Il Giornale degli economisti e Annali di economia, fondato a Padova nel 1875, è stata una rivista accademica italiana di ambito economico. Ha pubblicato articoli di ricerca in lingua inglese e italiana. Per oltre settant'anni, dal 1939 fino al 2014, proprietaria della rivista è stata l'Università commerciale Luigi Bocconi. Nel 2014 la proprietà è passata alla Società italiana degli economisti (SIE). Nel 2015 il periodico ha cessato le pubblicazioni ed è confluito nell'«Italian Economic Journal», edito da Springer.
Storia editoriale Prima serie (Serie padovana)
La nascita della rivista risale all'aprile 1875, quando l'Associazione per il progresso degli studi economici in Italia decide di trasformare la Rassegna di agricoltura, industria e commercio della Società d’incoraggiamento di Padova nel proprio organo ufficiale. Il titolo scelto per la nuova rivista è Giornale degli economisti. Alla direzione viene confermato Eugenio Forti. Nei primi numeri della rivista scriveranno fra gli altri Fedele Lampertico, Luigi Luzzatti, Antonio Scialoja, ossia i nomi più eminenti della neo-costituita associazione.Il Congresso degli economisti in cui viene fondata l'associazione si era svolto a Milano dal 4 al 6 gennaio 1875. Cfr. Magnani, op. cit., p.18
Le tematiche principali del Giornale degli economisti sono di ambito sociale, ma non mancano articoli di teoria economica. L'orientamento della rivista è in difesa del protezionismo e a favore di un intervento legislativo in materia di assistenza, previdenza e tutela del lavoro. La tematica più discussa è quella relativa al lavoro femminile e minorile nelle fabbriche. Luzzatti, che in parlamento aveva patrocinato anche un'inchiesta industrialeMagnani, op. cit. p. 21, scrive più volte al riguardo.La legislazione sociale nel parlamento inglese, “Giornale degli economisti”, apr. 1875 ; La libertà economica ed il lavoro dei fanciulli e delle fanciulle nelle fabbriche, “Giornale degli economisti”, ago. 1875 ; Il lavoro dei fanciulli, “Giornale degli economisti”, mar. 1876.
Fra il 1876 e il 1878 il Giornale degli economisti pubblica sia una rassegna della legislazione in altri paesi europei sul lavoro di donne e bambini, sia alcune inchieste sulle condizioni lavorative in alcune città italiane. Il giornale si schiera in base a considerazioni di carattere militare, sanitario e morale. Viene sollecitato un intervento legislativo per limitare il lavoro di donne coniugate e bambini. Per le donne coniugate si chiede almeno una legge che proibisca il lavoro nel periodo immediatamente precedente e successivo al parto.Finoia, op. cit., p. 525-527
Queste posizioni sono in aperta opposizione con quelle liberiste allora dominanti della Società Adamo Smith e della rivista ufficiale di questa: il settimanale fiorentino L’economista.Sul dibattito fra le due scuole Cfr. Magnani, op. cit., p. 17-22 Il consenso attorno al liberoscambismo degli smithiani cresce rapidamente e, infine, isola il Giornale degli economisti e i suoi teorici che finiscono per essere percepiti come austeri ma antiquati, “vestiti dei panni invernali in un clima estivo.”Bagiotti, op. cit., p. 178 Così a soli quattro anni dal suo inizio nel 1879 la pubblicazione del Giornale degli economisti viene cessata.
Seconda serie (Serie bolognese e romana)
La pubblicazione del Giornale degli economisti riprende a Bologna nel 1886 per opera di Alberto Zorli. Zorli era allora libero docente di scienza delle finanze presso l'Università di Bologna, ed in quell'ambiente maturò l'idea di riprendere la rivista padovana. Secondo i suoi piani: “pur mantenendosi fedele ai principi del Giornale di Padova, questo di Bologna avrebbe particolarmente curato di derimere gli attriti fra gli economisti, divenendo una vera palestra per tutte le opinioni non sovversive.”Zorli, op. cit. p. 110 In breve pervennero adesioni per la nuova rivista da molti fra i maggiori economisti italiani. La periodicità da bimestrale torna ad essere mensile e la direzione della rivista dopo pochi anni viene spostata a Roma, ma per la stampa la rivista continua ad affidarsi alla tipografia Fava & Garagnani di Bologna.
