La guerra del Kippur o حرب تشرين, Ḥarb Tishrīn; , nota anche come guerra d'ottobre, quarta guerra arabo-israeliana o nelle nazioni arabe come guerra del Ramadan, fu un conflitto armato combattuto dal 6 al 25 ottobre 1973 tra un'alleanza di eserciti arabi, principalmente di Egitto e Siria, e lo stato di Israele.

Il conflitto ebbe inizio con l'attacco improvviso da parte degli eserciti di Egitto e Siria, che colse di sorpresa la dirigenza politico-militare israeliana nel pieno della giornata festiva ebraica dello Yom Kippur (il Giorno dell'espiazione), mettendo in forte difficoltà le Forze di difesa israeliane. Le truppe egiziane, ben equipaggiate con missili sovietici anticarro e antiaereo, attraversarono con successo il canale di Suez e respinsero con pesanti perdite i primi affrettati contrattacchi israeliani, mentre contemporaneamente le forze corazzate siriane penetravano nel Golan.

Gli israeliani si trovarono così in grande difficoltà e si temette un crollo soprattutto nel Golan; nella seconda parte della guerra, tuttavia, le unità corazzate israeliane riuscirono a passare alla controffensiva, respinsero i siriani e penetrarono in Egitto, riattraversando a sorpresa il canale e intrappolando la 3ª Armata egiziana nel deserto del Sinai. L'intervento delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, riuscì a evitare unescalation del conflitto e, dopo alcune fasi drammatiche che fecero temere un conflitto globale, impose un cessate il fuoco alle parti in lotta.

La guerra terminò quindi senza esiti risolutivi dal punto di vista militare, ma segnò un importante successo politico e propagandistico per gli arabi, che si dimostrarono per la prima volta in grado di mettere in difficoltà militare Israele, che al contrario aveva sconfitto pesantemente i propri avversari nella precedente guerra dei sei giorni del 1967. Nello Stato ebraico l'andamento della guerra e soprattutto la sorpresa iniziale innescarono forti polemiche politiche, che culminarono con le dimissioni del primo ministro Golda Meir, del ministro della difesa Moshe Dayan e del capo di stato maggiore David Elazar.

La guerra inoltre ebbe pesanti conseguenze nell'economia e nella politica di molti Paesi per la decisione dei paesi arabi associati all'OPEC (l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) di sostenere l'azione di Egitto e Siria tramite robusti aumenti del prezzo al barile e un embargo nei confronti dei paesi maggiormente filoisraeliani, atto che diede il via alla crisi petrolifera che provocò, a partire dalla fine del 1973 e per tutti gli anni settanta almeno, notevoli ripercussioni economiche e sociali in quasi tutto il mondo.

Il conflitto arabo-israeliano

Dopo la guerra dei sei giorni

La guerra dei sei giorni del giugno 1967 si era conclusa con la totale vittoria di Israele, che in brevissimo tempo era divenuta la potenza militare dominante del Medio Oriente; gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania erano stati quasi distrutti e le truppe israeliane avevano occupato la penisola del Sinai, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, le alture del Golan e Gerusalemme Est; Israele si era trasformata in potenza occupante su un territorio abitato da oltre un milione di palestinesi. Nell'atmosfera euforica successiva alla grande vittoria, i politici israeliani si trovavano di fronte al problema di decidere il destino definitivo delle terre occupate e dei futuri rapporti con le potenze arabe sconfitteT. G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, p. 97..

Mentre gli estremisti della destra israeliana ritenevano che le terre occupate avrebbero dovuto essere subito annesse allo stato di Israele per garantire la sicurezza del paese e il suo sviluppo sulle terre storiche dello stato biblico, i dirigenti del partito laburista consideravano possibile restituire buona parte delle aree occupate in cambio di accordi di pace definitivi con gli arabi; Gerusalemme invece venne considerata capitale eterna dello stato di Israele e, fin dal 27 giugno 1967, la Knesset approvò l'annessione della città vecchia araba. La comunità internazionale tuttavia rifiutò di approvare questa azione israeliana e il 4 luglio 1967 l'Assemblea generale dell'ONU approvò a schiacciante maggioranza, senza alcun voto contrario e venti astensioni, una risoluzione che dichiarava priva di valore dal punto di vista del diritto l'annessione di Gerusalemme EstT. G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, pp. 97-98..

I paesi arabi avevano subito una disastrosa e umiliante sconfitta, che tuttavia accentuò l'intransigenza dei dirigenti e la loro determinazione a non trattare con il nemico israeliano; nel vertice arabo di Khartoum del settembre 1967 venne affermato pubblicamente che non ci sarebbe stata la pace o il negoziato con Israele e neppure il riconoscimento del suo diritto all'esistenza come entità nazionale ebraica in Medio OrienteT. G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, p. 98.. Di fronte al sentimento di superiorità e alla scarsa volontà israeliana di fare concessioni, l'estremismo arabo sembrò confermare l'enorme difficoltà di concludere un accordo negoziato del conflitto arabo-palestinese. L'Assemblea dell'ONU cercò di riaprire una fase negoziata con l'approvazione, il 22 novembre 1967, della famosa Risoluzione 242, proposta dalla Gran Bretagna, che per decenni sarebbe rimasta la base fondamentale di partenza di ogni tentativo negoziale.

