La cosiddetta età antonina rappresentò, nell'ambito dell'intera storia romana, uno dei momenti migliori, forse l'ultimo, dei due “secoli d'oro” dell'Impero romano. Ecco come la descrive il grande storico Edward Gibbon:

Contesto storico

Fu Adriano a scegliere come successore, adottandolo, Tito Antonino (dopo la morte prematura di Elio Cesare), il quale era stato proconsole in Asia e che ricevette poi dal senato il titolo di Pio. Quando Antonino morì nel 161, la sua successione era già stata predisposta con l'adozione del genero Marco Aurelio Antonino, già indicato da Adriano stesso.

Marco Aurelio, che era stato educato a Roma secondo una cultura raffinata e bilingue (di sua mano è un trattato di meditazioni filosofiche in greco), volle dividere il potere col genero di nove anni minore Lucio Vero, già adottato da Antonino Pio. Con lui instaurò una diarchia, dividendo il potere e affidandogli il comando militare nelle campagne in Parthia e in Armenia. Deceduto nel 169 Lucio Vero, Marco Aurelio rimase l'unico sovrano fino al 180, quando morì durante l'epidemia di peste scoppiata nel campo militare di Carnuntum, vicino all'attuale Vienna (Vindobona), durante le dure lotte contro i Quadi e i Marcomanni. Il principe-filosofo, che aveva cercato, ispirandosi ad Adriano, di presentarsi come un imperatore saggio e amante della pace, aveva paradossalmente trascorso tutti gli ultimi anni di governo in dure campagne militari, nell'affannoso compito di riportare la sicurezza nei confini dell'impero. Gli successe il figlio Commodo, che cercò d'imporre un'autocrazia ellenizzante, ma fu ucciso in una congiura di palazzo nel 192.

Nonostante le prime avvisaglie della crisi, il periodo degli Antonini è ricordato come un'epoca aurea, di benessere e di giustizia, rispetto alla grave crisi dei secoli successivi.

Accadimenti politici e militari (138-192)

Riguardo ai principali eventi politico militari si rimanda per ogni approfondimento alla voce riguardante la dinastia degli Antonini.

Società e governo Imperatori

Regni/popoli "clienti"

I Romani intuirono che il compito di governare e di civilizzare un gran numero di genti contemporaneamente era pressoché impossibile, e che sarebbe risultato più semplice lasciare l'organizzazione di questi piccoli regni, affidata a principi nati e cresciuti nel paese d'origine. Nacque quindi la figura dei re clienti, la cui funzione era quella di promuovere lo sviluppo politico ed economico dei loro regni, favorendone la civilizzazione e l'economia. Un "re cliente", riconosciuto dal Senato romano come amicus populi Romani, di solito non era altro che uno strumento del controllo nelle mani dell'Impero romano. Ciò non riguardava solo la politica estera e difensiva, dove al re cliente era affidato il compito di assumersi l'onere di garantire lungo i propri confini la sicurezza contro infiltrazioni e pericoli "a bassa intensità",E.Luttwak, La grande Strategia dell'Impero romano, Milano 1981, p. 37. ma anche le questioni interne dinastiche, nell'ambito del sistema di sicurezza imperiale.E.Luttwak, La grande Strategia dell'Impero romano, Milano 1981, pp. 40-41. Ma i Regni o i popoli clienti, poco potevano fare contro i pericoli "ad alta intensità" (come sostiene Edward Luttwak), come le invasioni su scala provinciale. Potevano dare il loro contributo, rallentando l'avanzata nemica con le proprie e limitate forze, almeno fino al sopraggiungere dell'alleato romano: in altre parole potevano garantire una certa "profondità geografica", ma nulla di più.E.Luttwak, La grande Strategia dell'Impero romano, Milano 1981, p. 42.

