L'agguato della bottiglieria di via Millio fu uno scontro a fuoco, avvenuto a Torino venerdì 9 marzo 1979 all'interno e nei pressi di un bar-bottiglieria sito in Via Francesco Millio, tra alcuni agenti di polizia, attirati con un trucco all'interno del locale, e un gruppo di fuoco dell'organizzazione terroristica Prima Linea, composto da quattro uomini e una donna. I componenti del gruppo terroristico, intenzionati ad uccidere alcuni agenti delle forze dell'ordine per vendicare la morte avvenuta in un precedente scontro a fuoco di due militanti dell'organizzazione, scatenarono un confuso conflitto a fuoco che provocò il ferimento di un agente di polizia, di uno dei terroristi (colpito per errore dai suoi stessi compagni) e la morte accidentale del giovane Emanuele Iurilli, uno studente di 18 anni, trovatosi occasionalmente sul luogo dello scontro e raggiunto da pallottole vaganti esplose dai componenti del commando.
Il conflitto a fuoco, avvenuto in un periodo caratterizzato da quasi quotidiane violenze terroristiche a TorinoG.Boraso, Mucchio selvaggio, p. 190., innalzò ulteriormente la tensione in città e diffuse l'insicurezza tra la popolazione.
Storia Antefatti e contesto
Agli inizi del 1979 la città di Torino, altamente industrializzata e con una forte base operaia e comunista, era ormai divenuta il campo di battaglia principale della maggior parte delle organizzazioni di lotta armata di estrema sinistra; il susseguirsi di attentati, scontri a fuoco, manifestazioni di protesta diffusa, aveva creato un'atmosfera di forte tensione ed insicurezza nella cittadinanza e grande preoccupazione nelle forze politiche. Oltre alla pericolosa colonna torinese delle Brigate Rosse, attiva da anni in città e artefice di una lunga serie di atti di criminalità politica, in questa fase anche l'organizzazione terroristica Prima Linea, potenziò, grazie ad una forte crescita numerica ed all'attivismo militare dei suoi militanti, la sua presenza nella città di Torino, agendo con una estrema carica di violenza e di radicalità socialeG.Boraso, Mucchio selvaggio, pp. 190-191..
In risposta alle iniziative del PCI torinese per diffondere consenso sociale e favorire la partecipazione dei cittadini alla lotta contro il terrorismo politico, il nucleo di Prima Linea di Torino cercò di colpire il 28 febbraio 1979 il consigliere comunista Michele Zaffino, impegnato nel quartiere di Madonna di Campagna ad organizzare la distribuzione di questionari alla popolazione per richiedere informazioni ed anche aiuto concreto per favorire l'identificazione e la cattura dei terroristiG.Boraso, Mucchio selvaggio, pp. 191-192.. L'azione dei militanti di Prima Linea però terminò in un disastro: una parte del nucleo di fuoco, composto da quattro militanti guidati da Fabrizio Giai (nome di battaglia "Ivan", uno dei principali capi dell'organizzazione a Torino), venne colto di sorpresa all'interno di un bar in piazza Stampalia (il bar "dell'Angelo") da agenti di polizia allertati da un tabaccaio allarmato dalla presenza di giovani sconosciuti che avevano acquistato nel suo negozio delle maschere di carnevale, ed i due terroristi presenti nel locale, Barbara Azzaroni "Carla" e Matteo Caggegi "Charlie", rimasero uccisi dopo un violento scontro a fuocoG.Boraso, Mucchio selvaggio, p. 192.G.Bocca, Noi terroristi, p. 242..
