LEsercito dello Stato della Chiesa o Esercito dello Stato Pontificio fu l'esercito dello Stato Pontificio. Creatosi a partire dal Medioevo, con una forte componente straniera, esso cessò di esistere nel 1870 con la presa di Roma e l'unificazione italiana.

Storia La politica militare dello Stato Pontificio In base a una considerazione generica si può affermare che lo Stato della Chiesa ha cercato di difendere l'integrità territoriale e la propria autonomia religiosa, ricorrendo, in prima istanza, al potere religioso, specie a quello della scomunica, o più raramente dell'interdetto, ma, quando questo non bastasse, più raramente, anche all'uso delle armi.

La politica più seguita dai papi era quella di coinvolgere nei propri interessi un altro Stato, di solito confinante, che con il suo esercito difendesse l'integrità territoriale e politica dello Stato pontificio, ricevendone in cambio onori, denaro, legittimazione della sua condotta politica e condanna religiosa dei suoi nemici.

Ciò non toglie che lo Stato pontificio si dotasse di un suo piccolo esercito per reprimere eventuali rivolte sia contadine che dei nobili romani, per la lotta al banditismo, vera piaga dell'Agro Romano, o per contrastare le razzie dei corsari barbareschi che flagellavano le coste e talora osavano risalire il corso del Tevere sino a minacciare Roma.

Nella sua lunga storia, lo Stato della Chiesa ha partecipato alle guerre alleandosi con Stati che disponevano già di un proprio esercito. La Santa Sede fornì il più delle volte truppe di mercenari assoldati per l'occasione, che indossavano le stesse uniformi dell'esercito alleato. Le famiglie aristocratiche romane rinforzavano i contingenti papali con propri cavalieri: dalle loro file, come nel caso degli Orsini e dei Colonna, vennero scelti più di dodici dei maggiori condottieri.

Il Medioevo La scelta politica di cercare alleanze con Longobardi, Franchi, Normanni, nell'impossibilità di dotarsi di proprie truppe regolari, caratterizza la storia militare dello Stato della Chiesa sino al 1049, quando papa Leone IX decise di dotare lo Stato di un esercito vero e proprio, che rimase immutato nella sua struttura sino al 1320.

Questa forza militare permanente era costituita da una cavalleria nobiliare (o anche mercenaria), con una milizia romana, affiancata da una mercenaria costituita da balestrieri, arcieri e fanti: se fosse stato necessario si ricorreva agli alleati vicini di Terni, Spoleto, Ancona, Perugia ecc.

Nel 1072 compaiono nell'esercito del papa i primi cavalieri mercenari tedeschi (Swabian, ossia "Svevi") a cui si preferirono nel 1250 quelli francesi. Nell'età comunale l'esercito pontificio era ben organizzato in una cavalleria mercenaria divisa in due corpi: uno dotato di pesanti corazze per uomini e per i cavalli, un secondo fornito di armature leggere e senza protezione per i cavalli. La strategia della cavalleria pesante era in genere quella di spezzare il fronte nemico per poi lasciare il campo a quella leggera e alla fanteria.

Durante il periodo avignonese (1309-1377) il governo pontificio utilizzò truppe mercenarie per riportare sotto controllo gli Stati della Chiesa che avevano usurpato il potere. Dopo il 1320 la Santa Sede formò degli eserciti solo per specifiche campagne militari. Una di esse fu la campagna per la riconquista dei territori papali nell'Alto Lazio, Umbria, Marca Anconitana e Romandiola. La guida militare fu affidata all'energico cardinale spagnolo Egidio Albornoz che, tra il 1353 e il 1356 portò a termine vittoriosamente missione.

Altri eserciti furono formati in risposta alla richiesta di altri Stati italiani. Le forze militari dello Stato della Chiesa parteciparono ad alcune battaglie decisive della Storia d'Italia, tra cui la Battaglia di Anghiari (29 giugno 1440) al fianco della Repubblica di Firenze e la Guerra di Ferrara (1482-1484), al fianco della Repubblica di Venezia contro gli Este.

