inizio e alla fine della composizione. Coltrane (affiancato da Sanders, Tyner, Garrison, Garrett, Elvin Jones ed il flautista Joe Brazil) esegue un brano free-form dalla durata di 29 minuti. Il brano inizia con un breve incanto recitato da Coltrane e da altri musicisti del gruppo. Come sottofondo alle parole si ode un brusio di ritmiche e sonorità eseguite da Brazil con il flauto. Inizia poi un diluvio sassofonico, seguito dalla linea saltellante del pianoforte di Tyner e dalla combinazione orientaleggiante di flauto e clarinetto basso. La leggenda narra insistentemente che Coltrane avesse fatto uso di LSD durante le sedute di registrazione, e anche se non è certo che abbia registrato Om sotto l'effetto dell'acido lisergico, più o meno in questo periodo il sassofonista iniziò a farne uso. Già l'inizio trasporta subito l'ascoltatore in un'Africa immaginaria: si ascoltano percussioni varie, e sopra di esse una mbira, il piccolo strumento africano a lamelle pizzicate con i pollici. Segue una salmodia recitata dai musicisti, che si conclude sulla parola "om", la quale inizia un free collettivo. Nel disco è presente anche un flauto (Joe Brazil).
La registrazione inizia con delle percussioni tranquille, dopo le quali i musicisti cantano all'unisono un verso del capitolo nove della Bhagavadgītā:
A proposito di questa sezione, lo scrittore Peter Bebergal commentò:
(Guerino Mazzola e Paul Cherlin suggerirono che la traccia Evolution presente nell'album Live in Seattle, registrata il giorno precedente, e caratterizzata da "gemiti simili alla trance", può essere ascoltata come un diretto antenato del canto in Om.)
Il canto è seguito da un passaggio corale denso e forte, dopo il quale Coltrane, Sanders e Tyner fanno un assolo. Gli assoli sono seguiti da quello che è stato descritto come "jungle sound" in cui "la cultura del jazz, o di qualsiasi tipo di civiltà, viene lasciata alle spalle". Questa sezione presenta, tra le altre cose, flauti tremolanti, versi di animali, una voce jodel e l'esecuzione di armonici e glissandi con l'archetto da parte di entrambi i contrabbassi. Questo porta a un duetto Coltrane/Sanders e a un passaggio culminante d'insieme, dopo il quale si sente di nuovo la parola "om", seguita dalla recitazione finale del verso della Bhagavadgītā.
Nelle note interne dell'album, Nat Hentoff scrisse: "Può darsi che per infrangere i limiti circoscritti dell'udito convenzionale, l'orecchio debba essere spinto a percepire suoni e toni che ha respinto in passato, proprio come la compassione non si ottiene nel comfort convenzionale. E una volta ascoltati e assorbiti, questi suoni conducono a ulteriori estensioni delle capacità di ascolto e di percezione... Nella misura in cui si possa consigliare a qualcun altro come ascoltare, suggerirei di iniziare a non preoccuparsi di come sia strutturato il tutto, di dove stia portando. Lasciate che la musica entri senza definizioni preimpostate di cosa debba essere il jazz, di cosa debba essere la musica."
Pubblicazione e accoglienza
Secondo Eric Nisenson, Coltrane, "chiaramente imbarazzato da Om, disse a Bob Thiele di non volere che venisse mai pubblicato." Tuttavia, Thiele, dirigente e produttore della Impulse!, lo fece uscire nel gennaio 1968 per capitalizzare sulla morte di Coltrane e sulla crescente scena rock psichedelica dell'epoca. Alla sua pubblicazione, "una copia dell'album fu quasi immediatamente messa in vetrina nello Psychedelic Shop del quartiere di Haight-Ashbury." Lo studioso di Coltrane Ashley Kahn scrisse: "Nel titolo e nella copertina, non avrebbe potuto essere più tempestivo, legandosi all'aspetto e all'atmosfera dell'anno che portò alla luce la Summer of Love."
Il giudizio della critica sull'album è alquanto discorde. Secondo Lewis Porter, "alcuni fan rimasero sorpresi dal canto del gruppo... Coltrane stava permettendo un'informalità e uno spiritualismo nelle sue registrazioni e nelle sue esibizioni che alcuni trovavano amatoriali; altri lo trovarono liberatorio e rivoluzionario." David Nelson McCarthy definì Om "l'unica uscita maggiore di Coltrane di qualità discutibile... con suoni striduli e voci lamentose, questo è solo per veri appassionati e completisti." Ben Ratliff lo descrisse come "una catarsi abbastanza sconnessa, agitata, fangosa, della durata di ventinove minuti".
In una recensione per AllMusic, Stacia Proefrock commentò: "Condannato da molti critici come il peggior album di John Coltrane, Om soffre solo in confronto alle grandi opere che l'hanno preceduto... Om... sembra... una pura liberazione di energia... A prescindere dal suo apparente caos, quest'opera è profondamente spirituale... Om risuona di passione e desiderio, ma ha un tono frenetico che suggerisce che aprirsi a tutta quella potente energia spirituale potrebbe essere stata un'esperienza spaventosa... Om non merita il rifiuto che gli è stato riservato dalla critica. È un'opera importante nella storia del free jazz che si apre considerevolmente alla fine dei suoi 29 minuti, rivelando i vasti contenuti della mente di un maestro del jazz".
Guerino Mazzola e Paul Cherlin scrissero che "se paragonato agli altri LP di quell'anno (1965), Om viva su un altro pianeta... Questo viaggio non è per principianti... Sarebbe giusto ascoltare questa performance senza alcun riferimento al jazz o a qualsiasi altra espressione musicale disciplinata." In un articolo per All About Jazz, Simon Weil scrisse: "Om può essere definito terrificante. Ci sono momenti, in particolare durante i passaggi finali all'unisono, in cui sembra di essere colpiti in testa da un oggetto contundente. Diventa insopportabile. Ma credo che un simile effetto fosse in linea con le intenzioni di Coltrane... Coltrane cerca di evocare la voce di Dio all'alba della Creazione in questo brano. Ma ascoltare la voce di Dio all'alba della Creazione è molto simile a confrontarsi con il volto di Dio. Sarà un'esperienza fantastica e travolgente, che si può sopportare solo per un certo periodo. Ma penso che ci debba essere anche una certa insopportabilità nella musica, perché non si dovrebbe essere in grado di guardare Dio in faccia, né di ascoltare la sua voce senza tremare un po'. Quindi Om deve essere "difficile".
Ashley Kahn descrisse Om come "un'unica composizione epica e spiraleggiante che... fonde musicalmente l'energia spontanea di Ascension con la risonanza spirituale di A Love Supreme". Un recensore della Norman Records ha definito Om "una delle esperienze psichedeliche più singolari della musica, un caleidoscopio totalizzante che ci offre uno sguardo raro su un Coltrane completamente libero", e ha concluso: "Se cercate la catarsi nella discografia di Coltrane, Om è il posto dove la troverete".