La Regia Armata Sarda (o anche Armata Sarda, Reale esercito Sardo-Piemontese, Esercito Sabaudo o semplicemente Esercito Piemontese) fu l'esercito di terra dello Stato sabaudo, attivo dal XVI-XVII secolo sino al 4 maggio 1861, data nella quale divenne nota col nome di Regio Esercito Italiano.
Anche se non è una regola, solitamente si usa l'espressione "Esercito sabaudo" in riferimento al periodo in cui i Savoia detenevano il titolo ducale, mentre si preferisce "Armata sarda" o "Esercito sardo" in riferimento all'epoca in cui essi ottennero il titolo di Re di Sardegna.
Storia Le origini e la milizia
Nel 1414 la contea di Savoia venne elevata a Ducato. Da quest'epoca le unità militari di cui disponeva il ducato sabaudo erano concentrate in Piemonte e in Valle d'Aosta ove il mantenimento delle stesse avveniva per mezzo della signoria feudale locale che, conseguendo il patronato di alcuni reggimenti, le manteneva al servizio dello Stato e nel contempo radicate sul territorio.
Ad apportare notevoli cambiamenti fu Emanuele Filiberto, detto Testa di Ferro il quale si prodigò largamente per riformare radicalmente l'embrione che sarebbe diventato l'esercito sabaudo rendendolo sempre più una componente stabile dello Stato e nel contempo slegandolo dai feudatari locali (il che gli consentì anche di avere un controllo più radicale sulla regione piemontese), assicurandosene la fedeltà. A questo scopo venne creata la "milizia paesana", ufficializzata il 5 luglio 1566. Il comando delle truppe da questo momento passò ufficialmente nelle mani del duca di Savoia, ma non essendovi un limite di età o di congedo per il servizio, molti soldati rimanevano in servizio a lungo lasciando che la qualità dell'esercito ne risentisse. In quest'epoca era inoltre poca o inesistente la preparazione e l'organico presente lasciava a desiderare in quanto ad esperienza sul campo.
Fu col Seicento che l'esercito piemontese ebbe un notevole rilancio e causa di questi sostanziali mutamenti fu ovviamente la politica estera intrapresa dal governo sabaudo e anche dalla sua nuova condizione interna. Durante la prima metà del XVII secolo l'esercito sabaudo non ebbe una forza e un'organizzazione fissa, ma essa variava molto dai periodi di pace a quelli di guerra ed era essenzialmente composta da reggimenti reclutati da nobili illustri per conto del Duca, da reggimenti di mercenari e da reggimenti religionari, cioè formati da protestanti perlopiù francesi.
I primi Reggimenti Nel 1664 si ebbe una prima organizzazione con la creazione di Reggimenti di "proprietà" del Duca che ricevettero una Bandiera comune con le Armi ducali in sostituzione di quelle raffiguranti le Armi dei Comandanti. Sette anni dopo, nel 1671, l'Esercito venne anche dotato di un'uniforme che era grigio chiaro per quasi tutti i reparti, quindi molto simile a quella da poco adottata dall'esercito francese, che l'esigua Armata Ducale ebbe alternativamente contro o al suo fianco durante le frequenti guerre. Da questi anni fino alla metà del settecento l'esercito piemontese fu molto aperto alle novità e costantemente modernizzato, soprattutto sotto il regno di Vittorio Amedeo II. Le due riforme più importanti di quegli anni furono probabilmente la creazione della specialità dei granatieri e l'abolizione dei picchieri, avvenute entrambe nel 1685, la seconda, soprattutto, avvenne con largo anticipo sulla maggior parte degli eserciti europei, infatti i francesi e gli spagnoli le abolirono circa quindici anni dopo. L'esercito ducale nel 1691 contava 12 reggimenti di fanteria, 3 di dragoni e 2 di cavalleria.
