Il dialetto catanzarese (nome nativo u' catanzarisa) è una variante diatopica italo-romanza parlata nella città di Catanzaro. Il dialetto catanzarese è ascrivibile al sottogruppo italo-romanzo conosciuto come meridionale estremo.

Per quanto riguarda la pronuncia, l'eredità del greco antico, e soprattutto, bizantino, è evidente nella pronuncia aspirata della lettera f accompagnata dalle vocali, la quale muta in fonemi come fi in hi e quindi fiato in hiatu, mentre, derivante propriamente dal latino, è la pronuncia marcata delle lettere t, d e p, molto simile al sardo, e la presenza delle lettere u o della a in chiusura di parola in sostituzione della o e della e, esempio: torno muta in tornu, padre in patra. Quest'ultima caratteristica lo distingue dal dialetto reggino, nel quale le vocali finali "e" ed "o" mutano in "i" (per esempio, in reggino, padre diventa patri).

Molto utilizzate tra la popolazione cittadina sono le espressioni dialettali jamma ja a scopo esortativo, equivalente alle espressioni imperative avanti! - andiamo!, deformazione del latino eamus, cioè su, andiamo (con la ripetizione rafforzata ed esortativa della prima sillaba), e ajalà, come espressione di meraviglia (letteralmente: mannaggia a..., equivalente di caspita!, perbacco!).

Evoluzione del dialetto catanzarese A causa dell'isolamento geografico dell'areale catanzarese (la città è chiusa a nord dall'altopiano della Sila, che in assenza delle moderne vie di comunicazione rendeva difficili i contatti con l'area di Cosenza, e ulteriormente serrato, a sud, dal massiccio dell'Aspromonte, che limitava i rapporti con Reggio Calabria) e, soprattutto, per il suo lunghissimo, intenso e diretto rapporto storico con il mondo bizantino fino al XV secolo, il dialetto catanzarese costituisce un notevole esempio di conservazione di un gran numero di termini ellenici. Come per tutta la continuità italo-romanza meridionale estrema, anche per il dialetto catanzarese, quella greca ha rappresentato, in assoluto - al di là ovviamente del latino, dal quale il dialetto catanzarese deriva - la principale influenza esterna sull'idioma locale, dato che, a differenza di qualsiasi altra influenza esteriore - che è limitata unicamente a prestiti lessicali, e quindi solamente di adstrato e null'altro - quella della lingua greca, dovuto anche alla sua millenaria presenza in Calabria, non ha solamente intaccato il lessico, ma è bensì penetrata anche nel sostrato vernacolare dei parlanti locali, anteriormente attraverso il greco antico e, posteriormente, tramite il greco bizantino, i quali sono coesistiti per lungo tempo sul territorio in diglossia con il latino.

Innanzitutto la struttura verbale con il "ma": vogghiu ma mangiu (voglio mangiare), vidi ma ti'nda vai (vedi di andartene), vaiu ma viu (vado a vedere; nella maggioranza degli altri dialetti sarebbe vaiu u viu, con "u" derivante da "ut" latino con valore di finalità), etc., in parte simile alla struttura linguistica del greco moderno: thelo na pao (voglio andare), thelo na phago/trogo (voglio mangiare), etc., con il solo indurimento del "na" in "ma". Parole come scifo (oppure scifu, e, in alcuni casi, scihu) per indicare un contenitore di una certa capienza, principalmente il trogolo per i maiali, oppure tena na parrasìa! (ha una parlantina!) sono dirette derivazioni di termini del greco antico quali skyphos (largo contenitore per liquidi) e parrhasia (libertà di parlare, un concetto ben documentato nelle opere di Demostene, contro l'invasore macedone Filippo che avrebbe messo a repentaglio la libertà di parola degli Ateniesi). Parole quali aspru o n'aspru, ovverosia la schiuma di albume e zucchero che decora le cuzzùpe, il tipico dolce pasquale (anche questi, dolce e nome, di origine greca bizantina: aspros significa bianco, che in greco antico era leukos), oppure culuri o culureddi (biscotti o biscottini a ciambellina, dolci, dal greco tardo koulouri) sono diretti eredi greco-bizantini.