Il proposito della nuova serie diventa sempre più promuovere un riaccostamento fra protezionisti e liberisti. Accanto infatti ai protezionisti Eugenio Forti e Fedele Lampertico nel Giornale degli economisti si aggiungono fra gli altri le nuove firme del fondatore della Società Adamo Smith Tullio Martello e del giovane e brillante liberista Maffeo Pantaleoni. Pantaleoni inoltre per il giornale decide di curare anche la rubrica Rassegna finanziaria.Magnani, op. cit., p. 125
La formula conciliatoria di “palestra di idee” ha successo ed in pochi anni il Giornale degli economisti cessa di essere in passivo. Ma in breve vi sarà un nuovo cambiamento nella linea editoriale del giornale. Nel 1890 Zorli infatti venne affiancato nella direzione del giornale da Maffeo Pantaleoni, Antonio De Viti De Marco e Ugo Mazzola che del giornale acquisirono anche i 3/4 della proprietà. I tre già da tempo accarezzavano l'idea di creare una nuova rivista che si riconoscesse scuola economica marginalista di cui tutti e tre erano esponenti. Avevano finito però per accantonare l'idea di nuova iniziativa editoriale decidendo invece di indirizzarsi verso la rivista dello Zorli.Magnani, op. cit., p. 54-55.
Il diverso orientamento fra i direttori è evidente e ben presto lo Zorli finisce per essere sempre più emarginato. In breve il primo direttore si accorge di essere “un pesce fuor d'acqua”, il giornale gli è sfuggito di mano e la vicinanza al marginalismo si accentua di anno in anno.Zorli riporta così la vicenda “Nel quinto anno […] decisi di associare alla direzione della rivista l'opera attiva di altri colleghi, e così mi unii ad alcuni amici personali, specie a Maffeo Pantaleoni, nella fiducia che mi aiutassero a mantenere al Giornale il carattere di palestra scientifica; ma a lungo andare mi accorsi di essere diventato nel Giornale … un pesce fuor d'acqua, in quanto il Giornale ogni anno accentuava sempre più il nuovo carattere di organo di un'unica propaganda, la propaganda cioè della scuola inglese”, Zorli, op. cit., p. 111
Anche sul piano politico l'indirizzo del Giornale degli economisti cambia. Diventa liberista, anti-protezionista e antisocialista. Le posizioni del giornale sono anche quelle dell'Associazione economica liberale italiana di cui è presidente sempre Pantaleoni. Gli uomini del Giornale degli economisti si oppongono alla tariffa doganaleFra gli articoli di opposizione: Maffeo Pantaleoni, Come il governo volendo giovare all'industria vinicola sia riuscito a danneggiarla, “Giornale degli economisti”, ago. 1890 ; Antonio De Viti de Marco, La fallacia di una legislazione internazionale limitatrice del lavoro, “Giornale degli economisti”, ago. 1890 e alle guerre commerciali con la Francia della sinistra storica. Simpatizzano con Napoleone Colajanni e l'estremaMagnani, op. cit., p. 70 in contrasto con Francesco Crispi. Contro Crispi si battono strenuamente durante lo Scandalo della Banca Romana.Magnani, op. cit., p. 70-109.
Anche nella forma c'è un proposito nuovo: il giornale si impegna a “trattare e far trattare quanto più [si possa] questioni di attualità e di arte economica, con speciale riguardo ai problemi di politica economica che si agitano in Italia […] la scienza pura non è esclusa. Viene soltanto in seconda linea”.Da una lettera di Pantaleoni. Cit. in Magnani, op. cit., p. 70 Coerentemente con la nuova linea nel giornale viene inserita una rubrica di Cronaca politica tenuta prima da Mazzola e poi dal 1893 da Vilfredo Pareto. Inizia allora il periodo di maggior successo del Giornale degli economisti. Eppure sia Pareto che Pantaleoni subiranno osteggiamenti alle loro carriere accademiche per le posizioni intransigenti e antigovernative assunte sul Giornale.Magnani, op. cit., p. 90-97-.
