La storia di Guardiagrele vede la nascita della città durante il Medioevo, nell'XI secolo circa. Benché si abbiano notizie di una necropoli paleolitica nella località Comino, la città fu fondata dai Normanni come agglomerato di due villaggi fortificati, Guardia e Graeli. Nel XIV secolo la città vide l'esplosione artistica del gotico, il cui massimo rappresentante fu Nicola da Guardiagrele; inoltre per la ricchezza dei commerci, ebbe anche il privilegio da Ladislao di Durazzo di battere moneta. Nei secoli successivi il Medioevo, le sorti della città dipendettero da Chieti, e la città cadde in decadenza dopo i danni del terremoto della Maiella del 1706, riacquistando importanza artistica ed economica solo nel secondo dopoguerra.
La fondazione: tra realtà e leggenda Le origini della città vedono mischiate tra loro realtà e leggenda, alimentata e arricchita dagli storici locali con aneddoti e invenzioni, tra i quali si ricordano padre Nicola Colagreco del convento di San Francesco, Giuseppe Iezzi e Francesco Paolo Ranieri; tuttavia per le origini di Guardiagrele è intervenuto anche Domenico Romanelli con la tesi della perduta città di Romulea, leggendo male gli appunti dell'Antinori e le descrizioni di Tito Livio, alimentando la leggenda di una città perduta al tempo dei Romani. Le tesi su ciò sono state smentite in parte dell'archeologo Giulio De Petra che fece scavi a Cluviae di località La Roma (in territorio di Casoli), poi da altri archeologi quali Adriano La Regina, e dallo storico guardiese Lucio TaraborrelliA. La Regina "Cluviae e il territorio Carecino", estratto da: "Rendiconti della classe di scienze morali, storiche e filologiche, sr. 8, v. 22, 1967", Roma, Accademia nazionale dei Lincei, 1967..
C'è un altro mito che la storiografia moderna sta sfatando, la giustificazione della difficoltà di redigere una documentata storia della città, come hanno detto gli storici locali Angelo De Luca, Giacinto Vitacolonna, Giuseppe Iezzi e Francesco Ranieri; il motivo sarebbe che gran parte dei documenti di Statuti e privilegi esistenti in situ, che avrebbero permesso di ricostruire la storia più antica di Guardiagrele andarono distrutti durante l'invasione francese del 1799, poiché gli orsognesi, cugini nemici di Guardiagrele, il 25 febbraio 1799 con l'ausilio francese entrarono nella città e bruciarono l'archivio comunale presso il convento dei Francescani. Le fonti per il Medioevo in effetti, come ha osservato Taraborrelli restano il Cartulario dell'ex abbazia di San Salvatore alla Maiella, documenti della Curia arcivescovile di Chieti, e gli Annali dell'Antinori, tra gli studi più recenti invece quelli sul Medioevo abruzzese di Luigi Pellegrini e Lucio Taraborrelli.
Tra le leggende della storiografia guardiese, sull'origine remota del paese, vi è la fondazione da parte dei Pelasgi nel II millennio a.C., leggenda riportata in gran parte dai testi riguardanti la fondazione, opere di Romanelli, di Colagreco, e Ranieri, ma non supportata da rinvenimenti archeologici in situ, eccettuata la necropoli di Comino (IX-VIII sec. a.C.), che però riguarda tombe di varie popolazioni Marrucine e Carecine, e non giustificherebbe l'esistenza di una città italica importante nell'altura di Guardiagrele.