Delle molte attestazioni (che si accompagnano ai toponimi, quali ad esempio il quartiere cittadino di Stratò, che fa certo riferimento a una presenza militare), presenti anche nei nomi dei frutti (persica per pesche; cerasa per ciliegie, e molti altri, tutti correttamente declinati al neutro plurale), la più eclatante e di uso molto comune è la parola dramma (na dramma = un po', un poco; con il suo diminutivo na drammicedda = un pochino: per esempio oja mi mangiavi sulu na drammicedda e pane, ovvero oggi ho mangiato solo un pochino di pane), sicura derivazione da drachme (in dorico drachma), unità di misura e anche monetale greca, ma considerata nella sua accezione bizantina, quando una dracma indicava una quantità minima, trascurabile, e non nel suo valore greco antico, quando avrebbe significato decine di chili. Oppure il nome (raro, ma attestato nella periferia cittadina e nei paesini circostanti) di tumba, per un ambiente a volta, corrispondente al bizantino toumba, per indicare la stessa struttura architettonica.

Fonetica Nel dialetto catanzarese sono presenti alcune caratteristiche tipiche delle lingue di tipo siciliano, più alcune peculiarità dialettali condivise con il dialetto reggino: hi: etimologicamente, il suono hi deriva dal latino fl (lat. flumen > italiano fiume). In catanzarese, viene pronunciato un suono aspirato, omettendo di pronunciare la lettera iniziale; es. hiuma /ˈjuma/ "fiume", hiumara /ˈhjumara/ "fiumara"; j: analogamente ad altri dialetti di tipo siciliano, viene pronunciato /j/; ma in certi casi (dopo un verbo ausiliario, non, un, tri "tre", ma non l'articolo determinativo) si pronuncia /gj/; esempi: jornu /ˈjornːu/ "giorno": nu jornu /unˈgjonːu/; jiettara /iˈtːara/ "gettare": ll'haiu e jiettara /lagːjiˈtːarɨ/ "lo devo gettare"; tr: in catanzarese, tr viene pronunciato in una maniera diversa dall'italiano, quasi come fosse “cr”: /çɹ/ in posizione iniziale o intervocalica; es. tràsira /ˈçɹasɨra/ "entrare"; /ʈɹ/ quando segue una consonante; es. intra /ˈinçɹa/ "dentro"; str: viene pronunciato /ʃɹ/ (la 's' non viene pronunciata): strata /ˈʃɹata/ "strada"; si noti la differenza che c'è tra tr e str: trigghia /ˈçɹigːja/ "triglia" <> strica /ˈʃɹica/ "strofina!"

Suono delle vocali e delle consonanti L'alfabeto fonologico catanzarese si avvale di cinque vocali, per lo più aperte e, sedici consonanti distinguibili nelle loro particolarità all'interno dei singoli casi, attraverso l'uso di segni grafici distintivi che ne caratterizzano il suono:

occhju [occhio] ricchja [orecchio] 'ncostru [inchiostro] cuttùna [cotone]

È pertanto inevitabile che vi siano delle differenze tra l'italiano standard e il dialetto catanzarese anche per quanto riguarda dittonghi e iati corrispondenti per lo più a raddoppiamenti dello stesso elemento (continùu > continuo) o valorizzazione della vocale tonica. Quindi fonologicamente è possibile stilare per sommi capi un elenco di corrispondenze tra dittonghi dell'italiano e del dialetto catanzarese:

ae : corrisponde ad “a” ed in altri casi ad “ai” (aroplànu/ aeroplano, mastru/ maestro) uo : corrisponde ad “o” tranne a fine parola (bònu/ buono, còcu/ cuoco) eo : corrisponde ad “io” (liona/ leone, giografia/ geografia) ia : più frequentemente corrisponde ad “a” (scàffa/ schiaffo, scàntu/ schianto) ma se preceduto da “h”, il suono corrispondente è /ja/ (vècchja/ vecchia, pàgghja/ paglia). ie : mantiene in alcuni casi il suono /jɛ/ (chjesa/ chiesa), in altri corrisponde unicamente al suono /j/ o unicamente a /e/ (chjnu/ pieno, pèda/ piede) io : a fine parola corrisponde a “ju” ed altri casi in “jo” (occhju/ occhio, chjova/ piove) ue : corrisponde a “i” (chista/ questa)

Sempre dal punto di vista fonologico, nelle consonanti si risente per lo più l'abitudine a raddoppiarle, caratteristica usuale dei dialetti di tipo siciliano.