Dal XV al XVII secolo

Dopo la conclusione della Pace di Lodi (1454) lo Stato Pontificio avviò la realizzazione di un esercito mercenario stabile. Fu il primo stato italiano a farloPaolo Prodi, Il sovrano pontefice, il Mulino, Bologna 1982.. Fino ad allora la Santa Sede si era affidata ad una compagnia di ventura capitanata da Pietro Giampaolo Orsini formata da 800 cavalieri e 200 fanti, strutturata in sei squadre. Affiancati a questi regolari, il governo pontificio aveva assoldato delle truppe per compiti particolari e per limitati periodi di tempo. Vi si potevano annoverare cavalieri mercenari e nobili, balestrieri e archibugieri, a piedi e a cavallo, milizie civiche, lanzichenecchi tedeschi e fanti spagnoli, fanteria romagnola armati tutti di armi da taglio e da fuoco.

Con il proliferare delle compagnie di ventura, anche il papato ritiene conveniente servirsi di queste truppe di professionisti della guerra da affiancare a quelle mercenarie. Fu costituito un esercito di 8000/10000 uomini che formavano un apparato militare solo in apparenza caotico ma in realtà ben amministrato. Un così gran numero di fanti, che superava il limite stabilito dai trattati della Lega Italica (1454) proveniva in genere dalle bande che operavano nei monti della Romagna, dell'Umbria e dell'AbruzzoPer tutto il XVIII secolo sarà invece la Spagna ad incaricarsi della difesa del papato tramite eserciti assoldati nei territori dell'Impero..

I reggimenti erano costituiti da dieci compagnie di 120/150 soldati disposti su dieci righe, dove si alternavano fanti armati di picche lunghe sino a 18 piedi (5,4 metri circa) e da soldati armati di moschetti a canna molto lunga, armi che potevano essere adoperate solo con un supporto piantato in terra. Un altro schieramento di 8/10 righe era costituito da corazzieri armati del medioevale spadone e due grosse pistole.

La funzione della cavalleria era sempre quella dei tempi passati con la differenza che, ora, all'urto si aggiungeva la scarica delle armi da fuoco. La cavalleria leggera non era dotata di armi difensive. L'esercito pontificio disponeva anche di un'artiglieria da campagna con una portata di circa 800 passi per tiri radenti mentre per quelli curvi utilizzava obici e mortai.

Con l'istituzione di un esercito stabile fu abbandonata la consuetudine della condotta. Fu istituita la carica fissa di Capitano generale della Chiesa. Per tutto il XV e buona parte del XVI secolo, il posto di comando andò a un nipote del pontefice (ad esempio, Pier Luigi Borgia con Callisto III, Antonio Piccolomini con il successore Pio II e Girolamo Riario con Sisto IV)Paolo Prodi, op.cit., p. 112..

Nella Battaglia di Ravenna (1512) le truppe pontificie combatterono sotto il comando del generale spagnolo Raimondo de Cardona.

Nel 1517 papa Leone X impiegò tutti i suoi 10.000 uomini per riprendere Urbino, usurpata da Francesco Maria della Rovere.

Dal 1516 fino alla morte combatté sotto le insegne papali Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526). Nella Battaglia di Governolo (25 novembre 1526), fu ferito mortalmente.

Nel 1641 Papa Urbano VIII formò un esercito per sottrarre ai Farnese il Ducato di Castro. L'occupazione del Ducato da parte delle truppe pontificie incominciò il 27 settembre 1641. I Farnese reagirono attaccando lo Stato della Chiesa. Ciò portò entrambi i contendenti a deporre le armi. Il 13 gennaio 1642 fu siglata una pace preliminare, ma il pontefice non la riconobbe. La guerra continuò. I Farnese ottennero l'alleanza di Francia, Repubblica di Venezia, Toscana e Ducato di Modena; i Barberini chiesero l'aiuto della Spagna. Nel 1644 le truppe pontificie vennero duramente sconfitte nella Battaglia di Lagoscuro. La guerra riprese nel 1649 con il successore Innocenzo X; in quell'anno le forze pontificie strinsero d'assedio la città di Castro. Nessuno stato europeo si mosse in soccorso dei Farnese. La città capitolò in breve tempo; successivamente fu rasa al suolo. Il Ducato di Castro cessò di essere uno stato indipendente e fu incamerato nei dominii della Santa Sede.