Nonostante i numerosi rinvenimenti archeologici delle contrade, tra cui Piano Venna, Villa San Vincenzo, Melone, Comino, attribuiti all'epoca protostorica, italica e romana, conservati nel Museo archeologico Filippo Ferrari di Guardiagrele, testimoniando una presenza di villaggi in questa area a confine con i Marrucini di Teate e i Frentani di Anxanum, non vi sono dati archeologici, né tracce di monete o ruderi che riconducono a un periodo precedente il IX secolo d.C. l'esistenza di un centro vero e proprio, nell'area dell'attuale paese di Guardiagrele, a differenza delle descrizioni appassionate di Colagreco e Ranieri di un fiorente centro economico con templi e monumenti. Infatti lo stesso Ranieri, citando nelle sue Memorie postume la Cronaca di Colagrevo, riconosceva improbabili iscrizioni murarie abrase dal tempo nelle principali chiese di San Nicola, San Silvestro e Santa Maria Maggiore, sostenendo che le chiese fossero state edificate su sontuosi templi.
L'ascendenza pagana che le fonti attribuiscono ad alcune chiese del centro storico, come le chiese di San Nicola, San Silvestro e il Duomo, non è sostenuta da documenti, se non dalla cronaca del falsario Padre Nicola Colagreco, da cui attinsero tutti gli altri storiografi locali. Manca infatti, anche presso gli storici quali Strabone, Plinio il Vecchio, Tito Livio, ecc. ogni riferimento all'età imperiale o tardoantica, con documenti o citazioni in lapidi o nelle memorie degli storiografi romani e specialmente nelle Memorie di storiografi più recenti che si sono occupati dell'area Frentana, come Pietro Pollidori, Domenico Romanelli o Anton Ludovico Antinori; alcune affermazioni pollidoriane su Guardiagrele sono state contestate, data la sua fama di produttore di documenti falsi e campanilistici. Risulta invece attestata la persistenza di un ordinamento paganico-vicano in tutta la zona prima dell'arrivo dei Longobardi, benché secondo Taraborrelli non sarebbe sorta prima dell'XI secolo con l'edificazione del Torrione di Guardiagrele. Tale insediamento rurale corrisponderebbe alla località detta oggi Villa di Grele.
Nel saggio In Terra nostra Guardiegrelis (2014) egli ipotizza che dalle citazioni dei documenti del monastero di San Salvatore della Maiella, in zona esistevano vari villaggi e curtes, tra cui un castrum di Sant'Angelo in Trifinio (contrada Melone) il castrum di Comino, rifortificato dai Normanni, e la villa di Grele, che sorgeva sotto il Piano del torrione di piazza Garibaldi.
La necropoli di Comino
Si trova nella frazione di Comino, in località Raselli. Venne scoperta per la prima volta dal parroco don Filippo Ferrari, a cui è intitolato il museo civico archeologico di Guardiagrele, presso i locali dell'ex convento di San Francesco, il quale nel 1913 pubblicò uno studio dettagliato sui reperti archeologici rinvenuti. Nuovi attenti scavi della Soprintendenza del 1998 hanno riportato alla luce 65 tombe comprese tra il X e gli inizi del III secolo a.C.G. Lattanzi, CulturAbruzzo. Arte, storia e tradizione, Anno I 2005, Carsa edizioni, Pescara 2005, p. 40. Si tratta di una grande necropoli italica usata dalle popolazioni pre-italiche, e successivamente da quelle dei Marrucini (Chieti), Carricini (Torricella Peligna), e dai Frentani (Casoli, Cluviae), e si dividono in 4 ordini per categorie sociale, con numerosi corredi funebri, maschili e femminili, alcuni dei quali di grande interesse archeologico. I rinvenimenti, il vasellame e i corredi funebri sono stati conservati nel museo archeologico di Guardiagrele e nel Museo archeologico nazionale di Chieti, poiché sopra l'attuale area di Comino sorge la scuola elementare, poiché si tratta di terreno privato.
