La guerra civile afghana è un lungo conflitto civile, iniziato approssimativamente nel 1978 e tuttora in corso, che interessa il territorio dell'Afghanistan.

Il conflitto non ha mai avuto un andamento unitario, ma ha visto succedersi più fasi distinte (sebbene collegate tra loro) che hanno coinvolto di volta in volta attori diversi.

Lo scoppio del conflitto e l'intervento sovietico (1978-1989)

Dopo la Rivoluzione di Saur del 27 aprile 1978, il Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan prese il potere a Kabul istituendo la Repubblica Democratica dell'Afghanistan (RDA) ma trovò la netta opposizione delle popolazioni rurali, fedeli ai principi tradizionali afghani ed islamici e contrarie alle idee del marxismo-leninismo, le quali diedero vita al movimento guerrigliero dei mujaheddin. L'estendersi della guerriglia e l'instabilità in cui cadde il paese provocò un primo intervento straniero nel conflitto: l'Unione Sovietica intervenne in aiuto al governo afghano nel dicembre 1979 provocando però la recrudescenza del movimento guerrigliero ora sostenuto dagli aiuti e dall'appoggio di molti paesi come gli Stati Uniti, il Pakistan, l'Iran, la Cina e l'Arabia Saudita; grazie all'appoggio esterno i mujaheddin furono in grado di logorare le forze sovietiche fino a provocarne la ritirata nel febbraio del 1989. Priva dell'appoggio dell'URSS, la RDA fu in grado di resistere alle pressioni dei mujaheddin fino all'aprile del 1992, quando i guerriglieri conquistarono Kabul ed abbatterono il governo del PDPA.

Il governo di Najibullah (1989-1992)

Nell'aprile 1988 i governi dell'Afghanistan e del Pakistan firmarono gli Accordi di Ginevra per porre fine al conflitto in corso dal 1978 tra il governo centrale appoggiato dai sovietici e i gruppi di resistenza islamista dei mujaheddin, che ricevevano aiuti finanziari e di armamenti principalmente da Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan. L'Unione Sovietica e gli Stati Uniti fungevano da potenze garanti. Negli accordi i due Stati si impegnavano, tra l'altro, a non interferire tra loro ed a rimpatriare i circa cinque milioni di profughi afghani dal Pakistan; inoltre, venne redatto un programma per il ritiro graduale delle truppe sovietiche di stanza nel paese dal 1979 entro il 15 febbraio 1989. Tuttavia, a parte il ritiro delle truppe, gli accordi non prevedevano ulteriori passi concreti per risolvere il conflitto tra il governo centrale e i guerriglieri; inoltre, i gruppi mujaheddin che non furono coinvolti nella stesura del trattato non riconobbero le disposizioni in esso previste, cosicché la guerra continuò anche dopo il ritiro delle truppe sovietiche..

L'Unione Sovietica iniziò il ritiro graduale in conformità con gli accordi a iniziare dal 15 maggio 1988; nel febbraio 1989 il personale militare sovietico era stato ritirato completamente dall'Afghanistan. Le truppe lasciarono un paese devastato: circa un milione di afgani erano morti nella guerra sovietico-afghana, quasi un milione e mezzo dei sopravvissuti erano stati gravemente e permanentemente feriti e sei milioni di persone erano fuggite dal paese. A seguito di attacchi sovietici diretti contro i rifornimenti di base della popolazione rurale, gran parte delle infrastrutture erano state distrutte e la produzione agricola era scesa a un terzo del livello prebellico..

Contrariamente alle aspettative di quasi tutti gli osservatori, dopo il ritiro delle truppe sovietiche il governo afghano di Muhammad Najibullah, che era militarmente da solo, non crollò, ma con il sostegno sovietico riuscì a resistere alla pressione dei guerriglieri per tre anni. Con il colpo di stato contro Gorbaciov nell'agosto 1991 e il crollo dell'Unione Sovietica terminarono gli aiuti sovietici e, poco dopo, avvenne anche il crollo del regime appoggiato dai sovietici a Kabul.

