La criminologia critica è una branca della criminologia che assume la prospettiva critica sulla base del marxismo, del femminismo, dell'economia politica e della teoria critica. Uno degli obiettivi di tale disciplina è di studiare le modalità sistemiche del reato e della giustizia dentro la struttura di classe e i processi sociali. In tale prospettiva, il diritto e la sanzione sono viste connesse ad un sistema che perpetra l'oppressione e le diseguaglianzeOnline Dictionary of the Social Sciences, Critical Criminology, Athabaska University e ICAAP. Cliccato il: 2011-10-30..

La classe operaia, in particolare, è il gruppo sociale che soffre maggiormente tale asimmetria di valori, insieme alle donne, ai bambini e alle minoranze etniche.Hopkins Burke, R. (2001) An Introduction to Criminological Theory, Cullompton: Willan pg.173. Più semplicemente, la criminologia critica può essere definita come un'area criminologica che considera essenzialmente i fattori contestuali di un reato.

Criminologia critica e criminologia tradizionale Secondo la criminologia critica, un reato muta a seconda della situazione sociale e del differente periodo storico. L'omosessualità, ad es., era un'attività illegale in Inghilterra fino al 1967 quando fu abrogato il divieto di avere rapporti con uomini dello stesso sesso sotto i 21 anni. Secondo i criminologi critici qualsiasi condotta umana non gode di qualità criminali in sé ma subisce una determinata categorizzazione da parte della giurisdizione che in quel momento storico ed in quel contesto persegue quella particolare condotta.

Mentre nella criminologia convenzionale vi sono molte variazioni sul tema critico, il termine “critica” è diventata un centro di attrazione per tutte le prospettive che si concentrano su certe condotte che diventano devianti solo quando un gruppo sociale diventa abbastanza potente da perseguirle. Si potrebbe discutere la relatività sulla quale si poggia il paradigma opposto, la criminologia applicata, che si concentra sulle categorie criminologiche poste in evidenza dal governo quali, ad es., i furti in appartamento, la criminalità di strada, l'aggressione, la violazione di proprietà, ecc.

La differenza tra questi due paradigmi è stata interpretata da Stephen Box nel suo libro Power, crime, and Mystification in cui afferma che un individuo rischia fino a sette volte di più di essere licenziato da un impiegato a causa di negligenza, rispetto a un omicidio in senso convenzionale. Fino ad oggi nessuno è stato mai giudicato colpevole per l'“omicidio infraziendale” in Inghilterra.

L'effetto di questo lessico è che la criminologia convenzionale non è riuscita a risolvere il problema delle diseguaglianza strutturali ed i processi attraverso i quali sono create e sostenute le leggi e che la devianza e la criminalità sono formate dalla struttura di potere delle istituzioni. Il potere, in particolare, rappresenta la capacità di sostenere, o di inibire, le istanze etiche convenzionali, permettendo al gruppo più forte di normalizzare la repressione (Gouldner 1971). Perciò, fondamentalmente, la criminologia critica si distingue da quella convenzionale in base alle nozioni di pericolo sociale e diritti umani.

Teorie del conflitto Seguendo la scuola delle teorie del conflitto, il reato è il risultato di un conflitto sociale che affonda le proprie radici nel capitalismo. Tutte le prospettive che si ispirano a tale scuola vedono gli individui come oberati da potenti e immutabili strutture sociali, sebbene il tipo di potere muti da istituzione ed istituzione. Ultimamente, comunque, la relativa inefficacia di qualche istituzione è vista come il risultato delle repressioni perpetrate dalle strutture politiche ed economiche. Alcuni autori, etichettati come tradizionalisti, vedono la coppia penale (vittima e aggressore) come il risultato di un sistema penale dal quale emerge la vittimizzazione. È importante comprendere che la teoria del conflitto, che deriva dal Marxismo, è distinta dall'ideologia marxista in sé, d'altro canto la teoria del conflitto è empiricamente confutabile e quindi distinta dalle ideologie (Cao, 2003).

Pluralisti e tradizionalisti Si notano differenze di punti di vista tra coloro che si definiscono pluralisti che, seguendo le opere di autori quali Mills, ritengono che il potere è esercitato dai gruppi di interesse che perseguono il proprio prestigio ed il potere, e coloro che si definiscono tradizionalisti come, ad es., Vold secondo i quali il reato può emergere da differenze economiche, culturali o dai conflitti sociali. Questi autori ritengono che alcuni gruppi sociali abbiano il controllo delle risorse vitali tali da criminalizzare coloro che non si conformano alle norme morali e culturali convenzionali (Sellin 1938), (Vold 1979, 1958), (Quinney 1970).

Altri sono dell'idea che tali interessi, in particolare quelli riferiti alla dimensione simbolica e fenomenologica, sono il prodotto di più profondi disagi economici (Taylor, Walton & Young 1973; Quinney 1974). Secondo queste teorie, il conflitto sociale da cui il crimine emerge, è fondato sulle diseguaglianze sociali inerenti agli sviluppi del capitalismo (Rusche and Kirchheimer's Punishment and Social Structure). Riprendendo gli autori classici del conflitto quali Marx (1990-1868), Engels, (1984-1845) e Bonger (1969-1916), alcuni ritengono che le condizioni attraverso le quali emerge il crimine sono causate dall'appropriazione dei profitti altrui attraverso ciò che è definito surplus, concentrato nelle mani di pochi opportunisti inseriti nel contesto produttivo.