Vale la pena citare un passo della Historia Augusta per capire quali rapporti avesse Antonino Pio con i numerosi regni "clienti" del periodo

Pose infine sul trono del vicino popolo "cliente" dei Quadi, a nord della Pannonia superiore ed inferiore un nuovo re filo-romano,Roman Imperial Coinage, Antoninus Pius, III, 620. dopo una nuova serie di campagne militari condotte da un certo Tito Aterio Nepote, il quale ottenne gli ornamenta triumphalia per questi nuovi successi,J.Fitz, Le province danubiane, in Storia dei Greci e dei Romani, vol.16, I principi di Roma. Da Augusto ad Alessandro Severo, Milano 2008, p.503. tanto che attorno al 142, fu emessa una nuova moneta che celebrava "Rex Quadi datus".Historia Augusta, Antoninus Pius, 5.4; Roman Imperial Coins III, 619.

Tra il 162 ed il 166, Lucio Vero fu così costretto dal fratello, Marco Aurelio, a condurre una nuova campagna in Oriente contro i Parti, che l'anno precedente avevano attaccato i territori romani di Cappadocia e Siria ed avevano occupato il regno "cliente" d'Armenia. Il nuovo imperatore lasciò che fossero i suoi stessi generali ad occuparsene, tra cui lo stesso Avidio Cassio. Le armate romane, come cinquant'anni prima quelle di Traiano, riuscirono anche questa volta ad occupare i territori armeni e della Mesopotamia, fino alla capitale dei Parti, Ctesifonte. La peste scoppiata durante l'ultimo anno di campagna, nel 166, costrinse però i Romani a ritirarsi dai territori appena conquistati (forse non dall'Armenia e Mesopotamia settentrionale), portando questa terribile malattia all'interno dei suoi stessi confini, e flagellandone la sua popolazione per oltre un ventennio.

Nel 166/167, avvenne il primo scontro lungo le frontiere della Pannonia, ad opera di poche bande di predoni longobardi e osii, che, grazie al pronto intervento delle truppe di confine, furono prontamente respinte. La pace stipulata con le limitrofe popolazioni germaniche a nord del Danubio fu gestita direttamente dagli stessi imperatori, Marco Aurelio e Lucio Vero, ormai diffidenti nei confronti dei barbari aggressori e recatisi per questi motivi fino nella lontana Carnuntum (nel 168).Historia Augusta - Marco Aurelio, 14.1-5 La morte prematura del fratello Lucio (nel 169 poco distante da Aquileia), ed il venir meno ai patti da parte dei barbari (molti dei quali erano stati "clienti" fin dall'epoca di Tiberio), portò una massa mai vista prima d'allora, a riversarsi in modo devastante nell'Italia settentrionale fin sotto le mura di Aquileia, il cuore della Venetia. Enorme fu l'impressione provocata: era dai tempi di Mario che una popolazione barbarica non assediava dei centri del nord Italia.Cassio Dione, Storia romana, LXXII, 3.1.

Si racconta che Marco Aurelio combatté una lunga ed estenuante guerra contro le popolazioni barbariche, prima respingendole e "ripulendo" i territori della Gallia cisalpina, Norico e Rezia (170-171), poi contrattaccando con una massiccia offensiva in territorio germanico, che richiese diversi anni di scontri, fino al 175. La pestilenza aveva però minato pesantemente i ranghi delle unità militari esistenti, tanto che nel 169 si rese necessario reclutare il doppio degli uomini che di solito venivano arruolati ogni anno. Oltre a completare le file delle legioni esistenti ed a reclutarne di nuove (II e III Italica), vennero arruolate delle nuove unità ausiliarie. Anche gli schiavi furono accettati come volontari per il servizio militare, ottenendo in cambio l'affrancamento al termine della leva. I gladiatori vennero inseriti in speciali unità. Anche i banditi della Dalmazia e della Dardania furono accorpati in nuove unità.Historia Augusta, Vita Marci, 21.6-8; .

La Historia Augusta racconta che Marco Aurelio avrebbe desiderato fare dei territori degli ex-popoli "clienti" di Quadi e Marcomanni la provincia di Marcomannia e degli Iazigi, quella di Sarmatia, e ci sarebbe riuscito se Avidio Cassio non si fosse ribellato. Sappiamo anche che alcuni contingenti di cavalleria (equites) di Naristi furono inviati in Oriente, in seguito alla rivolta di Avidio Cassio, sotto il comando di Valerio Massimiano (praepositus), come testimoniato dal testo di un'iscrizione (praeposito equitibus gentium Marcomannorum Naristarum Quadorum ad vindictam Orientalis motus pergentium). Era il ritorno alla vecchia strategia di difesa “avanzata”, in territorio nemico.