La tomba maschile 38 aveva lo scheletro del defunto contornato di oggetti di bronzo, come la spada completa di fodero finemente decorato, una punta di lancia, una fibula a due pezzi, un rasoio e un bracciale e quattro vasi. Nel secondo settore sociale delle sepolture del VIII-VI sec, ci sono tombe a tumulo che hanno restituito vari oggetti di bronzo, le tombe del V-III sec, del terzo settore, appartengono alla categoria a fossa molto profonda, di cui ci sono poche testimonianze. Di questo periodo la tipologia a fossa terragna a margini netti è la più usata, dove lo scheletro giace supino, contornato da oggetti funebri. Nelle sepolture femminili compaiono pochi ornamenti, spesso perle in pasta vitrea, qualche anello di bronzo e delle fibule. L'ultimo settore di tombe appartiene alla fase ellenistica del II-I sec. a.C., con corredi molto poveri, segno che la civiltà locale era in grave decadenza, e che le persone influenti s'erano spostate in altre realtà presso la Maiella, come appunto Chieti e Guardiagrele.
La Grele romana
Alcuni studiosi locali del XIX-XX secolo, come Francesco Paolo Ranieri, Giuseppe Iezzi e Filippo Ferrari, basandosi sull'errato testo di Colagreco riportano un'iscrizione secondo cui il toponimo "Guardiagrele" sarebbe nato da Aelion (discendente dal greco Elio, il dio Sole), per poi diventare "Graelion" (nome del capitano longobardo Grelio che conquistò il paese), e da qui Graelium, Graelle, e infine "Grele"; tale ipotesi, benché scritta in maniera romanzata, è riportata anche da Gabriele D'Annunzio nel libro Il trionfo della morte (1894), quando descrive la "città di pietra". Nel Catalogus baronum del XII secolo il paese è noto come Grele. Per quanto riguarda il secondo toponimo "Guardia" si ipotizza che provenga dal germanico "warda", per indicare una postazione militare, dato che il paese venne forse cinto da mura di fortificazione dai Longobardi, poi dai Franchi e poi dai Normanni, che realizzarono un recinto di mura attorno al torrione maestro o dongione longobardo, l'attuale Torre Orsini in piazza Garibaldi; le mura che occupavano il Piano, oggi piazza Garibaldi, sono state definitivamente demolite nei primi anni del '900, lasciando solo una schiera di case che si collegavano alla torre dell'Acquedotto, la torre minore della cinta, e parte di case-mura collegate alla chiesetta della Madonna del Rosario, con la porta del Vento o "di Grele".
Nel libro del Catalogus di Ruggero II di Sicilia si parla infatti di "clerici castri de Guardia Grelis". Tali due città successivamente si sarebbero unite nel punto baricentrico (allora periferia) dell'attuale Piazza Santa Maria Maggiore.
Gli errori dello storico Francesco Paolo Ranieri Si ritiene, leggendo Francesco Paolo Ranieri, che la città di Grele fosse sorta con gli Italici Frentani, che edificarono l'arx presso l'attuale Largo Garibaldi, dove si trova il torrione longobardo o degli Orsini.F.P. Ranieri, Guardiagrele. Memorie e monumenti paesani, Tipografia Masciangelo, Lanciano 1926-27, p. 1. Ma allo stesso tempo ci sono contraddizioni poiché le prime menzioni della città sarebbero legate all'anno 84 d.C., quando un manipolo di nobiluomini era intento a coltivare le arti nella cittadina isolata dagli eventi storici della decadenza di Roma.
Il paese originario doveva essere un agglomerato di case sparse, dato che il sistema edificatorio a case racchiuse fu sperimentato tra il IX e il X secolo d.C., dopo le invasioni saracene ed ungare, con l'erezione appunto di castelli di guardia. Sempre da ipotesi, si può desumere che la cittadina all'epoca della conquista romana, avesse il tipico governo sannita del meddix touticus, fosse dotata di un foro e di templi, e che comunicasse commercialmente con le altre realtà dei Marrucini (Danzica, Touta Marouca - Rapino), Teate (Chieti), Buca (Vasto), Cluviae (Casoli) e Anxanum (Lanciano), città dei Frentani.