La Guardia svizzera

La formazione militare più celebre dell'esercito pontificio è quella della Guardia svizzera, costituitasi per iniziativa di Sisto IV tramite un accordo concluso nel 1479 con la Confederazione svizzera che previde la possibilità di reclutare mercenari elvetici.

Il 22 gennaio 1506, un gruppo di 150 mercenari elvetici al comando del capitano Kaspar von Silenen, del Canton d'Uri, si stanziava permanentemente in Vaticano al servizio di papa Giulio II.

Le guardie svizzere non furono solo impiegate come scorta personale del papa, ma parteciparono a numerose battaglie, la più famosa quella avvenuta il 6 maggio 1527 durante il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi del conestabile di Borbone, permettendo con il loro sacrificio a papa Clemente VII di avere salva la vita.

Dei 189 svizzeri se ne salvarono solo quarantadue, cioè quelli che avevano protetto Clemente VII nella fuga lungo il Passetto di Borgo, il passaggio che collega il Vaticano a Castel Sant'Angelo. Il 5 giugno Clemente VII si arrendeva.

La guarnigione papale fu sostituita con mercenari spagnoli e lanzichenecchi. Il Papa ottenne che gli svizzeri sopravvissuti fossero inclusi nella nuova Guardia, ma solo 12 di essi accettarono.

Nel 1540 l'esercito pontificio, mobilitato da Pier Luigi Farnese (8000 italiani e 400 Lanzichenecchi) conquistò Perugia e tutto il territorio circostante, ponendo fine all'autonomia della città ed integrandola nello Stato Pontificio.

Nel Seicento l'esercito pontificio conobbe una fase di lungo declino, cosicché quando l'Italia fu di nuovo, nelle guerre di successione del XVIII secolo, teatro degli eventi bellici, lo Stato Pontificio rimase praticamente alla mercé delle grandi armate degli Stati europeiPaolo Prodi, op.cit., p. 114.

Dall'età napoleonica al 1814

Nel corso del XVIII secolo, dopo la cattiva prova data nella Guerra di successione spagnola, l'esercito papalino fu sempre più trascurato dal governo pontificio sino a ridursi a poche migliaia di soldati, posti alla difesa di presidi, perdendo quindi ogni caratteristica di mobilità.

Un esercito ridotto ai minimi termini non fu dunque in grado di difendere adeguatamente il papa quando lo Stato pontificio fu invaso dalla Francia del Direttorio. Il 31 gennaio 1797 Napoleone Bonaparte dichiarò guerra allo Stato pontificio; subito dopo l'esercito francese ne varcò i confini. Il 4 febbraio l'esercito pontificio subì una netta sconfitta a Faenza (Battaglia di Faenza). La facilità con cui i francesi vinsero lo scontro colpì fortemente i contemporanei. Ha commentato lo storico Giustino Filippone: "si rise, e per molto tempo, sulla resistenza dell'esercito pontificio e forse troppo, e con non molta ragione"Giustino Filippone, Le relazioni tra lo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria. Storia politica del trattato di Tolentino. Milano: Giuffré, 1967. Citato in: Sandro Petrucci, "L'insorgenza dell'Italia Centrale negli anni 1797-1798". Convegno nazionale dell'Istituto per la Storia delle Insorgenze (ISIN) «Le insorgenze anti-giacobine, il problema dell'identità nazionale e la "morte della patria". Spunti per la rinascita della "nazione spontanea"», Milano, 26 ottobre 1997 (on-line).. Seguì l'occupazione della piazzaforte di Ancona (9 febbraio). Il 17 febbraio fu siglato il Trattato di Tolentino: la Santa Sede cedette alla Repubblica francese le Legazioni di Bologna, Ferrara, Romagna e la Marca di Ancona.

L'11 febbraio 1798 i francesi entrarono a Roma; successivamente l'esercito pontificio fu sciolto; Papa Pio VI si rifugiò prima a Siena e poi nella certosa di Firenze. Qui venne difeso dal Corpo delle "Lance spezzate", così chiamato in ricordo dei cavalieri feudali che spezzavano le loro lance per difendere il proprio signore. Il corpo, istituito da Paolo IV nel 1555 a difesa della persona del pontefice, era costituito da cento effettivi, scelti tra nobili e cittadini.