Altrettanto importante, anche se successivo, fu il Regolamento del 1709, che si ispirava alla disciplina prussiana osservata durante la Battaglia di Torino e alle tattiche di fuoco inglesi e olandesi. Così venne adottato il fuoco di plotone a ranghi serrati in sostituzione di quello di fila a ranghi aperti. La differenza sta nel fatto che nel fuoco di fila i soldati si schierato su 4 o più file distanti 4 metri e tutti i soldati di una fila fanno fuoco contemporaneamente con un certo intervallo tra il fuoco delle differenti file, così da fare un fuoco il più possibile costante. Invece nel fuoco per plotone i soldati vengono schierati su tre file ravvicinate e il loro fronte diviso in plotoni in ognuno dei quali i soldati delle tre file fanno fuoco contemporaneamente, seguiti ad intervalli regolari dagli altri plotoni. Questo ordinamento rimase per tutta la prima metà del XVIII secolo lo standard seguito da tutti i reparti.
L'Armata sarda I duchi di Savoia nel luglio 1713 ottennero il titolo regale, come re di Sicilia, fino a quando nel 1720 lo cedettero per il Regno di Sardegna. Nel 1713 l'esercito sabaudo era suddiviso in fanteria d'ordinanza, nazionale e straniera, e della neocostituita fanteria provinciale, che sostituiva la milizia. Così nel 1714 l'esercito fu denominato "regio" anziché ducale. In Sicilia vennero formati due reggimenti, "Gioeni" e "Valguarnera", che quando fu lasciata l'isola sarebbero stati unificati nel reggimento di Sicilia. Nel 1716 fu costituita l’Intendenza Generale di Guerra (corpo di commissariato). Nel periodo 1718-1720 i reggimenti dei Savoia combatterono sull'isola contro gli spagnoli. Allo scoppio della guerra erano attivi, tra la terraferma e la Sicilia, 19 reggimenti fanteria (di cui 4 di mercenari stranieri), 2 di cavalleria, 3 di dragoni, uno di artiglieria e uno di fanteria di marina.
Nel XVIII secolo l'esercito fu, insieme all'abilità nello stringere alleanze, il principale strumento di cui si servirono i sovrani sabaudi (come Vittorio Amedeo II e il successore Carlo Emanuele III), che assicurò allo stato piemontese la sua espansione territoriale e l'ascesa a potenza internazionale, partecipando alle principali guerre scoppiate nel periodo (guerre di successione spagnola, polacca ed austriaca). Non a caso il Piemonte in questo periodo venne definito "la Prussia d'Italia".
Durante tutto il secolo ci fu una generale tendenza all'ampliamento dell'esercito che, nel 1747 era passato a 32 reggimenti di fanteria, ma la cavalleria continuava ad essere formata da 2 reggimenti, mentre i dragoni erano saliti a 5 reggimenti. In quanto ai numeri, sappiamo che nel 1774 il quantitativo totale di truppe sabaude raggiungeva le 100.000 unità e fu in quell'occasione che venne introdotto il regolamento relativo alla durata del servizio militare permanente. Il re manteneva il controllo delle truppe supportato da uno stato maggiore composto da aiutanti e da 28 generali esperti tutti di provenienza aristocratica (i nobili avevano il 78% delle cariche delle armi nobili), mentre nei vari gradi delle armi di fanteria e cavalleria i borghesi erano costituiti dal 20%. Il resto dell'esercito era ancora costituito dal popolo.
Dopo l'Armistizio di Cherasco del 1796 ed il tentativo da parte del Regno di Sardegna di opporsi all'invasione napoleonica, l'Armata Sarda veniva gradualmente smobilitata per poi andare a formare con le sue ceneri corpi al servizio della Repubblica Subalpina prima e del Regno d'Italia napoleonico poi.
Con la restaurazione, Vittorio Emanuele I dal 1815 provvide la ricostruzione dell'esercito piemontese organizzato su 10 brigate di fanteria col supporto di cavalleria, artiglieria e genio, il tutto inquadrato in due grandi corpi d'armata ciascuno su 2 divisioni, oltre ad una divisione di riserva. Fu anche conservata la coscrizione obbligatoria, già introdotta in Piemonte da Napoleone.
Nel 1848 esso dovette affrontare nella prima guerra d'indipendenza italiana l'esercito austroungarico. Mobilitato il 1º marzo 1848, al momento dell'insurrezione di Milano l'esercito del Regno di Sardegna contava i 4/5 dei suoi effettivi, e cioè 65.000 uomini, con due corpi d'armata, ciascuno con due divisioni, oltre a una divisione di riserva. Nella seconda campagna militare, nel marzo 1849, le divisioni da 5 erano giunte a 8, per un ammontare di circa 115.000 uomini. La guerra si concluse con la sconfitta piemontese nella battaglia di Novara.