La Risoluzione 242 in primo luogo riconosceva il diritto all'esistenza entro confini sicuri di tutti gli stati della regione, e quindi anche di Israele, ma affermava anche che avrebbe dovuto essere data una "giusta soluzione al problema dei rifugiati", in cui si faceva riferimento alla popolazione palestinese espulsa dalle sue terre all'atto della costituzione dello stato ebraico nel 1948-49, e soprattutto che l'esercito di Israele avrebbe dovuto ritirarsi dai territori occupati; questa clausola tuttavia si prestava ad interpretazioni discordanti, in quanto non chiariva espressamente se avrebbero dovuto essere evacuati "tutti" i territori occupati o solo "una parte"T. G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, pp. 98-99..

Cambiamenti in Medio Oriente

Negli anni successivi l'inviato dell'ONU, il diplomatico svedese Gunnar Jarring, cercò di sviluppare dei concreti negoziati di pace sulla base della Risoluzione 242, ma i suoi tentativi, che continuarono fino al 1971, non diedero risultati effettivi. In realtà, il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, uscito umiliato dalla sconfitta della guerra dei sei giorni, era disposto a parlare con Jarring e anche, secondo le sue parole, "con gli Stati Uniti o con il diavolo in persona", ma egli riteneva essenziale restaurare il prestigio delle forze armate egiziane ed era convinto che sarebbe stato possibile "liberare la nostra terra solo con la forza delle armi"B. Morris, Vittime, pp. 438-439.. Nasser, quindi, diede inizio nel giugno 1968 alla cosiddetta guerra d'attrito, che sarebbe continuata con esito alterno fino ad agosto 1970. Per molte settimane si succedettero cannoneggiamenti sulle due sponde del canale di Suez, incursioni di commando per colpire postazioni, centri di controllo, basi navali delle due parti; molto intensa fu l'attività aerea con attacchi in profondità e pesanti sbarramenti di missili antiaerei egiziani. L'Unione Sovietica fornì all'Egitto equipaggiamenti moderni e inviò anche alcune migliaia di militari per controllare le postazioni missilistiche e diverse squadriglie di caccia, che intervennero in alcune occasioni, subendo anche perdite, contro gli efficienti aerei israelianiB. Morris, Vittime, pp. 439-455.. Una fragile tregua per tre mesi fu concordata con la mediazione degli Stati Uniti il 6-7 agosto 1970.

Dopo il successo della guerra dei sei giorni, gli israeliani erano riluttanti ad avviare negoziati sul ritorno del bottino di guerra, sentendosi particolarmente protetti dal punto di vista della sicurezza nazionale. Israele eresse due linee fortificate nel Sinai e sulle alture del Golan. Nel 1971 Israele spese 500 milioni di dollari per fortificare ulteriormente le posizioni sul canale di Suez, con un lavoro mastodontico che passò con il nome di Linea Bar-Lev, dal nome del generale e capo di stato maggiore israeliano Haim Bar-Lev.

Il presidente egiziano Nasser morì nel settembre 1970 e gli succedette Anwar al-Sādāt, che decise di combattere Israele e riconquistare con una prova di forza i territori persi. Nel 1971 Sādāt, rispondendo a un'iniziativa promossa da Gunnar Jarring, intermediario delle Nazioni Unite nella regione, dichiarò che, se Israele si fosse impegnato a un «ritiro delle sue forze dal Sinai e dalla striscia di Gaza», nonché al rafforzamento della Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza, l'Egitto sarebbe stato «pronto ad avviare accordi di pace con Israele». Israele rispose che non si sarebbe ritirato sulle linee precedenti il 5 giugno 1967, pena il ritorno inevitabile alle condizioni iniziali di reale minaccia araba che portarono al conflitto del 1967.

Sādāt sperava che, infliggendo una sconfitta, ancorché piccola, agli israeliani, lo status quo sarebbe cambiato. Ḥāfiẓ al-Asad, capo di Stato siriano, la vedeva però in maniera differente: infatti aveva poco interesse a un negoziato e propugnava un'azione puramente militare per la riconquista delle alture del Golan. Da ormai sei anni al-Asad aveva promosso una serie di iniziative per la ricostruzione delle forze armate e sperava di poter vedere la Siria come potenza dominante tra gli Stati arabi a est dell'Egitto. Con l'aiuto dell'Egitto, al-Asad sperava di poter avere ragione delle forze israeliane e garantire un ruolo di spicco della Siria nella regione della Mezzaluna Fertile. Pertanto al-Asad vedeva la possibilità di un negoziato solo dopo aver rioccupato il Golan con la forza, potendo in tal modo premere su Israele perché rinunciasse alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza in cambio di eventuali concessioni da parte araba.

Sādāt doveva affrontare alcuni problemi interni prima di sferrare un attacco. «I tre anni successivi all'ascesa di Sādāt [...] furono i più demoralizzanti della storia egiziana [...]. Un'economia inaridita si aggiungeva alle difficoltà del Paese. La guerra era una scelta disperata.».. Nella sua biografia di Sādāt, Raphael Israeli sostiene che Sādāt vedeva la radice del problema nella grande onta patita con la guerra dei sei giorni e, prima che qualunque riforma potesse essere promossa, era necessario superare questa vergogna. L'economia egiziana era in difficoltà e Sādāt sapeva che le grandi riforme economiche necessarie sarebbero state impopolari per gran parte della popolazione. Una vittoria militare gli avrebbe invece dato la popolarità di cui aveva bisogno per avviare profondi cambiamenti. Non a caso, una parte degli egiziani - soprattutto studenti universitari che avevano effettuato vibranti manifestazioni di protesta - desiderava una guerra che riportasse il Sinai all'Egitto ed era seriamente ostile al fatto che Sādāt non avesse ancora avviato alcuna azione dopo tre anni dalla sua nomina a presidente della Repubblica egiziana.