La politica di Najibullah Ex capo della famigerata polizia segreta afghana KHAD, Muhammad Najibullah fu nominato presidente dell'Afghanistan nel 1986 per succedere a Babrak Karmal; era un ghilzai pashtun e, come Karmal, apparteneva all'ala Partscham del Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan, che era dominato da Kabulis di lingua persiana. I ranghi dei Partschamis furono epurati dai sostenitori di Karmal dopo il suo insediamento e Najibullah propagò la sua politica con lo slogan della "riconciliazione nazionale", che intendeva esprimere l'abbandono di una soluzione militare al conflitto e la fine del legame ideologico coll'Unione Sovietica. Il termine fu coniato da Michail Gorbačëv nel luglio 1986 e tradotto in persiano con Āschti-yi Milli (آشتی ملی)..

In termini ideologici, Najibullah compì un'inversione di marcia con la sua politica dopo il ritiro delle truppe sovietiche: la retorica marxista-leninista fu completamente abbandonata a favore della propaganda nazionalista, che era specificamente diretta contro l'ingerenza pakistana sempre più impopolare e il wahhabismo arabo. La trasformazione sociale delle regioni rurali, in particolare le controverse riforme agrarie, fu completamente abbandonata. Najibullah cercò anche di legittimare il suo governo facendo riferimento all'Islam. La "Repubblica Democratica" fu ribattezzata "Repubblica dell'Afghanistan" e la Sharia islamica fu inserita nella costituzione. Nel giugno 1990, Najibullah fondò l'Hizb-i Watan (حزب وطن "Partito della Patria"), che funzionò come partito successore del Partito Democratico Popolare comunista..

Allo stesso tempo Najibullah attuò una liberalizzazione politica limitata: il sistema del partito unico fu ufficialmente abolito, fu emessa un'amnistia per i prigionieri politici e l'uso della tortura venne vietato. Ma sebbene anche il numero dei prigionieri politici e l'uso della tortura diminuirono nella pratica, non venne consentito un vero sistema pluralistico e multipartitico e continuarono le ondate di arresti. La soppressione dell'opposizione prese il posto del terrore preventivo di stato, e il politologo Barnett Rubin descrisse la politica di Najibullāh come una transizione da uno stato totalitario a un regime autoritario convenzionale..

Nonostante l'allontanamento dimostrativo di Najibullah dall'Unione Sovietica, il suo regime continuò a dipendere pesantemente dagli aiuti sovietici, che furono intensificati dopo il ritiro delle truppe. Kabul venne rifornita di beni civili e militari da un ponte aereo sovietico, e il volume dei rifornimenti raggiunse un valore di 14,2 miliardi di dollari nell'anno del ritiro.Anthony Arnold: The Fateful Pebble: Afghanistanʿs Role in the Fall of the Soviet Empire. Presidio Press, Novato 1993, ISBN 0-788-15836-8, pp. 185

In termini militari, dopo il ritiro sovietico Najibullah cercò di assicurare potere al suo regime concentrando le forze governative nelle città e nelle più importanti vie di comunicazione. Nel fare ciò, fece sempre più affidamento sulle milizie regionali semi-regolari, che furono utilizzate non solo per mettere in sicurezza le città ma anche per condurre le poche operazioni offensive. La milizia Jozjani di Rashid Dostum, con uomini, svolse un ruolo centrale in questo e operò efficacemente contro i ribelli in tutto il paese. In totale, la milizia nel 1990 comprendeva circa - uomini, circa il doppio della forza dell'esercito afghano. La pressione militare sulle aree rurali detenute dai mujaheddin fu in gran parte rimossa, e il regime cercò di concludere accordi non ufficiali di cessate il fuoco con i comandanti locali..