Il regno di Vittorio Emanuele II e la seconda guerra d'indipendenza
Sotto il regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, la regia armata sarda cambiò molti dei propri aspetti, ingrandendosi ma aumentando anche la propria qualità e la propria forza. Nel 1855 per la prima volta fu creato un corpo di spedizione di circa 15.000 uomini (circa un terzo delle forze) per prendere parte alla guerra di Crimea.
Nel 1858, appena prima della seconda guerra d'indipendenza italiana, venne varato un nuovo codice militare firmato dal sovrano che si proponeva innanzitutto di regolarizzare il periodo del servizio militare, portandolo a 5 anni di ferma più 6 di riserva fino ai 30 anni compiuti con 50 giorni l'anno obbligatori di istruzione ed allenamento. La ferma, inoltre, venne divisa in due specie, d'ordinanza e provinciale. La prima era destinata ai carabinieri reali, agli armaioli, ai musicanti, ai moschettieri ed ai volontari, mentre la seconda era applicata a tutti gli altri soldati con l'eccezione che questi ultimi, se promossi sottufficiali, erano obbligati a rimanere 8 anni alle armi (a meno che il governo non disponesse diversamente).
Con questa riforma vennero esclusi dal servizio militare i condannati ai lavori forzati, i condannati alla pena della reclusione o dell'esilio, i colpevoli di reati riferiti al codice penale, i condannati dai tribunali esteri a pene corrispondenti e anche gli esecutori di giustizia come giudici o magistrati, nonché i loro figli, i loro aiutanti, i figli degli aiutanti.
L'esercito piemontese in questo periodo raggiunse la forza totale di 79.000 uomini circa di cui 22.000 ufficiali e 56.000 uomini della truppa oltre a circa 20.000 tra ufficiali e soldati dei corpi volontari non piemontesi (come i Cacciatori delle Alpi). I volontari dell'esercito regolare ammontavano a circa 20.000 uomini. La chiamata e l'assegnazione avveniva per sorteggio ed era prevista la sostituzione dietro pagamento o con parente corrispondente. La ripartizione avveniva in base alle età ed i soldati più anziani e non analfabeti fornivano i caporali e tra questi venivano scelti i sergenti in base al merito. In totale sei divisioni, di cui una di cavalleria.
Nel 1860 esso inglobò nuove divisioni formate dalla Lega dell'Italia Centrale (comprendente Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena e Legazione delle Romagne).
Dopo la campagna piemontese in Italia centrale con il IV e il V corpo d'armata, e l'annessione del regno delle Due Sicilie, che portò all'unità d'Italia nel febbraio 1861, incorporò tra le sue file l'Esercito delle Due Sicilie e parte dell'Esercito meridionale garibaldino e il 4 maggio 1861 assunse la denominazione di Regio Esercito italiano.
Organizzazione Presso i reggimenti vi erano delle scuole per soldati nelle quali si insegnava a leggere, scrivere e far di conto. Secondo i regolamenti del 1853 sappiamo che la paga del soldato medio in pace era di 15 centesimi, aumentati a 25 in caso di guerra, oltre all'assegnazione di una razione di pane, 830g di legna in estate e 1660g d'inverno (per i sottufficiali il doppio), oltre ad un sussidio giornaliero corrisposto alle eventuali mogli dei soldati e due razioni di pane al giorno.
Fanteria
La fanteria costituiva la base dell'armata sarda ed era al suo interno suddivisa in diverse tipologie: Fanteria d'ordinanza nazionale, legione leggera, fanteria d'ordinanza estera, fanteria provinciale, legione degli accampamenti, corpi franchi e milizia territoriale.
Fanteria d'ordinanza nazionale era costituita da personale appiedato (fucilieri e granatieri) reclutato nei territori del ducato di Savoia ed era facilmente utilizzabile sul territorio. In tempo di pace il suo organico era composto da circa 20.000 unità, ma poteva raggiungere in caso di guerra l'ampiezza di 50.000 uomini. Legione reale leggera