Questi avvenimenti costrinsero lo stesso imperatore a risiedere per numerosi anni lungo il fronte pannonico, senza mai far ritorno a Roma. La tregua apparentemente sottoscritta con queste popolazioni, in particolare Marcomanni, Quadi e Iazigi, durò però solo un paio d'anni. Alla fine del 178 l'imperatore Marco Aurelio fu costretto a fare ritorno nel castrum di Brigetio da dove, nella successiva primavera del 179, fu condotta l'ultima campagna.Cassio Dione, Storia romana, LXXII, 20.2. La morte dell'imperatore romano nel 180 pose presto fine ai piani espansionistici romani e determinò l'abbandono dei territori occupati della Marcomannia e la stipula di nuovi trattati con le popolazioni "clienti" a nord-est del medio Danubio.

Insediamento di barbari nelle province A partire da Marco Aurelio torniameo ad assistere a nuovi insediamenti di popolazioni barbare (in questo caso Germani e Sarmati) in territori imperiali, che risultavano così essere accolte o deportate, sulla base degli accordi stipilati con il governo romano. Le cause o i motivi che determinarono questa ammissione nei territori provinciali possono essere principalmente di due tipi: una richiesta esterna di queste popolazioni, di poter "entrare" a far parte dell'Impero romano, a causa delle spinte che queste subivano da parte di altre popolazioni più settentrionali (Goti in primis) e che li avevano costretti a riversarsi in massa contro le frontiere imperiali; la possibilità di ri-popolare vaste aree imperiali, che a causa della terribile pestilenza di quegli anni (166-180) ne avevano decimato la popolazione, riducendo di conseguenza la manodopera contadina.Historia Augusta, Vita Marci, 14 e 24; Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXII, 12 e 21.

Ancora Dione racconta che, dopo i primi anni di guerra, molti popoli inviarono ambasciatori per chiedere la pace. Alcuni di loro ricevettero terre nella province di Dacia, Pannonia, Mesia, Germanie e nella stessa Italia.Historia Augusta, Vita Marci, 22.2. Questi ultimi, una volta stabiliti a Ravenna, si rivoltarono e presero possesso della città. Per questo motivo Marco Aurelio non concesse più a nessun barbaro di essere deportato sul suolo italico.Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXII, 11. Attorno poi al 173 fu la volta della popolazione dei Naristi a chiedere di essere accolta all'interno dei confini imperiali:

Poi nel 180 al termine della prima campagna militare di Commodo, dopo la scomparsa del padre, Marco Aurelio:

Religione Nella religione romana, la Felicitas era una divinità dell'abbondanza, della ricchezza e del successo e presiedeva alla buona sorte; la Providentia era la divinità che sapeva prevedere e provvedere. Il significato che acquista nella monetazione commodiana era di augurio al nuovo imperatore perché fosse in grado di garantire e fornire adeguati benefici per il futuro al Populus Romanus intero, secondo quanto gli aveva insegnato il padre, Marco, l'Imperatore filosofo.

Marco Aurelio celebrò anche la Religio Augusti, il cui significato è legato al verbo latino religare ( "legare"). La religio romana rappresentava, quindi, un legame tra la divinità e i mortali, dove vi era grande rispetto o soggezione (superstizione) da parte dell'Uomo verso il divino. I Romani onoravano così questi legami attraverso le osservanze religiose, nel tentativo di mantenere una pax deorum ( "la pace degli dèi"). Secondo i Romani la religio era considerata come una parte necessaria della vita, il modo per mantenere l'ordine e la normalità nella comunità, o in misura maggiore, nel mondo. La motivazione alla base di queste osservanze si basava sull'appagamento degli dei e l'aspettativa di premi. Per garantire una vittoria si fa la promessa di un tempio a una divinità, o nella speranza di alleviare le difficoltà, i membri della comunità fanno sacrifici.

Cristianesimo e persecuzioni