Stabilizzazione militare

Il tumulto dei gruppi di resistenza contro le posizioni del governo iniziò già con il ritiro sovietico; il morale dei guerriglieri era alto data la loro storica vittoria e il Pakistan aumentò considerevolmente i suoi rifornimenti di armi. Nell'estate del 1988 numerose sedi governative caddero, e dopo il completamento del ritiro sovietico il governo controllava solo i centri urbani del paese e le strade che li collegavano; tutte le regioni rurali e sei intere province erano nelle mani dei mujaheddin.. Durante il governo di Najibullah, il potere statale divenne regionalizzato, ponendo fine al dominio centenario di Kabul sull'intero Afghanistan..

Le tensioni tra le due ali del Partito popolare emersero di nuovo nel marzo 1990, quando Najibullāh riuscì a respingere un tentativo di colpo di stato dell'ala Chalq del Partito popolare guidato dal ministro della Difesa Schahnawaz Tanai. Il colpo di stato era stato sostenuto da Gulbuddin Hikmatyār, leader del partito dei mujaheddin Hizb-i Islāmi-yi Gulbuddin; dall'inizio dell'anno, il pashtun Hikmatyār mantenne un collegamento, presumibilmente mediato dal servizio segreto pachistano ISI, con l'ala Chalq del governo, anch'essa di influenza pashtun..

Ma nonostante i successi militari e le tensioni all'interno del regime, i guerriglieri non riuscirono a minacciare seriamente le roccaforti del governo. Si profilava una situazione di stallo: i mujaheddin non avevano la capacità di pianificazione e i mezzi militari per svolgere operazioni militari su larga scala, e sebbene avessero continuato a ricevere rifornimenti di armi americane questi erano stati drasticamente ridotti dalla metà del 1988 e non erano per nulla vicini all'entità del sostegno dato al governo centrale dall'Unione Sovietica.

In questa situazione la città di Jalalabad a est di Kabul divenne l'obiettivo principale, soprattutto per i militari pakistani. Il Pakistan vide nella conquista di Jalālābād la chiave della caduta della capitale afghana, che avrebbe dovuto consentire ai sostenitori di Hikmatyār, favoriti da Islamabad, di prendere il potere. Il governo di Kabul inviò soldati a Jalalabad per proteggere la città. Il 6 marzo 1989 circa combattenti dell'Hizb-i Islāmi-yi Chalis e del Mahāz-i Milli sotto la direzione dell'ISI iniziarono l'offensiva sulla città: il governo riuscì a respingere l'attacco attraverso un efficace supporto aereo e linee di rifornimento funzionanti da Kabul; il massacro delle truppe governative da parte dei combattenti Khalis rafforzò la resistenza dei difensori della città.. Le vittime dei combattenti mujaheddin nella battaglia di Jalalabad furono stimate in diverse migliaia, e questo primo successo militare del solo esercito governativo fu una battuta d'arresto decisiva per i guerriglieri. Gli Stati Uniti, cautamente, presero le distanze dalle fazioni che in precedenza avevano sostenuto e continuarono a ridurre i rifornimenti di armi; anche all'interno dei mujaheddin sorsero per la prima volta dubbi circa una vittoria militare sulle truppe governative..

Il governo ottenne un altro importante successo militare, questa volta all'offensiva, con la presa della città di Paghmān, una decina di chilometri a ovest di Kabul. Paghmān era sotto il controllo dei mujaheddin dal 1985 e fu da loro espansa in una fortezza posta in una posizione strategicamente importante per gli attacchi alla capitale. Raschid Dostum guidò le operazioni decisive nella conquista della città.

Secondo fonti del governo afghano, all'inizio del 1990 dal 70% all'80% dei gruppi di resistenza avevano smesso di combattere, una tendenza supportata anche dai rapporti dell'intelligence internazionale che ipotizzarono una diminuzione del numero di combattenti attivi da a . In questo giocò un ruolo importante il fatto che, agli occhi di molti combattenti, la jihad si era conclusa con il ritiro delle truppe sovietiche e i litigiosi leader mujaheddin non riuscirono a concordare un'alternativa credibile al governo di Najibullah. Tuttavia, il governo non riuscì ad espandere in modo significativo il proprio controllo territoriale o a firmare accordi formali con importanti leader degli insorti..

Crollo del governo centrale