Con gli ultimi anni del secolo si interrompe il sodalizio fra gli autori che aveva fatto la fortuna del Giornale degli economisti. Mazzola scompare nel 1899 a soli 35 anni, Pantaleoni inizia ad allontanarsi,Pantaleoni scrive a Colajanni il 16 aprile 1897: “I miei rapporti con il Giornale degli economisti non sono più quelli di prima. Lo fa De Viti e lo fa come vuole lui.” Magnani, op. cit., p. 209 ed anche Pareto interrompe la collaborazione dopo essere stato accusato con la sua Cronaca politica “di ingiuriare anziché ragionare e quindi di non convincere.”È questo il giudizio del De Viti De Marco. Magnani, op. cit., p. 209.
A partire dal 1897 De Viti De Marco resta in pratica l'unico direttore responsabile della rivista. La linea editoriale viene rivista, vengono pubblicati solo articoli brevi e i fascicoli non superano le 90 pagine. Non solo: Il Giornale degli economisti attenua il liberismo che lo aveva contraddistinto negli ultimi anni. Tale è il cambiamento che nel 1900, anche per le incombenti difficoltà finanziarie, sembra possibile un'unione con la rivista che a lungo gli era stata contrapposta: La riforma sociale.Magnani, op. cit., p. 260
Terza serie (Serie romana)
Nel primo decennio del XX secolo il Giornale, sempre meno segnato dalle vicende politiche, apre le sue pagine alla collaborazione di una nuova generazione di studiosi. Nel 1910 la comproprietà della rivista viene acquistata da Alberto Beneduce e da Giorgio Mortara che assieme a Pantaleoni ne assumono anche la direzione. Si dà inizio così a quella che viene denominata serie terza della rivista e al titolo viene aggiunto “Rivista di statistica”. Ed è ben comprensibile: sia Beneduce che Mortara erano degli statistici e l'utilizzo di metodi quantitativi andava sempre più affermandosi per la trattazione dei problemi economici. Beneduce aveva iniziato a collaborare con il Giornale nel 1904 con articoli di demografia e statistica, poi attratto dalla politica avrebbe abbandonato gli studi e si sarebbe allontanato dal giornale, pur conservandone formalmente la codirezione. Mortara invece proseguì nella guida della rivista traghettando il Giornale fuori dal difficile periodo finanziario dovuto alle conseguenze della prima guerra mondiale.Lenti, op. cit., p. 102 Nonostante le difficoltà di bilancio Mortara riesce a tenere alto il prestigio scientifico internazionale del Giornale attraendo anche riuscendo anche ad attrarre nuovi celebri collaboratori stranieri come Eugen Slutsky.Eugen Slutsky, Sulla teoria del bilancio del consumatore, “Giornale degli economisti”, lug. 1915
Quarta serie (Serie milanese)
Intanto nel 1922 Mortara si sposta da Roma a Milano dove viene chiamato a insegnare nella nuova facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Milano e poi a dirigere l'istituto di statistica dell'Università Bocconi. La direzione della rivista verrà così spostata a Milano, dando avvio alla terza serie della rivista nel 1923. Un duplice lutto segna quasi subito la nuova serie. Nel 1924 scompaiono infatti quelli che erano stati i principali collaboratori del Giornale degli economisti: Pantaleoni e Pareto. In ricordo verranno dati alle stampe due sentiti fascicoli speciali di commemorazione.Gen.-feb. 1924 ; mar. 1925 Al posto di Pantaleoni nella direzione subentrerà Gustavo Del Vecchio, mentre la quota di proprietà del Pantaleoni resta alla figlia Marcella Tommasini Pantaleoni.
Come tutta l'editoria italiana, in seguito alla stretta sulla stampa con le leggi fascistissime, il Giornale degli economisti è costretto a compromessi e particolari cautele. Compaiono articoli che sembrano vicini alle politiche del regime, mentre riesce ad essere salvaguardata l'indipendenza di articoli di carattere più tecnico, come quelli di statistica. Pur senza esporsi eccessivamente, tuttavia il Giornale degli economisti continua ad ospitare anche oppositori del regime. Con il Giornale degli economisti collaborano Antonio Graziadei, Ugo La Malfa, e persino Ferruccio Parri – che si firma con la sigla F.P. o con lo pseudonimo “Un lettore qualunque”.Lenti, op. cit., p. 103-104