Fabrizio Giai e l'altro componente del gruppo, presenti all'esterno del bar dell'Angelo, dopo aver assistito senza poter intervenire al tragico fatto di sangue, riuscirono a sfuggire su un'auto e, fortemente scossi emotivamente dai fatti, rientrarono in una base dell'organizzazione diffondendo la notizia della morte dei due militantiG.Bocca, Noi terroristi, pp. 242-243.. La morte di Caggegi e della Azzaroni, che provocò una forte reazione emotiva di rabbia della base giovanile di estrema sinistra di Torino, innescò quindi la violenta reazione degli altri militanti che, sconvolti dall'accaduto, decisero di vendicare subito i compagni caduti organizzando un sanguinoso attacco alle forze dell'ordineG.Boraso, Mucchio selvaggio, pp. 193-195.. Dopo aver progettato inizialmente di colpire i componenti di un'auto della DIGOS, i militanti di Prima Linea adottarono il piano di Maurice Bignami "Davide", che, legato sentimentalmente alla Azzaroni e quindi particolarmente scosso dalla sua morte, sollecitò l'immediata risposta e propose un vero e proprio agguato ad una pattuglia della polizia in un locale di Via Millio, vicino a Corso RacconigiAA.VV., Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo, p. 171..
L'agguato e la morte di Emanuele Iurilli
Il 9 marzo 1979 cinque componenti di Prima Linea quindi passarono all'azione organizzando in modo improvvisatoSolo due giorni prima La Ronga e Bignami avevano individuato il posto e stabilito i dettagli dell'azione, in AA.VV., Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo, p. 171. l'agguato nella bottiglieria di Via Millio 64/A, in Borgo San Paolo : intorno alle 13.40 Bruno La Ronga (nome di battaglia "Andrea", considerato all'interno dell'organizzazione un esperto di armiS.Zavoli, La notte della Repubblica, p. 375.), Maurice Bignami, Fabrizio Giai e Giancarlo Scotoni "Roberto" entrarono nel locale armi in pugno e presero possesso della bottiglieria, dopo aver trasferito sul retro la gente presente, cercando di evitare il panico. Subito dopo La Ronga uscì dal locale e, armato di pistola, si affiancò come copertura all'esterno alla sua compagna Silveria Russo "Laura", armata con un mitra Sten, vicino alla Fiat 131 usata per l'azione in cui era disponibile un fucile d'assalto Kalašnikov. Bignami "Davide" e Giai "Ivan" si posizionarono invece dietro il bancone all'interno della bottiglieria; Bignami si finse barista, mentre Giai si nascose dietro la macchina del caffè; Giai era armato con un mitra Sten e una P38 e Bignami aveva una pistola, mentre Scotoni, con un fucile a pompa, rimase sul retro del locale per controllare la gente che fu fatta sdraiare a terraG.Boraso, Mucchio selvaggio, pp. 195-196..
Il piano architettato dai componenti di Prima Linea prevedeva che gli agenti di un'auto della polizia sarebbero stati attirati all'interno della bottiglieria con una telefonata fittizia e che, dopo l'arrivo dei poliziotti nel locale, sarebbe stato immediatamente aperto il fuoco per uccidere da parte di Bignami e Giai, mentre La Ronga e Russo sarebbero eventualmente intervenuti all'esterno per colpire i militi che fossero rimasti fuori o che si fossero accorti del pericoloS.Zavoli, La notte della Repubblica, p. 374.. Bignami quindi fece la telefonata alla questura lamentando la presenza di un ladro di autoradio all'interno del locale e richiedendo in tono eccitato l'intervento in aiuto di un'auto della polizia. Per 40 minuti i cinque terroristi attesero l'arrivo dell'auto della polizia; all'interno del locale Bignami e Giai, in un'atmosfera di grande tensione, avevano già provveduto a mettere a terra il volantino di rivendicazione predisposto in anticipo sulla vicenda di Caggegi e Azzaroni.