Arrobbara [rubare] abballu [ballo] reggina [regina] ruppira [rompere] rròbba [roba]

I casi di raddoppiamento si manifestano in protesi soprattutto per le consonanti vibranti e in epentesi per le occlusive. Le restanti consonanti risentono di corrispondenze relative al meccanismo di pronuncia cioè al modo in cui vengono pronunciate.

d, se preceduta da nd, rd o sd e se seguita da vocale, acquista suono fricativo come nella pronuncia inglese di “this” /ˈðɪs/. h, in termini come cáddhu [caldo] viene pronunciata come postalveolare, somigliante ad una dentale anche se il suono della “d” in italiano è diverso.

scr(h)ivìra [scrivere]

Nonostante non sia graficamente in uso l'utilizzo della “h” dopo scr, nel dialetto catanzarese la parola sopra riportata corrisponde ad un suono di tipo fricativo palatale /ʃ/

l, si ha un' epentesi per cui specialmente se preceduta da “r”, quest'ultima raddoppia: parrara [ parlare ] m, bilabiale nasale geminata; sostituisce “in” in protesi: mbecchjàra [invecchiare] mpèrnu [inferno] 'm bìlicu [in bilico] commèntu [convento]

p, all'inizio di una parola corrisponde al suono “chj” (di origine greca, presente anche nel napoletano) come per: chjovìra [piovere] chjùmbu [piombo]

q, corrisponde al suono “chi” in sostituzione del canonico “qu”: chista [questa] chistu [questo]

s, mantiene il suono fricativo nonostante corrisponda a “z” penzàra [pensare] matarázzu [materasso]

v, nel linguaggio vernacolare - cioè del popolo meno colto e meno fine – diventa “b”, per ragion tonica baligìa [valigia] belocità [velocità] o intervocalica abbocátu [avvocato] z, corrisponde spesso ad una consonante dentale pronunciata con particolare intensità: zzà [zia]

Notazione: “b” e “g” La lettera “b” e la lettera “g” generalmente sono raddoppiate. Analizzando il rapporto che vi è tra il suono di pronuncia e la scrittura dei termini, si potrebbe stabilire che il catanzarese tende a raddoppiarle in caso di vocale tonica. È possibile distinguere quattro tipi differenti di suoni: forte (marcato e quindi con trascrizione geminata nel caso in cui l'accento cada sul dittongo o sulla vocale immediatamente successiva) semiforte (marcato e geminato quando queste sono né precedute né seguite da vocale) debole (non marcato in posizione atona) e semidebole (non marcato quando distano dalla vocale tonica).

Particolarità: “gl – gh - j” gl: seguito da “i” muta in gghj come famigghja [famiglia] fogghja [foglia] gh: seguito da “ia” muta in ghja, a seconda dei casi, ja come jàcciu [ghiaccio] o in gna (ùgna > unghia) j: modifica le lettere sostituendone essenzialmente il suono ma in maniera schematica: sostituisce la “g” (jacciàara > ghiacciare, jàncu > bianco... ) sostituisce la “i” (occhju > occhio, vecchju > vecchio... ) unito con “a” forma “ja” che viene utilizzato per sostituire la “i” in chjàna [piana], chjàntu [pianto] - la forma in “ji” in cui la “j” fa da rafforzativo alla vocale nei termini jìffula [schiaffo], jìra [andare] - ad inizio parola per ragioni fonetiche, muta in gghj. Ad esempio: Mi nd'era gghjutu [Me n'ero andato]

Prestiti gallo-romanzi Alcuni lemmi e prestiti subentrati nel vernacolo catanzarese, e verosimilmente penetrati in Calabria con i condottieri normanni, prima, e attraverso la corte della dinastia angioina, dopo, sono quelli ascrivibili all'areale gallo-romanzo, relativo ad idiomi quali la lingua lingua normanna e il francese medievale. Alcuni esempi di prestiti gallo-romanzi nel dialetto catanzarese sono:

Catanzarese Francese Italianogattugghjara / grattaghjarachatouillersolleticareacciaachesedanoperciàrapercerbucare, perforarevuccirìa /gucceriaboucheriemacelleriasparatrappsparadrapcerottoracìnaraisinuvabuàttaboîtelattinamustàzzumoustachebaffindùjaandouillendùja (salume tipico)sarviettiserviettestovaglioli

Tuttavia, per quanto riguarda il , è errato attribuire all'influenza normanna e angioina ogni singola somiglianza tra i dialetti calabresi e quest'idioma: essendo ambedue lingue romanze o neolatine, la maggior parte degli elementi comuni o somiglianti vanno infatti fatti risalire esclusivamente al latino volgare.