Critica strumentale e strutturale La criminologia critica si suddivide in due ramificazioni in base alle diverse concezioni del ruolo dello Stato nel perpetrare le diseguaglianze sociali: i critici strumentali e quelli strutturali. I critici strumentali ritengono che lo Stato è manipolato dalla classe dominante che agisce solo in funzione dei propri interessi. I critici strutturali ritengono che lo Stato giuoca un ruolo determinante nel manipolare le classi subordinate (Sheley 1985; Lynch & Groves 1986). I critici strumentali come Quinney (1975), Chambliss (1975), o Krisberg (1975) rtitengono che la società capitalista sia un edifizio monolitico e piramidale, dominato da interessi economici. Il potere e la ricchezza sono divise in maniera diversa tra i detentori dei mezzi di produzione e la forza lavoro. La ricchezza utilizza il potere coercitivo dello Stato per criminalizzare coloro che potrebbero mettere a rischio l'ordine economico convenzionale su cui si basa la loro gerarchia. I critici strutturali come Spitzer (1975), Greenberg (1993) (1981), Chambliss & Seidman (1982) ritengono che la società capitalista detiene un duplice potere nel quale lo Stato è più autonomo, teso a preservare il sistema capitalistico di appropriazione dei profitti, di criminalizzazione e di pericolo sociale.

Marxismo e anarchismo Mentre i marxisti ritengono nella possibilità di stravolgere il capitalismo mediante il socialismo in un processo completato dal comunismo, gli anarchici ritengono che le attuali gerarchie prima o poi collasseranno, sostituite da un sistema decentrato dove tutti potranno partecipare alla realizzazione della giustizia penale (Pepinsky 1978; Tift & Sulivan 1980; Ferrell 1994). Ferrell in particolare tende a collocare il reato in un'area di resistenza tra la costruzione sociale del sistema simbolico e le strutture sociali che minacciano la produzione capitalistica.

Diametralmente opposti agli anarchici sono i realisti che tendono a privilegiare l'esperienza delle vittime e degli effetti del comportamento deviante. La vittima, lo Stato e l'aggressore sono tutti considerati un nesso causale attraverso i quali è possibile specificare la condotta criminale. Mentre i realisti tendono a vedere il reato come una categoria storicamente contingente, gli anarchici tendono ad enfatizzare il pericolo reale di un reato verso le vittime che spesso non hanno meno problemi dei propri aggressori (Young 1979 & 1986, Young and Matthews 1991, Lea and Young 1984 or Lowman & MacLean 1992).

Teorie sul Femminismo Il femminismo in criminologia è più di una mera polemica di donne contro la prospettiva maschilista, ma vuole indicare che la criminologia convenzionale è decisamente sbilanciata verso il genere maschile. Le femministe affermano che le precedenti prospettive ignoravano l'esperienza femminile che sono coinvolte in progetti che afferiscono alla dimensione femminile nella teoria criminologica ed in un particolare punto di vista che implica l'uso della conoscenza per rilevare l'esperienza del mondo in cui vivono le donne.

Punto di vista maschile e femminile La prima questione da affrontare è che la sociologia, ed in particolare la criminologia, rappresentano una prospettiva incentrata sul ruolo maschile e cioè in un modo dove un uomo perpetra un reato contro un altro uomo. In aggiunta, si tende a generalizzare il comportamento delle donne, sia come aggressori che come vittime, in relazione a quanto fatto dagli uomini e al di fuori di qualsiasi dimostrazione empirica (Edwards 1989, Messerschmidt 1993, Caulfield and Wonders 1994).

Un altro aspetto dei criminologi femministi è sul modo con il quale le donne possono accedere alla professione, in tal senso hanno adottato il termine malestream per indicare lo stile assunto dalla maggior parte di criminologi e ricercatori, per il quale le donne hanno assimilato il modo di lavorare dei propri colleghi maschi, venendo quasi a fondersi in un unico genere (Menzies & Chunn 1991). A prima vista tale impostazione può apparire come un modo per limitare il punto di vista maschile anziché enfatizzare ed implementare quello femminile. Secondo Nancy Hartsock non è comunque corretto contemplare tale situazione come una semplice fusione, ma è necessario sviluppare una ricerca criminologica dal punto di vista femminile.

Neutralisti e positivisti Basandosi sulle opere di Marx, Hartsock suggerisce che il punto di vista femminile sul mondo è più neutrale rispetto a quello maschile (Marx 1964, Lucacs 1971). Seguendo Marx, coloro che hanno meno potere hanno una visione più nitida del mondo in quanto le classi subordinate vedono la ricchezza delle classi dominanti, mentre queste sono sostanzialmente indifferenti alle condizioni dei meno abbienti (Hartsock 1983 & 1999). Dalla propria posizione di subordinazione, le donne sono più capaci di rivelare la realtà empirica rispetto allo stile maschile. Perciò vi sono due concetti chiave nella scuola femminista: la criminologia che può essere interpretata da un genere neutrale o la criminologia che può essere studiata da un genere positivo che adotta il punto di vista femminile.

Femminismo liberale e radicale Andando oltre le due ultime su dette distinzioni, i critici femminismi si possono ulteriormente suddividere in due gruppi: i liberali e i radicali. I liberali prevedono la fine della discriminazione delle donne tramite il fronteggiamento con le strutture esistenti che compongono il sistema politico e quello penale, piuttosto che stravolgere il sistema sociale e il potere patriarcale (Hoffman Bustamante 1973, Adler 1975, Simon 1975, Edwards 1990). Perciò i sostenitori di questo gruppo sono molto meno propensi ad impegnarsi per cambiare il sistema piuttosto che rimanere con le attuali strutture.