Alle ore 14.20 arrivò l'auto della polizia ed il primo agente, l'appuntato Gaetano D'Angiullo, entrò nella bottiglieria chiedendo informazioni al bancone riguardo alla chiamata telefonica; Bignami, senza neppure rispondere, iniziò subito a sparare con eccessiva precipitazione e colpì l'appuntato all'addome ferendolo in modo grave, mentre Giai entrò in azione in ritardo e sparò a sua volta quattro colpi con lo Sten verso il poliziotto senza colpirlo. L'appuntato D'Angiullo cadde all'indietro fuori dalla porta del locale, mentre il secondo agente, che non era ancora entrato, rispose al fuoco esplodendo alcune raffiche con il suo mitra M12 attraverso la vetrata del bar in direzione di Giai, provocando danni al bancone, ma mancando il bersaglio. Si accese quindi un violento scontro a fuoco tra l'agente con l'M12 e Giai e Bignami all'interno del locale, mentre Scotoni, preso dal panico non utilizzò il suo fucile a pompaG.Boraso, Mucchio selvaggio, p. 196..
Contemporaneamente aprirono anche il fuoco all'esterno del locale l'autista dell'auto della polizia e La Ronga e Russo: lo scontro fu caratterizzato dalla confusione e dall'emotività dei terroristi, da un grande volume di fuoco e dalle numerose pallottole vagantiAA.VV., Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo, p. 172.S.Zavoli, La notte della Repubblica, pp. 375-376.. "Andrea" venne raggiunto per errore da quattro pallottole esplose dalla Russo con lo Sten, rimase ferito alle ginocchia e al polso, ma continuò a sparare con la pistola e riuscì a trascinarsi fino alla Fiat 131 dove prese il Kalašnikov e riaprì il fuoco a raffica verso i poliziotti A questo punto Giai, che si era gettato a terra e il cui Sten si era inceppato, avvertito dalle grida di La Ronga del suo ferimento, prese il fucile a pompa di Scotoni e uscì di corsa fuori dal locale esplodendo una serie di colpi e avvicinandosi ad "Andrea" per soccorrerlo.
Dalle testimonianze sembrerebbe che i due agenti superstiti ripiegarono al coperto abbandonando l'M12 e i terroristi riuscirono ad uscire dal locale; La Ronga era semisvenuto e Bignami e la Russo apparivano sconvolti, mentre Giai guidò la fase di fuga. Recuperò il mitra della polizia e la pistola dell'appuntato D'Angiullo, ed, essendo la Fiat 131 fortemente danneggiata dai colpi d'arma da fuoco, prese una auto Simca parcheggiata lì vicino con le chiavi dentro dove fuggirono Bignami e la Russo mentre "Ivan" e Scotoni caricarono La Ronga ferito sull'auto della polizia e fuggirono su quella macchina che, avendo le due gomme posteriori bucate, non poteva viaggiare velocemente. Il Kalašnikov e la pistola di La Ronga rimasero abbandonate sul terreno.
Mentre si svolgevano le ultime e concitate fasi dello scontro a fuoco, era già caduto a terra, colpito da pallottole vaganti, Emanuele Iurilli, un giovane studente di 18 anni che, essendo residente proprio in Via Millio 64 (di fianco alla bottiglieria) stava tornando a casa dopo la scuola. Dalle ricostruzioni effettuate dopo i fatti risultò che il giovane venne verosimilmente colpito mortalmente, poco dopo aver girato l'angolo della strada per raggiungere la sua abitazione, dalle raffiche partite dal Kalašnikov di La Ronga, che in effetti subito dopo ammise la responsabilità con i suoi compagniFabrizio Giai, durante la sua testimonianza al processo, riferì di aver udito i poliziotti gridare di aver colpito uno dei terroristi, al momento del ferimento di Iurilli, ma dalle indagini balistiche venne confermato che il proiettile mortale proveniva dal fucile d'assalto Kalašnikov; in AA.VV., Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo, p. 173.. Il giovane Iurilli, nonostante il tentativo di ripararsi sotto un'auto, venne colpito gravemente al petto e morì durante il trasporto in ambulanza verso l'ospedale "Molinette".
Fuga dei terroristi